#7. Cinque secondi

Questa volta facciamo qualcosa di diverso: il 19 gennaio ho spedito agli iscritti della newsletter la prima parte di un racconto che non sapevo come continuare. Lo finirò di settimana in settimana, buona lettura.

Illustrazioni di Enrico Salvador.


Prima parte: “Il bacio”

La prima volta che Scud piegò lo spaziotempo stava festeggiando i suoi quattordici anni. Era a casa, nei pressi della torta. C’erano candeline (14) e il giusto numero di parenti e amichetti. Sua madre gli disse festosa: “Dai, Scud, spegni le candeline!”. Tutti erano felici. Il rito fu interrotto dallo zio Baugoll, il giusto compromesso tra il buontempone e l’alcolizzato, che abbracciò il festeggiato con forza e gli diede un amabile sberla in testa. Scud sbarrò gli occhi e, per la prima volta nella sua vita, si ritrovò indietro nel tempo. Era finito nel passato, precisamente cinque secondi prima della sberla dello zio. La torta era ancora integra, sua madre gli stava dicendo festosa: “Dai, spegni le candeline!”.

Questa volta il ragazzo evitò lo zio, soffiando direttamente sulle candeline. Non pensò a quello strano evento per un paio di settimane, fino al momento in cui Grump, un bulletto del liceo con l’alitosi ma i genitori ricchi, lo intercettò nei bagni di scuola. “Ciao, sfigato”, disse il bulletto. Scud provò a cavarsi da quell’impiccio ma la forza bruta garantita dalla maggiore età e la fiatella verdastra di Grump lo costrinsero a restare immobile, vittima. Venne spinto addosso al muro e costretto a rannicchiarsi a terra. “Alzati”, gli disse il bullo, “sfigato”. Il ragazzo obbedì. Per un istante sembrò libero di andarsene quando il bulletto gli sistemò una sberla nei pressi della nuca. Scud chiuse gli occhi, sorpreso dalla botta; quando li riaprì si trovò in piedi, davanti a un arrabbiatissimo bulletto pronto a gettarlo a terra.

Nonostante lo shock, collegò i puntini e un’immagine cominciò a prendere forma nella sua mente. Poteva viaggiare indietro nel tempo. Ma di pochissimo.

La cosa gli tornò particolarmente utile a sedici anni, mentre era in bici su un campo sterrato dietro casa sua e una buca profonda lo fece sbalzare dal sellino, lanciandolo in aria. Cadde male, atterrando di capo sul manubrio della bici. Riaprì gli occhi cinque secondi prima, ancora in sella alla bici e in tempo per una bruschissima frenata che gli salvò la vita.

Per via della sua abilità, Scud era tenuto sotto controllo da due popolazioni aliene. La prima, aggressiva, sporca e ignorante, si chiama All. Gli esseri di All, bluastri, tridimensionali e carnivori, volevano rapirlo, ucciderlo e aprirgli il cranio per capirne la magia. La seconda popolazione, quella dei Mattush, era docile e colta: volevano rapirlo, ucciderlo e aprirgli il cranio per capirne la magia. Poi però gli avrebbero ridato vita grazia alla tecnologia Mattush.

Nel giorno del suo diciottesimo compleanno, il giovane stava per pomiciare con una sua compagna di classe che rappresentava tutto quello che Scud cercava in una donna: altezza media, capelli castani, occhi scuri e una voce sottile ma elegante. Anche il suo nome era perfetto: Linda. Linda. Linda. Tanta perfezione era — agli occhi di Scud — un segno del destino e l’inevitabile inizio di qualcosa di grande; da un altro punto di vista, invece, Linda rappresentava qualcos’altro, precisamente un androide umanoide del pianeta All pronto a risucchiarlo e portarlo nella nave madre non appena si fossero baciati. Scud sorrise allungando il braccio destro in un tentativo di abbraccio mentre Linda scansava un ciuffo dei suoi capelli terrestri riprodotti alla perfezione in un laboratorio di All. Nel silenzio generale — il mondo sembrava essersi fermato — Scud si sporse, avvicinandosi a Linda e aprendo leggermente la bocca. Aspettava il grande momento, invece sentì un dolore improvviso. Qualcuno lo aveva colpito in testa, esattamente sulla nuca. L’unica cosa che Scud notò prima di viaggiare nel tempo fu che la cosa alle sue spalle non sembrava umana: se avesse avuto un minimo di conoscenza galattica, avrebbe senz’altro riconosciuto l’odore di un Mattush.


