IX Festival Internazionale del Film di Roma (1 day)
Impressioni a caldo sulla Cerimonia d’apertura del Festival e Soap Opera di Alessandro Genovesi
Oggi, 16 ottobre 2014, si è aperta la nona edizione del Festival Internazionale di Roma presso l’Auditorium Parco della Musica, ove ha anche sede la Fondazione Cinema per Roma.
La rassegna, divisa quest’anno in molte più categorie e che vede il pubblico come vero e proprio protagonista per l’esito della “competizione”, durerà fino al 25 ottobre, dedicando l’intero 26 ottobre alla proiezione dei film vincitori.
I film si dividono in: Gala, Cinema d’oggi, Mondo Genere, Prospettive dall’Italia e Alice nella città. Inoltre, alle Retrospettive (quest’anno interamente dedicate al mondo del cinema gotico italiano) si affianca anche la nuova categoria promossa di Wired Next Cinema, ove viene in particolar modo premiato e sottolineato il mondo del web film e web series.
A rendere più gustosa la rassegna, come sempre, sono gli incontri sparsi tra autori e interpreti (ai quali cercherò di non mancare assolutamente).
Non assicuro un resoconto giornaliero di questa rassegna, soprattutto e sicuramente non di tutti i film ma di alcuni di quelli selezionati dalla sottoscritta, del resto scrivo solo per puro piacere e voglia di condividere qualcosa che amo con qualcuno di interessato o amante dello stesso tema, magari trovando un confronto o dando semplicemente un consiglio.
Il Festival si apre con il suo consueto movimento all’interno dell’Auditorium tra carpet e bistrot, di tutta la flora e la fauna che compone l’industria cinematografica. Chi si lascia fotografare, chi concede un’intervista fingendo di essere impegnato, chi sorride staticamente ad un pubblico che a stento lo riconosce, chi va di fretta, chi fa intellettuale, e così via.
Tra lustrini e flash ci si fa spazio -con leggera difficoltà causa tacchi da prima serata- per poter entrare in sala con i soliti minuti di ritardo per gustarsi, con lieve aria di superiorità ed ironia, il carpet dei dimenticati “vip” italiani.
La sala è decisamente piena. Io, visto il mio semplice accredito cultural, sono rilegata in galleria, ma poco male. Considerato che la sala dedicata alla Cerimonia, ed ad alcune prime, è la Santa Cecilia, ovvero una sala per concerti, direi che la mia visione è perfetta così (anche se mi accorgo troppo tardi di aver dimenticato gli occhiali sulla scrivania).
Dopo diverti minuti (troppi) le luci si affievoliscono. Fremiti. Cellulari spenti e flash veloci. Sul palco sale l’austero e monacale (più per il suo solito look che per altro) Marco Müller, con il suo compiaciuto discorsone sulla nuova edizione del Festival, sulla qualità delle pellicole (“invidiabili da Festival di calibro come Cannes e Berlino”), sulle novità della nona edizione e altre belle e pompose parole.
Vengono inoltre spesi alcuni secondi per il nuovo spot creato da Rai per questa nuova edizione, dal sapore leggermente agrodolce e spensierato che riprende un po’ le atmosfere de La dolce vita e Nuovo cinema paradiso. Carino.
Subito dopo il filmato, un occhio di bue un po’ teatrale illumina una Nicoletta Romanoff, madrina di questa nona edizione, semistesa su di un divanetto. Parte così un dialogo-monologo che crea una sorta di delirante e folle panoramica del Festival, sottoforma di sfogo estremo da parte di una fittizia paziente dal suo terapista (che poco dopo si rivelerà essere Sergio Castellitto, ricreando una situazione tipo dell’adattamento seriale italiano di In treatment).

Il duo Romanoff-Castellitto annuncia e consegna il Marco Aurelio Acting Award a Tomas Milian. La premiazione effettiva viene preceduta da una piccola clip con alcune delle interpretazione di questo enorma attore. A dir poco imbarazzante la reazione del pubblico (sempre ovviamenti i grandi esportoni dell’industria cinematografica) nel realizzare l’idendità dell’attore dopo la seconda clip che lo vede nei panni dell’icona romanaccia de “Er monnezza”.
Ipocriti applausi a parte, la salita sul palco di Milian è veramente commuovente. Le sue sono parole sincere e cariche di commozione, verso un mestiere che ama e per il quale ha dato davvero tutto, raccogliendone succosi frutti.
