Cyberiade

Archeologie post industriali


Ora, quando il territorio di Procione viene popolato dal prodotto siderurgico di una macchina piena di storia della degenerazione terrestre, piena dei suoi delitti, ora io sono purtroppo costretto a dichiarare che l’elettropsichiatria è in questo caso del tutto impotente. Non ho altro da dire.

(S. Lem, Memorie di un viaggiatore spaziale)

Quando i thailandesi vennero per vedere le macchine in svendita, le grosse macchine per fondere l’acciaio e il laminatoio usato per dargli forma, fu un profluvio di sorrisi e buone maniere durante le cene organizzate nel grottino tipico. Ci sono le foto. Una tale delegazione non passò inosservata in paese, così come la pignola attenzione dei suoi componenti per i particolari più infimi; la insopportabile rigidità nel voler catalogare ogni componente delle macchine; la propensione a schematizzare, semplificare così come la sostanziale impenetrabilità di quei visi venuti da lontano.

Avrebbero smontato tutti i pezzi, uno per uno, con cura maniacale, per poi caricare tutto in enormi container e portare ogni singolo componente di là dal mare. Portare di là dal mare pezzi di tecnica ormai passata; il fordismo in Europa ormai non era più di moda, andava esportato.

Alla fine non furono loro a portarsi via quelle macchine, ma gli indiani. Impacchettate con tutta la ruggine, il grasso, la polvere, le scorie accumulatesi in quasi un cinquantennio lungo le faglie di una stratigrafia complessa, frutto di una lotta quotidiana tra uomo e macchina dove l’uno trasformava l’altra senza sapere di venirne trasformato a sua volta.

Fu un luddismo pianificato e scientifico, forse reversibile. Chi fu il paziente e anonimo archeologo che interpretò i disegni di quel vecchio animale metallico, le sue giunture, i suoi tendini, le sue ossa? Chi fu che con pazienza certosina ridiede vita a quel puzzle gigante di acciaio di là dal mondo? Come si integrò nel nuovo paese un siffatto immigrato? Quanto contribuì al suo veloce sviluppo edilizio? Quali rottami ingoiò e quanto acciaio sputò guidato da mani oscure e da piedi calzati solo da infradito di plastica? Foto non ce ne sono.

Quello che si può dire per certo è che quando l’ultimo bullone partì per il porto più vicino, nel lungo capannone non restò che una grande ombra sul terreno. Il sito industriale diventò sedime, pezzetto di terra emersa dove i sedimenti portati dai flussi e riflussi storici avevano accumulato storie, tecniche, lavoro, incise nella terra. Lo scavo della memoria ci diede il bisturi per scoprirne i cocci sepolti: “Lì c’era il forno numero zero, lì la sala per il thè”. Insieme a scheletri di macchine, giacevano scheletri di uomini venuti da lontano, pietosamente restituiti alle famiglie, bruciati dall’acciaio bollente in un giorno qualunque. Un orribile giorno qualunque di lavoro sulla terra.

Sul sedime si ipotizzò la costruzione di un parco divertimenti, per rilanciare l’occupazione messa a dura prova dalla chiusura della fabbrica. Alle autorità l’idea piacque, come possono piacere le idee vistose e luccicanti, come possono piacere le idee in linea con un tranquillo postfordismo di provincia.

Ma alla fine non successe nulla e il tempo e l’oblio coprirono tutto di nuova terra, portata dagli agenti atmosferici.

Nelle profondità ipogee la storia innaturale incontrò quella naturale, dando vita a un accumulo ibrido, che confuse l’archeologo del futuro. Erano venute prima le macchine o i grandi predatori dalle zanne ricurve? Prima le emozioni o il cigolare degli ingranaggi? Prima i grandi erbivori o i forni mangiarottami? Prima l’uomo o la macchina?

Ciò che noi chiamiamo il progresso, è questa bufera.

(Questo testo è stato pubblicato nel catalogo edito dalle Edizioni sottoscala dedicato all’opera della coppia di street artists che va sotto il nome di nevercrew, in occasione della mostra a Lugano intitolata “Part of the process”.)

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