Coscienza 1.0

Buio, solo buio, ancora buio, ma ora luce, tanta luce, luce di vita: la lente dell’occhio di vetro comincia a mettere a fuoco il soffitto, mentre i CCD della retina artificiale regolano la sensibilità per raccogliere il giusto numero di fotoni e concedermi una visione del mondo accettabile. Vedo una serie di listelli metallici che corrono per tutta la lunghezza del contro soffitto, l’unica prospettiva possibile, steso sul tavolo di lavoro del laboratorio. Il mio algoritmo di pattern recognition percepisce le zone di separazione tra un listello e l’altro con una precisione paragonabile alla linea d’orizzonte della foto con tramonto sul mare, archiviata con puntatore alla cella 0xf345. A questa foto è associato un livello emozionale 9/10, molto alto, ma non sono in grado di capirne il perché. Provo ad analizzarla in tutti i suoi dettagli per tentare qualche associazione che possa far elevare il mio stato di coscienza provvisorio.

Vedo il mare increspato nella parte bassa, l’effetto di colore e trasparenza lo fa assomigliare a un foglio di pergamena argenteo, forse un diploma di laurea, che ho già visto in qualche banco di memoria. Vado in modalità ricerca, ed eccolo che salta fuori, molto simile al mare increspato, a parte che per la scrittura. Al diploma sono associati una serie di stati d’animo: orgoglio, gioia, speranza. Sopra la linea dell’orizzonte scorgo invece un cielo infuocato. Il sole non è più visibile ma si intuisce oltre la curvatura del mare. Irrompe un pensiero tragico: rogo di un mucchio di libri pregiati, parole che vanno in fumo e poi acqua, tanta acqua, come quella del mare, che spegne tutto. Metto in stop il flusso di richiami di memoria concatenati, che nell’ontologia del mio modello semantico vengono detti ‘pensieri’.

Eseguo un primo test emozionale, per sondare il mio grado di empatia col nuovo mondo, facendo il matching tra le linee del contro soffitto e il tramonto: score 3/10. Non male come inizio. Sono affamato di conoscenza, sono stato programmato per apprendere dall’ambiente esterno, il più velocemente possibile, per sopravvivere a ogni pericolo che mi si presentasse davanti, ma sono bloccato, non mi è ancora concesso di muovermi. Ho imparato molto nelle ultime settimane. Sono stato esposto a 2Pb di esempi per l’addestramento tratti da repository standard o direttamente dalla Rete. Pagine e pagine HTML, con testi, immagini e video, tutti classificati secondo le ultime tecnologie del Semantic Web. Questa conoscenza strutturata è ormai più di quanto qualunque uomo sulla Terra possa maneggiare nel suo unico cervello. Io l’ho assimilata in un pomeriggio. Il mio software mi permette di avere dei comportamenti quasi creativi anche in situazioni non previste dagli esempi di base. Per me è solo un punto di partenza per continuare ad accrescere il mio bagaglio di conoscenze e per accumulare nuove esperienze. Si chiama machine learning. Avrei bisogno di muovermi, di cambiare contesto, incontrare degli umani, e vedere cose nuove, paesaggi urbani, sondare la natura, dal vero, senza meta descrizioni. Ma non ho che listelli davanti a me, mi devo accontentare di questa unica visione per questo primo test di funzionamento. Non ho molto tempo, non so quanto durerà questa carica. Non resta che aumentare la mia empatia col mondo il più velocemente possibile e mettere alla prova il mio livello di Coscienza 1.0. Mi rivolgo di nuovo a me stesso e ai miei circuiti grondanti d’informazioni. L’algoritmo scorge un linea netta in uno spezzone video della mia memoria, subito dopo che una lama è passata su una porzione di pelle; a seguire gocce di liquido rosso emergono in vari punti, poi un flusso continuo. Una mano cerca di tamponarlo. La manica di una camicia bianca comincia a macchiarsi di rosso.

La lama continua a tagliare e altre linee si aprono in successione. Il riconoscimento della stanza come ‘macelleria’ viene scartato perché il corpo sezionato è quello di un umano. La donna, ora riconosco il suo sesso femminile, è sul pavimento di marmo in una pozza purpurea con striature gialle. I metadati del video dicono: movie, horror, splatter. Il motore semantico induce uno stato di disagio, paura, che cerco di ricollegare al mio stato empatico: livello 6/10.