Seconda parte: “Nella bolla”

Scud non viaggiò indietro nel tempo di cinque secondi. Non questa volta. Rewqa, il Mattush che lo aveva colpito, aveva studiato perfettamente il suo piano: figlio dell’Imperatore Liset e laureato ad honorem presso l’Accademia Nuova, aveva usato un cronodisturbatore per tramortirlo. Così facendo, al peculiare superpotere di Scud si unì un’ulteriore confusione spaziotemporale, un groviglio di variabili impazzite che avrebbero regalato loro minuti preziosi nella lotta alla bestia di All. Un cronodisturbatore, per i non addetti ai lavori, è uno strumento frutto della tecnologia Mattush, un bastone antimaterico in grado di stravolgere per un istante le noiose regole dell’universo, forzandone una sorta di reboot.

Così Scud si trovò in una Bolla No, un etereo punto nel tempo e nello spazio che si crea quando qualcosa va storto nel normale excursus spaziotemporale. La Bolla No di Scud era una stanza di quattro metri quadri arredata come casa di sua nonna (questo tipo di bolle assorbe ricordi e memorie dai loro inquilini); l’unica novità è che il ragazzo era in due dimensioni, come spesso succede agli inquilini di queste bolle, che diventano un piano, una superficie liscia e ambrata dotata di raziocinio.

“Cosa cazzo è successo?” pensò la superficie, stupita dagli eventi. 
“Calmati”, disse una voce da nessun punto in particolare. “Sono qui per aiutarti, Terrestre Scud”.
“Cosa cazzo sta succedendo?” ripetè Scud, fin da piccolo poco portato agli enigmi. 
“Sei in una Bolla No, un’imperfezione spaziotemporale che sta per dissolversi, riportandoci nel tuo pianeta”.
“Stavo per limonare con Linda!” disse Scud, ancorato a quell’attimo perduto. “Porca puttana!”
“Taci”, lo interruppe la voce, “Linda non esiste. Ascolta: vengo dal pianeta Mattush, mi chiamo Rewqa e ho un piano, sono qui per aiutarti. Scusa, non volevo dire ‘piano’ vista la tua situazione.”

Scud percepiva il mondo — quella stanza — totalmente e allo stesso tempo, a 360° gradi: ogni angolo, ogni atomo, ogni decorazione sulle pareti balenava raggi che convergevano verso di lui. La bidimensionalità lo stava tramortendo: avrebbe potuto giurare di avere male di testa, pur non avendone una. Inoltre era appena diventato fucsia a pois neri.

Rewqa gli spiegò la situazione, la bestia da All e il suo destino qualora fosse finito nelle sue mani. “Il tuo dono è prezioso e bramato in tutta la galassia”, spiegò l’alieno. 
“Di che dono parli?” chiese l’umano.
“La tua capacità di viaggiare nel tempo”.
Scud emise il verso tipico di chi cade dalle nuvole. “Ah, quello… A proposito, cos’è? La psicologa della scuola voleva internarmi quando gli ho raccontato cosa mi succede quando prendo botte in testa”.
“La psicologa della scuola non esiste, Scud.”
“Nemmeno lei?”
“No, lei esiste, volevo solo attirare la tua attenzione. Linda però non esiste sul serio. Il punto è: chi se ne frega della psicologa della scuola, chi se ne frega della scuola: la vostra razza deve ancora scoprire che la materia è in realtà l’antimateria e viceversa, e pensate davvero di poter capire qualcosa? Io voglio salvarti da All e traportati nel mio pianeta, dove sarai…”
Rewqa fece una pausa impacciata, come se si fosse dimenticato parte del copione.
“Dove sarai… curato”, concluse. “Sì, curato!”

Scud galeggiava nella stanza, confuso e poco convinto. “A parte che non voglio essere curato,” precisò, “come faremo a sconfiggere Linda o qualunque cosa sia la ragazza con cui stavo per limonare?”. La voce dell’alieno s’alzò di mezza ottava dall’entusiasmo, echeggiando nella bolla, che ora era diventata blu e ricordava una teiera. “Questa è la parte più bella, Terrestre Scud!”, rispose entusiasta. “Ma prima devo sapere: hai già usato armi all’idrogeno?”.

Scud voleva solo andarsene e gridare che no, non voleva saperne nulla delle armi all’idrogeno, ma la bolla attorno a lui cominciava a lacerarsi e faceva spazio a un buio pesto illuminato da poche luci, stelle distanti. Prima di scomparire si sentì diverso, tornò tridimensionale e con la sua forma umana. Aveva anche qualcosa di freddo in mano, una strana pistola. “Stiamo per tornare sulla Terra. Spara quando te lo dico io”, gli ordinò Rewqa mentre la Bolla No esplodeva, liberando lo spaziotempo di un fastidioso prurito.