A proseguire e concludere la cerimonia, subito dopo le ufficiose parole della Romanoff (che qualcuno ancora si chiede cosa abbia fatto per essere veramente madrina, a parte farsi ingravidare da Giorgio Pasotti e fare un film di Gabriele Muccino) che aprono — finalmente- il Festival , è la volta della proiezione in anteprima del nuovo film di Alessandro Genovesi, Soap Opera (in concorso nella categoria Gala).
Diciamo che i presupposti da titolo e Paese del film non sono i migliori, mettiamoci anche un cast non troppo stellare (Fabio de Luigi, Rick Memphis, Cristiana Capotondi, Diego Abatantuono, Ale e Franz, etc.) si finisce per avere una poco ottimista prospettiva del risultato finale.
E probabilmente questa aspettativa negativa è proprio ciò che lo salva totalmente, facendogli rasentare -a mio pare- la sufficienza.
Il film si concentra sulle vicenda di una palazzina all’interno della quale si consuma un suicidio. I paradossali protagonisti, ognuno con storie differenti alle spalle e piccoli segreti dentro, si ritrovano coinvolti in questo piccolo dramma grottesco.
Lo stampo teatrale è veramente palese, tipico di Genovesi, il quale aveva già dimostrato questa tendenza alla finzione sopra le righe nella sceneggiatura di Happy Family (2010, Gabriele Salvatores).
Non solo i personaggi riprendono schemi puramente teatrali, tipo con entrate ed uscite di scena o enfatizzazioni che giocano un ruolo un po’ metafilmico ed ironico soprattutto nel personaggio di Alice (Chiara Francini) — la quale è un’attrice di Soap in costume- ma le stesse scenografie, i tempi di dialoghi e dei personaggi, e le stesse posizioni all’interno di luoghi deputati.
Tutto sembra essere inoltre immerso in un’epoca bloccata e non ben definita. In bilico tra gli anni trenta e quelli duemila, con una malinconica Edith Piaf di sottofondo ed una fittizia neve su una Roma alla vigilia del nuovo anno (illuminazione sul perchè ci fosse una gradinata piena di neve dietro lo studio 4 di Cinecittà dove facevo lezione).
Si gioca moltissimo sul qui pro quo, sul gioco delle coppie e sulle coincidenze paradossali. Un mondo surreale in billico tra il tragicamente comico e l’ironicamente drammatico.
Un dramma decisamente d’altri tempi, che riprende solo di fondo le difficoltà di non perdersi all’interno di un mondo totalmente irreale come quello della soap.
La storia non è delle più originali, ma guardandosi un po’ in giro in questo periodo al cinema, sicuramente non è delle più banali (nelle sale uscirà ufficialmente il 23 Ottobre).
Dialoghi un po’ banali, battute rosicate e non particolarmente originali, ma che hanno suscitato le risa di un pubblico -sempre secondo me- fin troppo accomodante ma anche vagamente annoiato.
Alcune dinamiche leggermente troppo ripetitive. Un De Luigi forse un po’ troppo vittima degli eventi, esattamente come in Happy Family, ed un Abatantuono che ha decisamente fatto il suo tempo.
Una nota di colore la dà sicuramente Caterina Guzzanti, in una piccolissima parte ad inizio film, ed anche una serie di sketch di Ale e Franz che fanno rimpiangere i vecchi tempi di Zelig. Un po’ tutti attori perfettamente funzionanti in pillole televisive, anche particolarmente divertenti, ma che poi hanno la pretesa di reggere i novanta minuti cinematografici.
Non particolarmente accattivante anche Elisa Sednaoui, ma che non è neanche totalmente fastidiosa come la Capotondi.
Un finale un po’ agrodolce accompagnato nuovamente dalla Piaf e da una scena un po’ alla “Cantando sotto la pioggia” chiudono il film. Applausi e qualche risatina, pochi. Veloci.
Nel buio e sui titoli di coda la gente si alza, chi troppo presa dal cast in sala, chi in atteggio davanti ai flash e chi vuole semplicemente scappar via perchè sono le 21.15 ed inizia ad aver fame.
Voto da 1 a 5: 2 e mezzo
Consigliato: Insomma. Se proprio non avete nessuna scelta, ma io aspetterei un buono streaming.
Tirando le somme non è certo un inizio spettacolare ma, come dicevo prima, le pretese non erano esagerate. La cerimonia d’apertura è quasi una serata un po’ mondana. Si tasta il terreno. Si inizia a venire in confidenza con i luoghi del festival (ed anche le macchinette del caffè). Ci si toglie qualche sfizio. Si prendono i primi appunti e le prime bolle sotto i piedi.
Peccato solo per il diluvio successivo.