Dentro la City Lights a San Francisco

Un.Dici

Nell’Ottobre del duemila avevo sedici anni, e per una ragione che non ricordo con precisione, decisi di scrivere il mio primo pseudo articolo. Tutto nacque dalla somiglianza tra i primi versi di “Dio è Morto” di Francesco Guccini e le prime parole di “Urlo”(The Howl) di Allen Ginsberg, vero e proprio manifesto di quel movimento (anche letterario) definito “Beat Generation”, caratterizzante l’America degli anni cinquanta e sessanta.

Che influenza ha avuto l’eredità della Beat Generation nella cultura musicale e letteraria odierna?mi domandavo, dopo aver riportato le seguenti frasi in paragone.

Ho visto la gente della mia età andare via — lungo le strade che non portano più a niente — cercare un mondo che conduce alla pazzia — nella ricerca di qualcosa che non trovano nel mondo che hanno già” (Francesco Guccini, Dio è morto, 1967)

Ho visto le menti della mia generazione distrutte dalla pazzia — affamate, nude,isteriche — trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa” (Allen Ginsberg, Urlo, 1957)

Non è importantissimo rispondere a questa domanda, alla luce dell’oggi; anche perché tutto sommato il raffronto regge limitatamente ed appena per una manciata di parole (forse). Ed il pezzo che inviai — ottenendo orgogliosa pubblicazione — alla webzine Aktivirus (che fu anche gloriosa fanzine cartacea, e le cui tracce sono finite cancellate nel mare di un web che nel frattempo è mutato rapidamente ed a vista d’occhio), si concludeva con una domanda rivendicativa piuttosto ingenua, figlia di quel tempo e di quell’età, del tipo: “perché la lettura di testi estratti dalle opere Beat non è prevista nei programmi ministeriali scolastici?” e sorrido ancora a riscriverla, onestamente.

Anzi, sorrido ancora di più a trovar lo stesso articolo quasi fedelmente copiato (se non per l’aggiunta di un paio di frasi in incipit e qualche taglio) sui contenuti disponibili di studenti.it, postato dall’utente danipeo88 e spacciato come un “suo tema sul fenomeno Beat”.

All’interno dello stesso — dal basso della mia limitatissima conoscenza di quegli anni — provavo a riassumere in una struttura piuttosto semplicistica questo “movimento letterario”, ponendo “On The Road” di Jack Kerouac e “The Naked Lunch” di William Burroughs ai due estremi, rotanti attorno a “The Howl” di Allen Ginsberg a fungere come fulcro, dimenticandomi di citare Neal Cassady (che in realtà è un po’ l’ispiratore dei sopracitati), Gregory Corso, Charles Bukowski (a volerlo inserire nel calderone) e Lawrence Ferlinghetti.

In realtà tutto questo interesse verso certa letteratura, si originò con l’uscita di uno splendido libro illustrato (comprensivo di una fantastica compilation) dal nome “Dreamers , la generazione che ha cambiato l’America”, curato da Cesare Fiumi e dalla compianta Fernanda Pivano. Un’ opera uscita nel 1998, regalata a mio padre per il compleanno (su sua richiesta), e consumata nello sfogliarsi mentre dallo stereo uscivano in loop le 16 tracce a corredo: da Miles Davis ai Velvet Underground, passando per Janis Joplin, Bob Dylan e Scott McKenzie con la sua celeberrima “San Francisco”.

Nel frattempo era accaduta anche un’altra cosa, a due passi da casa nostra. Nel Marzo del 1997 aveva aperto a Firenze la libreria “City Lights Italia”, unica succursale della celeberrima City Lights Bookstore situata in North Beach a San Francisco, fondata proprio da Ferlinghetti e divenuta vero monumento di certa cultura e soprattutto del movimento Beat. Inutile dire che i viaggi verso il quartiere di San Frediano con mio padre (se la memoria non mi inganna, la City Lights fiorentina si trovava lì) divennero copiosi, portando a casa ogni volta una manciata di libri “nuovi”, mentre iniziavo ad avventurarmi in mondi sconosciuti che avrebbero influenzato la mia visione dell’arte futura (ricordo, a questo proposito, i numerosi tentativi e pellegrinaggi per recuperare il VHS de “La Montagna Sacra” di Alejandro Jodorowsky, un autentico maestro che avrei avuto il piacere di vedere ed incontrare almeno tre volte negli anni a seguire, sempre insieme a mio padre ovviamente). La City Lights Italia divenne anche una casa editrice, secondo la volontà di colui (altro compianto, purtroppo) che decise di fondarla insieme a Marco Cassini della Minimum Fax, e cioè quell’Antonio Bertoli che al tempo era Direttore del Teatro di Scandicci.

