#3. Il buco nero

Questo racconto è stato spedito il 30 novembre 2016 alle persone iscritte alla newsletter Curzio, che potete leggere qui su Medium con una settimana di ritardo rispetto alle altre persone privilegiate.

GIF di Enrico Salvador

Ieri, tirando giù le scatole dagli scaffali del garage, ho trovato un buco nero. Piccolino, circa quattro centimetri di diametro. Non so chi l’abbia messo lì, penso sia stato Antonio, mio figlio, quando era giovane, prima di andare a vivere ad Asti. Poteva anche essere un ricordo, chissà, ma d’istinto ho preso il buco nero e l’ho buttato in giardino. Abbiamo un giardino condominiale con delle selci e un platano, in fondo ci sono i cespugli. L’ho buttato giù di lì e son tornato in garage. Mentre lo facevo e tenevo in mano il buco nero, sentivo tirare la pelle delle mani, come se tutti gli atomi del mio corpo stessero muovendo verso quel coso. Ho tirato due boie perché il trapano che cercavo era nello stesso scatolone del buco nero, e il buco doveva avergli rovinato i circuiti e ora non funzionava più. Era anche di marca, non è che si rompono così. Poi sono tornato su a farmi un tè, ho detto a Manuela del buco nero e lei mi ha detto: “Non lo so, è sempre un casino quel garage. È da anni che dici di volerlo mettere a posto ma…”

L’ho interrotta dicendo: “Non mi rompere i coglioni”. Ero ancora nervoso per la storia del trapano. Ho finito il tè nel mio studiolo guardando Affari a quattro ruote. Dopo dieci minuti ho sentito delle grida dal giardino sotto casa. Forse avevo la coda di paglia, come si suol dire, ma mi sono subito sentito chiamato in causa per quella storia del buco nero che avevo abbandonato. Ho aperto la finestra, quella dello studiolo dà sul giardino, e ho gridato: “Uè! Tutto a posto?” Mi ha risposto una vocina stridula: “Aiuto aiuto aiuto”. “Che succede?” “La mia gamba!!!”. Son corso giù facendo le scale di corsa anche se il dottore mi ha detto che ho le ginocchia da buttare. A pochi metri dal mio garage, verso il cespuglio, c’era Tommasino con mezza gamba destra risucchiata dal buco nero.

Tommasino è il figlio del dottor Nanni, lo stesso che mi ha spiegato la situazione delle mie ginocchia. Tommasino è uno stronzetto viziato abituato ad andare in giro in BMW col padre. È anche bravo a calcio, lo stronzetto. A quanto pare, giocando nei pressi della siepe, era stato risucchiato — in parte, preciso — dal buco nero. Non ho idea del perché i bambini debbano giocare vicino alla siepe visto che c’è il parcheggio poco vicino, ne avevo anche parlato all’ultima assemblea di condominio. Ho detto a Tommasino di stare tranquillo, provando a tirare la gambetta fuori da quel coso. Il buco nero, in tutto questo, aveva cominciato a fare un rumore strano, come un sibilo crescente, come se si stesse arrabbiando. Dopo un enorme sforzo, riuscii a vincere il risucchio e a tirare fuori l’arto del ragazzino, che si era nel frattempo deformato: era stato allungato dall’enorme forza del buco nero, il piede era stato ridotto a un grumo di codice binario. Ho detto a Tommasino: “Qui bisogna chiedere aiuto a papà” e lui mi ha guardato speranzoso ma anche un po’ scettico. “Speriamo”, mi ha detto piangendo, il suo piede destro sostituito da un vorticare di 0 e 1.

Il sibilo del buco nero ha continuato a crescere, quasi gemendo, finché il buco non ha cominciato a deformarsi e dal suo buio è sbucato un sobrio gentiluomo alto trenta centimetri vestito di quello che sembrava Teflon. Aveva una cravatta che sembrava regimental. L’uomo ha dovuto faticare un bel po’ per uscire, incontrando difficoltà soprattutto all’altezza dei fianchi. Io l’ho guardato fisso come dire: “Ma che cazzo è?” e lui, capendo la confusione generale, si è presentato: “Sono Ballinfi Polenis e abito in questo buco nero.”

“Buongiorno, Ballinfi Polenis” abbiamo detto io e Tommasino.

“Sono arrivato su questo pianeta perché avevo bisogno di uno strumento che solo voi umani, per quanto sottosviluppati, avete sviluppato.”
“Di che si tratta?” chiesi io, che son sempre cortese con i stranieri.
“Di questo trapano”, rispose il gentiluomo sistemandosi il copricapo bidimensionale e porgendomi il mio trapano.

Potete immaginare il mio stupore. Ringraziai Ballinfi Polenis e solo a quel punto ricordai che il trapano che avevo trovato in cucina era in realtà un vecchio modello: quello che cercavo era ora tra le mie mani. “Sono contentissimo!” ho gridato. Anche Polenis lo era. Il piccolo Tommasino ha chiesto al signore se poteva aiutarlo con la sua ferita ma Ballinfi Polenis ha risposto che non ce la faceva proprio. Poi è andato via.

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