Terza parte: “Ammaliamento”

Linda sorrideva. Con il senno di poi, Scud si rese conto che non poteva essere vero, lei non poteva aver ceduto all’improvviso al suo timido e settennale corteggiamento: Linda non lo amava, era un alieno, un mostro di All. Il quale, peraltro, non aveva preso bene la vista dell’arma che Scud teneva in pugno, visto che cominciò a gridare, prima con la soave vocina della donna dei suoi sogni e poi come un grosso brontosauro alle prese con un’operazione a cuore aperto. I suoi denti bianchi cambiarono dimensione e forma assieme al resto della sua faccia, ora coperta da spesse squame marroni. Gli occhi scuri e profondi sparirono — o meglio si fusero assieme, radunandosi in un globulo viola che fungeva da strumento ottico della bestia.

“Ha un occhio solo?” gridò Scud a nessuno in particolare.
“Sì, per questo i mostri di All non hanno una pessima percezione della profondità” disse Rewqa, anch’esso libero dalla Bolla No. “Però occhio: sputano lava!”

Mentre il vialetto veniva sconvolto dal fiume di lava uscito dall’orrido essere, Scud non poté fare a meno di pensare che, nonostante tutto, Linda, anche quella Linda così intenta a fonderlo con l’asfalto, conservava un certo fascino. Rewqa non si accorse del cambiamento d’umore del terrestre, si era già in salvo sopra al tetto di un capannone nelle vicinanze, pronto a centrare il mostro di All con la sua arma all’idrogeno. Solo da lì riuscì a vedere il terrestre immobile sopra a un’automobile, il volto solcato da una smorfia che il suo computer facciale riconobbe come “espressione umana d’amore”: sorriso sghembo, occhi arcuati e una forte radiazione ormonale. 
“Quell’idiota vuole baciare il mostro” disse l’alieno fra sé. “Ci sta ricascando!”

Scud voleva solo un abbraccio. Così salto dal tetto di una station wagon a quella di un’utilitaria per avvicinarsi al mostro e gridare: “Linda, ti prego, non fare così”. Avrebbe potuto continuare, forse improvvisando una serenata, se solo la lava non avesse mosso le macchine come zattere in un torrente in piena. Il mostro, nella sua seppur scarsa intelligenza, capì che l’amore di Scud poteva fungere da esca, così cercò di tornare alle sue forme umane, riuscendoci solo a metà per via della fame. “Vieni, amore”, disse con una voce grottesca che al ragazzo sembrò melodiosa. L’umano si preparò al balzo che lo avrebbe portato tra le braccia della sua amata, scavalcando il lago infuocato.

Poco prima del salto, Rewqa riuscì a centrare la pancia del mostro, generando un onda d’urto che spinse Scud dieci metri più in là, ferito ma al riparo dalla lava. Il ragazzo era a terra, forse aveva una vertebra fratturata — non aveva mai capito la differenza tra vertebra e costola, quindi non poteva dirlo con certezza: comunque era piegato a terra dal dolore. “Non mi aspetto che tu capisca, Rewqa!” gridò con tutto il fiato che aveva in corpo.

Il mostro ora aveva un aspetto più umano: il volto era tornato simile a quello di Linda, con la sola aggiunta di un piccolo corno bruno in mezzo alla fronte, rimasuglio della sua forma originale. Tanto bastò a Scud per convincerlo che era stato Rewqa ad averlo imbrogliato per usarlo in chissà quali esperimenti. Capì di essere lui l’eroe di quella fiaba, di dover uccidere il cattivo. Mentre la trappola mentale di All gli contorceva il cervello, al ragazzo parve di capire come risolvere tutti i suoi problemi: avrebbe ucciso Rewqa usando la pistola all’idrogeno che gli aveva regalato, per poi salvare la sua principessa.


Parte quattro: La questione della terza età

Scud cominciò a sparare all’impazzata. Siccome nessuno gli aveva spiegato come usare quel trabiccolo all’idrogeno, la sua mira era pessima e al posto di Rewqa colpì, nell’ordine: un vaso, un gatto, quattro fili d’erba, una nuvola a forma di nave, una nave e la signora Lucchi, timida vedova residente lì vicino. Rewqa era ancora convinto di poter ricordare al terrestre la loro alleanza contro quell’orribile mostro che ora ricordava solo lontanamente la sua amata, ma Scud gli sparò di nuovo, colpendo una Opel Astra del 1998. Poi gridò: “Linda, aiutami a uccidere l’alieno!”

Linda, o quel che ne era rimasto, capì e cominciò a sparare globuli di fuoco nella direzione del Mattush: i globuli galleggiavano veloci nell’aria esplodendo al contatto con qualsiasi cosa. Quel “qualsiasi cosa”, nell’intenzione di Linda, doveva essere Rewqa ma finì per essere la signora Lucchi, miracolosamente sopravvissuta al colpo di Scud e appena rialzatasi in piedi. “Eh ma che modi,” disse la signora Lucchi, vedova Tolbini, pensionata da sedici anni e in realtà un sicario proveniente dal pianeta Stealth.

