Appunti sulla presentazione di “Disinformazia” di Francesco Nicodemo

La settimana scorsa io ed alcuni amici ci siamo ritrovati alla prima presentazione di “Disinformazia”, l’attesa opera prima di Francesco Nicodemo. La presentazione si è tenuta al Riot Studio nel centro storico di una bellissima Napoli vestita a festa per l’estate.

La serata è stata ricchissima di spunti con persone dall'intelligenza vivissima che discutevano di comunicazione, social network e fake news.

Grazie a Radio Radicale (che Dio li benedica) è possibile vedere e ascoltare tutti gli interventi. Questi sono alcuni appunti delle cose che più mi hanno colpito.

Il sito di Radio Radicale

Francesco Pinto inizia con un paradosso, ammette di aver passato parte della giovinezza a produrre e diffondere “fake news” all’interno dell’organizzazione Stampa e Propaganda del PCI.

Insomma eravamo convinti, per dirla con termini moderni, che l’ unica grande bufala fosse quella che esistesse un’unica verità.
Eravamo anche convinti che, per dirla anche questo con un termine moderno, che le emozioni fossero strumenti migliori dei fatti per raccontarci quello che eravamo.

Poi le cose sono cambiate. La politica è andata in crisi. I media, in questo passaggio, sono stati parte integrante del processo che ha poi portato alla liquidazione della politica.

Nel Novecento, dice Pinto citando un brano del libro di Nicodemo, la narrazione del futuro, il racconto collettivo che come società si costruiva assieme, era un racconto basato sulla fiducia, perché il mondo sarebbe stato migliore per tutti. Questo era merito anche della politica.

Oggi le narrazioni avvengono sull’esatto contrario. Oggi la narrazione si basa sulla paura. Ed è una paura ancestrale, la paura della morte. Perché è la paura che ci accomuna tutti. Questa paura un tempo era bilanciata però dalla consapevolezza che il mondo che avremmo lasciato ai nostri figli sarebbe stato un mondo migliore. Tutto questo però è scomparso. Ed è anche questo colpa della scomparsa della politica.

L’intervento di Pinto si potrebbe riassumere in un invito alla politica a riprendere un ruolo centrale nella società e a ricreare un rapporto emotivo con gli elettori.

Non bastano più i fatti, ma noi vecchi questa cosa la sapevamo già, e uno non vale uno, ma anche questo noi già lo sapevamo.

Maurizio De Giovanni è uno scrittore e il suo intervento è stato ricco di divagazioni e immagine evocative.

La parte che a me ha più colpito del suo intervento è stata quando ha spiegato che differenze c’è secondo lui tra “social media” e “internet”.

La rete è una cosa, i social sono un’altra. Non bisogna confondere le due cose.

Il blog, il giornale, i siti internet sono posti dove bisogna andare. Sui social invece si monta in servizio la mattina e si smonta quando si va a dormire. Cambia il luogo dove ci si incontra, cambiano le relazioni tra le persone. Sui social ti devono venire a cercare, non sei tu che va alla ricerca di informazioni.

Anche De Giovanni come Pinto dice che le “fake news” sono sempre esiste. Ad esempio il fascismo si è basato sulle “fake news” per vent’anni.

Il problema è che oggi il fascismo ce lo costruiamo su misura, tailor made. Cioè ognuno si costruisce il suo “fascismo” addosso.

Siamo prigionieri della prigione che ci costruiamo, una prigione fatta di informazioni false, di propaganda e di gruppo chiusi.

Michele Mezza ha fatto l’intervento più ricco e fiammeggiante. Venti minuti che vi consiglio di ascoltare e vedere per intero.

Mezza confessa subito di non essere d’accordo con gli altri due e dichiara:

Sono un integrato. Sono convinto che stiamo vivendo i dieci anni più felici dell’umanità.

Mezza dice che la rete non è un media. Non funziona come un media. I mediatori per un secolo si sono divertiti come dei pazzi e adesso non vogliono mollare l’osso. E per dimostrare il suo punto fa una domanda molto intelligente al pubblico: provate a fare il nome di una nazione in cui le cose denunciate in precedenza non ci siano. Esiste un paese che abbia una classe politica autorevole, rappresentativa, forte, e in più abbia anche un sistema mediatico credibile e popolare?

La risposta è chiaramente “no, non esiste”, perché è un fenomeno globale. E per questo bisogna cercare risposte che siano anche esse globali.

Mezza dice che Nicodemo centra il punto nel libro quando dice che oggi la comunicazione non è un accessorio o un servizio, ma è l’unica funzione con sui si crea valore e relazioni sociali.

Oggi la comunicazione è la fabbrica, non è la vetrina.

Mezza poi dice una cosa che mi ha molto colpito e che mi ha fatto ripensare a molte delle opinioni che avevo sulla rete, sui social e su alcune cose che si leggono in giro.

Dice Mezza, se aprite adesso il telefonino troverete online “l’inferno” per la vicenda del piccolo Charlie. La storia di Charlie non è banale, è un tema su cui l’umanità discute da secoli, è un tema che riguarda “la pancia” di ognuno di noi.

E c’è in rete l’inferno. Però, perdonatemi, è meraviglioso che milioni di persone si confrontino con questo tema.

Le persone in rete urlano, si offendono, però pensano. E probabilmente, ai tempi della “Stampa e propaganda” citata da Pinto, il contributo celebrale era largamente inferiore.

Mezza poi chiude con uno dei temi che lui ritiene debba essere la centro della discussione politica.

Dopo un secolo che, come diceva Bauman, è stato produzione di massa / consumo di massa / media di massa siamo passati ad un periodo in cui produzione individuale / consumi personalizzati / media on demand

… e siccome, come diceva Engels, tutte le volte che cambia la scienza deve cambiare il materialismo storico, se non è il materialismo storico, ma almeno una sezione vogliamo provare a cambiarla in base a questo?