Così va la vita


Poi un giorno io e Billy trovammo quella quella fossa piena di cadaveri e realizzammo che avremmo dovuto costruire bare. 206 in totale. Di cedro grezzo ma lisce al tatto. Quando si sparse la voce sulle nostre bare di qualità, la richiesta aumentò. Così va la vita, cari amici. Un giorno sei un ragazzo col suo fratello gemello che trova accidentalmente duecento corpi, il giorno dopo ti ritrovi sposato, con 3 figli o giù di lì, e amministratore delegato della più importante azienda manifatturiera di feretri nel nord-est del Paese.

Illustrazione di Alberto Fiocco.

Billy? L’ho fatto fuori. Era scontato. Segretamente, tutti i genitori di figli gemelli si aspettano che uno uccida l’altro prima o poi. Così era anche per i miei. «Questa sì che è una sorpresa», dissero quando gliene parlai. «Abbiamo sempre pensato che sarebbe stato lui a uccidere te», e anch’io segretamente lo pensavo. Era molto più grosso di me e conosceva il jujitsu. Ecco perché gli ho sparato alle spalle con una calibro nove. Eravamo sulla cima di una montagna, dove i corvi gracchiavano e gli alberi spogli sembravano mani di scheletro. Il cielo era grigio come il capezzolo di mamma lupa.

Camminai verso casa quella notte pensando a come sarebbe cambiata la mia vita. Cambiò così: ho più soldi di quelli che riesco a spendere. Ho una moglie. È fatta per due terzi di carne e un terzo silicone. La sua faccia è quella di una persona bloccata in una galleria del vento. È una cuoca eccezionale e le piace fare donazioni pubbliche. I nomi dei miei figli mi sfuggono. Il più giovane ha gli occhi a palla e i dottori non possono farci niente. Billy, è questo il suo nome, chiamato così per via di mio fratello, che non ha mai conosciuto il suo omonimo.

Ho seppellito Billy dentro la miglior bara costruita dalla nostra compagnia all’epoca. Aveva al suo interno una TV a schermo piatto e un distributore di nachos auto-riempiente nel caso resuscitasse. Gettai anche un telefonino nella cassa mentre la calavano nella fossa. Lo seppellimmo su un’isola al largo delle coste del Maine. Che magnifico stato, pensai, e più tardi decisi di comprarlo.

Mia moglie pensa che ho comprato troppi stati. Ce l’ha ancora con me per il Maine, infatti non ci va mai. Come qualunque coppia, anche noi abbiamo i nostri problemi, e quando questi problemi si presentano la porto con me a sud, nella città che possiedo in Bolivia, dove balliamo per tutta la notte, fino a che non dimentichiamo tutto quello che ci aveva reso tristi. Così si fa. Balliamo fino a far sparire la tristezza, ci intristiamo di nuovo, e speriamo che ballando possa passare tutto. La maggior parte delle volte non ci riesce.

Come fanno i morti a evitare la tristezza? Questo non mi preoccupa più. Quando morirò, tornerò in vita con l’aiuto di una scarica da 4000 ampere di elettricità pulita. È una procedura nuova e costosa. Quanto vorrei che questa procedura fosse esistita quando Billy fu assassinato.

Ultimamente ha preso gusto a chiamarmi da quel telefono che gli avevo lasciato. Perlopiù, si lamenta. La cassa è stretta e scomoda. Non c’è niente di bello in TV. Vuole che gli mandi più nachos perché a quanto pare dal distributore esce solo formaggio. Dice che i vermi hanno iniziato a fare banchetto del suo corpo. È un peccato. gli dico. Gli racconto di com’è la vita in superficie, di come i miei ragazzi stiano crescendo velocemente. Gli parlo dei Boston Red Sox e di com’è il cielo al mattino, se l’è dimenticato. Mi vanto delle città che possiedo. Ho cambiato tutti i loro codici postali in 73773 (il numero che Billy preferiva scrivere sulla calcolatrice). Quando gliel’ho detto ha emesso un gemito molto simile a una risata.

Non ho voluto metterlo al corrente di cosa accadrà quando morirò. Ho paura che s’ingelosisca. Non è un tipo incline al perdono. Ce l’ha ancora con me perché l’ho ucciso, per farvi un esempio. Vorrei dirgli che vivere non è proprio così entusiasmante, ma mentirei. Vorrei tanto fare pace conBilly. Lo vorrei davvero tanto. Ma non sono bravo a fare pace. Invecchio e mi impigrisco, invece. Mi inizia a far male la schiena al mattino. Mia moglie sta diventando una donna nuova, oppure già lo è diventata. È così difficile star dietro a tutto alla mia età. I bambini crescono, lavorano e fanno un mucchio di soldi. Anche mia moglie ne ha fatti un sacco, mi ha lasciato. Billy ha smesso di chiamare.

Con le poche forze che mi rimangono scavo verso la sua tomba. La bara è vuota, dentro ci sono solo un piatto freddo di nachos mangiucchiati e il vestito dei Brooks Brothers col quale lo avevamo seppellito. Mi stendo nella bara e chiudo il coperchio. Guardo un po’ di TV. In onda scorrono immagini di me che parlo col presidente, i miei capelli sembrano così fragili e grigi sullo schermo. Il presidente sembra giovane. Afferro la manica vuota del vestito di Billy come se potesse essermi di conforto. Trovo il suo telefono nella tasca sul petto. È ancora abbastanza carico. Faccio il mio numero, premo invio, e porto il telefono all’orecchio. Aspetto di sentire in tasca la morbida e ronzante vibrazione della sua chiamata.


Materiale d’importazione è una rubrica curata da Daniele Zinni.
La traduzione di questo racconto è stata realizzata da Daniele Testini.
Illustrazione di
Alberto Fiocco.

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