Poi, ad un certo punto, nel direzionarmi autonomamente verso nuove scoperte (percepite come rivoluzionarie) ed altri mondi immaginari, la libreria fiorentina cessò di esistere; e me ne accorsi molti anni dopo, cercandola senza trovar soddisfazione, alla ricerca di qualcosa di diverso da leggere rispetto ai titoli che — negli anni da universitario — scorrevo quotidianamente sugli scaffali di Feltrinelli o della Edison. Magari in edizione economica, come quelle pubblicazioni che resero l’originale bookstore di Ferlinghetti in quel di Frisco famoso nel mondo, in particolare dopo aver pubblicato una certa poesia, la stessa che avevo definito il fulcro del tutto, il manifesto.


La City Lights Bookstore di San Francisco

Sede anche e soprattutto della omonima casa editrice, la City Lights venne fondata dal poeta Lawrence Ferlinghetti nel 1953, e si distinse negli immediati anni a venire con la pubblicazione dei Pockets Poets Series, una collana di autori emergenti in versione economica, altrimenti destinati alla repressione della censura.

Nel 1956 la quarta uscita della collana fu proprio “Howl & other poems” di Allen Ginsberg che suscitò scalpore ed indignazione a livello nazionale per il linguaggio e le tematiche usate, e che causarono a Ferlinghetti un arresto per diffusione di oscenità.

Dopo una mobilitazione storica a suo favore, il poeta/editore venne rilasciato creando l’allora inedito precedente di appello al Primo Emendamento (relativo a libertà di stampa e parola) in relazione alla pubblicazione di materiale considerato controverso, ma di indubbio valore sociale. Contemporaneamente iniziarono a svilupparsi sia il movimento degli scrittori Beats, che la cosiddetta “San Francisco Reinassance”, periodo in cui la città californiana divenne il fulcro della poetica d’avanguardia statunitense. La City Lights divenne ritrovo per artisti ed intellettuali abbraccianti il rifiuto delle norme imposte dalla “società materialista” del tempo, opponendosi alle forze conservatrici statunitensi e trasformandosi negli anni sessanta in punto di riferimento per proteste politiche, con il movimento contro la guerra nel Vietnam.

Nel 2001 la City Lights ed i suoi dintorni hanno ottenuto lo status di Landmark, un titolo che permette alla zona di poter mantenere intatte le proprie conformità e caratteristiche, permettendo ai visitatori di poter fruire di una storicità intatta nel tempo. Anche perché negli immediati dintorni della libreria (che nel frattempo si è ben allargata in struttura, rispetto al piccolo spazio degli albori, mantenendosi comunque indipendente nelle scelte editoriali) resiste anche il Vesuvio Cafè, altro ritrovo storico per gli scrittori Beats che furono, dall’atmosfera inimitabile.


Passeggiando per North Beach

Ed è così che oltre diciannove anni dopo quell’articolo per Aktivirus, il mio cerchio personale si chiude, e mi ritrovo — accompagnato da colei che è da poco divenuta mia moglie — in luoghi sognati leggendo “Big Sur” di Kerouac (dove la City Lights appare), immaginati tra una foto e l’altra di The Dreamers della Pivano, quando le distanze infinite tra una costa e l’altra degli Stati Uniti non erano per me neanche quantificabili. E per la verità, ancora oggi, restano difficilmente percepibili.

L’impatto con San Francisco non è dei più felici, lo ammetto. Sarà colpa delle lunghe operazioni di riconoscimento ed ingresso in suolo statunitense (consuete, tra l’altro, ma sempre terribilmente noiose), soprattutto dopo oltre diciotto ore tra aerei ed aeroporti. Oppure per il traffico tremendo, che rallenta non poco l’arrivo in auto nel nostro hotel, a due passi da Union Square ed alle porte del Tenderloin. Poi — ed anche questo è abbastanza conosciuto — a Frisco fa freddo, soprattutto se rapportato alle temperature italiane che ci siamo lasciati alle spalle in questa torrida fine di Luglio, ed un venticello pungente e piuttosto incazzato non aiuta la sopportazione.

