Materiale invero molto poco post moderno, ricorda troppo il nostro passato fordista, quando l’industria pesante muoveva milioni di persone su e giù per l’Europa alla ricerca di lavoro.
Sembra passata un’eternità da allora. Dalla concretezza dell’acciaio al mito della “nuvola” di dati, come se non ci fossero silicio e metalli rari a dargli sostanza, come se non ci fossero persone a scavare in miniere africane o ad assemblare senza sosta componenti in Cina o Thailandia.
Eppure anche da noi si fondeva e si lavorava l’acciao e ancora oggi il principale produttore di impianti siderurgici è italiano, la Danieli di Buttrio.
Fino a vent’anni fa l’Europa era costellata da grandi impianti siderurgici che producevano milioni di tonnellate all’anno. Tra di esse ce n’era una, la Monteforno, le cui vicende sto ricostruendo ormai da molti anni e che presto diventeranno un volume.
Un avventura umana e tecnologica straordinaria, un grande centro di sviluppo della coscienza operaia, un pozzo di storie, tristi, coraggiose, interessanti.
Alla Monteforno si producevano i tondini in acciaio, quellli che vedete ancora spuntare dai muri di cemento armato delle case in costruzione, solo che oggi li importiamo da India o Cina.
Ma come funziona la produzione dell’acciaio? Per uno che non è mai stato in acciaieria è difficile immaginare il processo produttivo che dalla materia prima (il rottame, in questo caso) porta al prodotto finito. Si tratta di un lavoro titanico, nelle dimensioni, nelle forze in campo; sembra impossibile che un essere umano possa in qualche modo controllarlo.
Durante la mia ricerca ho cercato varie volte di farmene un’idea, grazie ai racconti degli ex operai. Qualche giorno fa ho trovato un utile schema pubblicato in varie puntate dalla rivista aziendale “La Monteforno”, che vi propongo.
Se è vero che la cultura dell’acciaio si è trasferita (con macchine al seguito) dall’Europa all’Asia, di acciaio continuiamo ad avere bisogno, anche nelle nostre lande cloudizzate.
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