Stealth era un pianeta leggendario nel quadrante 4hQ della galassia. Secondo molti non esisteva più, era stato inghiottito da un buco nero dodici milioni di anni fa; altri sostenevano fosse diventato esso stesso un buco nero; secondo i Ribelli della Periferia di Andromeda non era mai esistito e il solo nominarne il nome poteva rendere albini. In realtà, Stealth era un placido pianeta di medie dimensioni orbitante attorno a due stelle. I suoi abitanti erano umanoidi dalla pelle coriacea, con due cuori e tre stomaci, ed erano in grado di viaggiare nel tempo. Non sbattendo la testa, non solo nel passato e di cinque secondi. No. Viaggiavano nel tempo come cazzo pareva a loro. Ed erano invisibili e dotati di poteri telepatici. Potenzialmente in grado di comandare la galassia, erano anche noti per la loro pigrizia, caratteristica che, duemila anni fa, li aveva spinti ad abbandonare il loro pianeta e disperdersi nell’universo per vivere la loro vita in santa pace, esplorando l’infinito.

La signora Lucchi veniva da Stealth e aveva scelto la Terra come casa per almeno i prossimi duecento anni. Quella mattina si era svegliata di buonumore, aveva mangiato del magnesio e si era preparata a una passeggiata. A pochi metri da casa, fu colpita da un raggio all’idrogeno prima e da un globulo di fuoco poi, successione di eventi che la spinse a dire: “Eh ma che modi”, una sequenza fonetica che su Stealth equivaleva a una dichiarazione di guerra.

Annusando l’aria, la signora Lucchi assorbì tutte le informazioni di cui aveva bisogno. Ora conosceva Scud, il suo potere e le due creature che lo circondavano. Le bastò alzare un dito in direzione del mostro di All per scioglierlo all’istante. Con un altro movimento di mano, sollevò Rewqa e lo rispedì sul suo pianeta.
Poi si volse verso Scud. Il terrestre era solo e frastornato: l’amore della sua vita era stato sciolto sull’asfalto e l’altro tizio alieno che aveva appena conosciuto era volato via. Inoltre la signora Lucchi sembrava di pessimo umore.

“Tu sei in grado di viaggiare nel tempo” disse la signora a Scud. “Notevole”.
“S-s-s-solo di cinque secondi e solo nel passato” rispose il terrestre. “Come fai a saperlo?”
“Beh,” rispose la vecchietta. “Non importa,” fece lei, “non ha più importanza. Sappi solo che vengo da un pianeta particolare e sono un essere particolare. Solo io e i miei simili possiamo viaggiare nel tempo. Il tuo superpotere è in realtà una stupida anomalia che ora risolverò”. E alzò le braccia al vento urlando parole incomprensibili per alcuni imbarazzanti secondi. Al termine di quello strano rito, Scud si sentì diverso: calmo e innocuo.
“Ho cambiato la composizione del tuo DNA: non potrai più viaggiare nel tempo”, disse la signora Lucchi. Per dimostrarlo lo colpì alla nuca molto forte: Scud strabuzzò gli occhi ma rimase lì, immobile nel tempo e nello spazio.
“Grazie”, disse l’umano poco convinto, con tono quasi interrogativo.

Qualche minuto dopo, mentre il sole tramontava, la signora Lucchi si sedette con fatica su una panchina, chiedendo al giovane di aiutarla. Scud si comportava con una gentilezza sospetta, radicata nel terrore nei confronti di quella creatura così potente, eppure così anziana. “Che ne è stato di Linda?” chiese l’umano balbettando.
“Linda è stata trasfigurata dal mostro di All, la sua anima ha vissuto in sospeso per alcuni mesi in un’oasi spaziotemporale mentre la creatura si ambientava e ti teneva l’imboscata del bacio. Ora la terrestre è pronta per tornare sulla Terra”.
Scud non riusciva a crederci. Si alzò in piedi e cominciò a gridacchiare prima di chiedere all’alieno di metterlo in contatto con la sua amata. Non fece in tempo a finire la domanda che la signora Lucchi lo interruppe: “Scusa Scud ma Linda, la vera Linda, non l’alieno mostruoso, non ne vuole sapere di stare con te. Mi sembra evidente.”
Scud si rabbuiò. “Ma forse… possiamo diventare buoni amici” disse a nessuno in particolare, prima di accorgersi che la signora Lucchi era già scomparsa, emigrata in chissà quale punto dello spazio o del tempo.

“Chissà come sta Rewqa”, pensò l’umano, “avrei voluto salutarlo”. Ma l’alieno era già lontano anni luce dalla Terra, così Scud si alzò in piedi e tornò a casa da solo.

FIN