Nonostante questo, ci incamminiamo rapidamente verso China Town passando attraverso la Dragon’s Gate, trovando un quartiere già spoglio al calar del sole. La tagliamo in mezzo, aiutati dalle indicazioni di Google Maps, con la consapevolezza che la libreria di Ferlinghetti si materializzerà ad un certo punto, alla destra di un incrocio. Ed è così che la mia prima sosta,nella prima ora di vita in città, diviene la City Lights: sapevo che non avrei resistito troppo.

Lo spazio è iconico, silenzioso, colmo di pubblicazioni incredibili, dislocato in differenti stanze farcite di posters, foto e quadri che richiamano alla storia di cui trasuda questo spazio, fino a salirne le scale per il piano superiore — quello dei libri Beat — dove si invita gli avventori a sedersi e leggersi qualcosa, dimenticando per un attimo il cellulare. Una cosa che evidentemente non sono capace di fare, nel tentar di racchiudere in una semplice foto l’atmosfera della libreria, il suo carisma unico, mentre mi riprometto di ripassarvi qualche ora più avanti, ordinando di riflesso una birra nell’adiacente Vesuvio Cafè.

Un luogo che appare suo naturale prolungamento, diviso appena da una strada interna farcita di murales, accomunato dalla quantità di stampe, foto e documenti degli anni che furono, che lo istituirono come stop obbligato per chiunque avesse sognato tra le parole di Ginsberg, Corso e Kerouac. Gli stessi che probabilmente su quei tavoli hanno passato ore su ore, svuotando bicchieri, discutendo, forse scrivendo o semplicemente immagazzinando sensazioni ed immagini, magari divenute parti di storie immortalate dalla loro penna.

Passiamo dalla City Lights anche durante il nostro secondo giorno in città, per esplorare al meglio i tre piani di libri in vendita, sedersi su una sedia a dondolo a sfogliare quelli esposti ella sala superiore, quella degli autori Beat. Oppure per osservare (senza troppo stupore) quanto le opere di Gramsci appaiono in bella vista tra i libri di “politics”, o come i romanzi del recentemente scomparso Andrea Camilleri risultino tra i consigliati dallo staff nei reparti di narrativa.

Ah, c’è anche una serie di scaffali dove lasciare (e prendere) gratuitamente auto produzioni, e l’occasione appare unica considerando che mi sono portato due copie di “Otto” il mio presunto romanzo d’esordio, che chissà se vedrà mai la luce — con l’idea di rileggerlo e correggerlo durante i lunghi spostamenti del viaggio. Chissà se quei due manoscritti stampati e spillati, saranno stati presi da qualcuno, o più insensibilmente cestinati dal primo inserviente capace di accorgersi delle scritte a penna frettolosamente aggiunte, con i miei contatti. Onestamente, non so dirlo; anche perchè quando ripassiamo dalla City Lights per il nostro terzo (ed ultimo) giorno a Frisco, dall’esterno della vetrina non le vedo più.

Ma non mi va di indagare troppo, a maggior ragione dopo aver scarpinato a lungo in una città dove vertiginose salite e roboanti discese si alternano, almeno fino a quanto non si giunge ai bordi della baia, illuminati da un sole che — quando fortunati — sconfigge la foschia, presi a sberle da quel vento prepotente di cui paravo poc’anzi. Lo stesso che sembra render vano lo sforzo dei tuoi piedi nel voler restar ancorati a terra, mentre sosti sul perimetro calpestabile di Alcatraz. Il medesimo che impedisce alla tua bicicletta di mantenere l’andatura sostenuta che vorresti, mentre ti dirigi il più vicino possibile al Golden Gate proveniendo dal Fisherman’s Warf (o da quel che probabilmente ne resta, nel turistico agglomerato di ristoranti che appare).

Non mi va di indagare troppo, e mi ordino la seconda birra al Vesuvio’s, guardando dal mezzanino la gente che passa in discesa da North Beach, prima di scendere perl’ultima volta Chinatown e direzionarsi verso Union Square. Perchè nonostante tutto — e grazie ad un Ferlinghetti che appare immortale ancora in questa dimensione — San Francisco resterà per me la città dei Beats, della City Lights e di un certo pensiero che ha rivoluzionato gi Stati Uniti per un lungo periodo. Lo stesso che ha cambiato per sempre i linguaggi, i ritmi ed i miraggi della letteratura statunitense, e della cultura contemporana.

De Viajes

Diari di viaggio, impressioni e storie in brevi fughe dalla quotidianità

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    Un.Dici è l'universo di Julian Carax, doppio di Davide Torelli, che sarei io. Qualcosa in più su www.davidetorelli.com

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