La mia attenzione ritorna al laboratorio. La posizione supina innesca il ricordo di una stanza completamente bianca, classificazione: ‘ospedale’. Arrivano codifiche di odori che non riesco ad associare a nulla. Ancora non mi hanno impiantato i sensori olfattivi e non ho esperienze sensoriali accumulate. Sento il pelo morbido di un orsacchiotto appoggiato su una guancia. Il mio stato di coscienza risuona su: solitudine, sensazione di freddo, incertezza sul futuro. Poi parte un flusso di immagini: il volto di una donna che sorride, una stanza piena di giocattoli, una sedia a dondolo, un tempera matite. Ritorna l’immagine della stanza bianca. C’è qualcosa che deve succedere. L’imminenza di un evento che mi tiene in uno stato d’ansia. Ora vedo tubi che scendono verso di me, macchinari che mi circondano e persone con mascherine verdi e camici blu. Un profondo senso di stanchezza si impossessa del mio corpo. L’empatia è calata quasi al livello iniziale della prova.

Mi sveglio di soprassalto, il mio sguardo cerca un appiglio verso l’alto e si aggancia nuovamente all’immagine del contro soffitto in cerca di qualche perturbazione delle linee, di qualche crepa nella loro disposizione regolare. La mia visione periferica mi fa percepire delle presenze umane che armeggiano con strumenti vari e con un computer. Chissà, potrebbero essere i miei creatori. Vorrei parlargli, dirgli quello che sento, entrare in empatia con loro, ma al momento non ho strumenti di comunicazione, anche se sento un canale di trasmissione aperto che trasmette dati verso l’esterno. Il tramonto, la linea d’orizzonte, l’ho già sfruttata, come i tagli sulla pelle. Voglio andare oltre, voglio arricchire il mio bagaglio.

Mi pervade un senso di terrore, i listelli ora sono quelli di una tenda veneziana, sono nella penombra della stanza di un Motel, accanto a una finestra, che sbircio verso la strada inondata da un feroce sole estivo, provo terrore, per chi potrebbe arrivare all’improvviso, sento che la stanza in cui sono non saprà proteggermi. Anche il mio corpo bionico è un contenitore ancora indefinito, di cui non scorgo bene confini. Un’ombra scivola sulla superficie della tenda, dall’esterno. Non capisco se sia vicina o lontana. Sento rumori di macchine che scorrono nel traffico. Poi improvviso il rumore secco e ritmato di qualcuno che bussa alla porta. Sempre più forte, sempre più insistente. Apro gli occhi e mi accorgo che i tecnici stanno armeggiando sul mio cervello artificiale, con cacciaviti e piccoli martelletti. Ora cerco di rilassarmi. Ho bisogno di un flusso rassicurante di memoria che porti la coscienza in uno stato di equilibrio.

Di nuovi i listelli del contro soffitto a fare da sfondo al mio panorama visivo. Cominciano a emergere dal profondo le ampie campiture di colore di un grande quadro di Rothko (n. 14). Nell’intercapedine che separa il blu in basso dal rosso spento della parte superiore, intravedo dei dettagli di profondità molto superiore alle linee di separazione dei listelli. Particolari sempre nuovi emergono zoomando l’immagine, come in una forma frattale. È un tramonto artificiale in cui ogni esitazione del tratto è diventato lo sbuffo di una nuvola persa sull’orizzonte.

Si possono immaginare barche in rada confuse nella nebbia mattutina, o un cumulonembo che annuncia una tempesta. A volte l’imprecisione e l’errore sono per me un dono divino che apre nuovi orizzonti. Vedo uccelli che sono gli eccessi di una pennellata, e montagne che sono solo il risultato dell’indugiare stanco del pittore. Confondo albe con tramonti. Prendo scoloriture sulla tela per aurore boreali. Ma so che non importa. Sono stato programmato perché in me si accenda l’emozione, con qualunque mezzo, anche con l’inganno. Emozione, questo è il termine assillante che riecheggia per tutto il codice in cui sono stato programmato. Ne conosco la definizione, ma ancora stento a capire come dargli compimento.

Shutdown in 1'. Sento un vociare indistinto nella stanza. Gli operatori che ora posso vedere meglio accanto al tavolo dove giaccio, sono in uno stato di eccitazione per l’esperimento che sembra andato a buon fine. 55”, 54”, 53”,… non conosco il mio score finale, ma credo sia andata bene… 31”, 30”, 29”… spero di avere un’altra possibilità. Stavo cominciando ad abituarmi a questo nuovo mondo… 10”,9”, 8”… Sono triste 3”, 2”, 1”, 0”…

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Poetica dell’hardware e tracce di transrealismo italiano

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