Un pigmeo africano in carne e ossa


In memoria di Ota Benga, 1884–1916

Campbell tirò su il labbro superiore del pigmeo, giù quello inferiore, e trovò ciò che stava cercando con la sua spedizione in Congo. Una dentatura da cannibale, aguzzata col machete, ciascun dente come una perfetta punta di lancia.

Illustrazione di Alberto Fiocco

La saliva sui denti del pigmeo luccicò al sole e gli schiavisti belgi grugnirono. Campbell sentì una scossa attraversargli la pelle. Il cuore gli scoppiava in petto. La ricompensa per il pigmeo era abbastanza per cancellare i suoi debiti, e interpretò l’accaduto come un dono del Signore.

Musa si dava da fare per incitare la vendita; con i denti a morsa sul labbro inferiore, faceva un suono di risucchio. Avrebbe fatto di tutto per scampare agli schiavisti, quegli stessi uomini che mesi prima avevano massacrato la sua famiglia e il suo intero villaggio.

Campbell pagò per il pigmeo come avrebbe pagato per una camicia fatta su misura, poi batté le mani una volta e mise il suo braccio carnoso intorno alle spalle strette di Musa. Si avviarono immediatamente nella giungla: Musa camminava dietro e metteva i piedi nelle orme di quel curioso uomo bianco che parlava la lingua dei pigmei, i cui passi pesanti appiattivano l’erba sotto di sé.

Sul piroscafo diretto all’Esposizione universale di St. Louis, Campbell disse a Musa che avrebbe avuto uno spazio tutto per sé, una piccola capanna a forma di cono dove avrebbe potuto vivere senza paura di essere catturato e dove i visitatori sarebbero andati a vederlo, elogiarlo e lodarlo. Sarebbero venuti a St. Louis solo per ammirarlo — un pigmeo africano in carne e ossa — per poi raccontarlo ai figli e ai figli dei loro figli.

Nell’umida stiva gli uomini si raccontavano storie di morti sfiorate e ridevano dei passeggeri che si tenevano a distanza quando ricostruivano le loro avventure più audaci a lume di candela, le ombre lunghe proiettate sui muri della nave. In cattività Musa era stato costretto al silenzio. Parlare con Campbell era una cosa preziosa. Tornare a usare la sua lingua era come ricordare la sensazione di un sogno, se non il sogno stesso.

Musa setacciò i bauli che Campbell aveva riempito di manufatti e i due fumarono delle lunghe pipe che l’esploratore aveva preso durante il viaggio. Aveva solo diciannove anni ma aveva vissuto le vite di molti uomini ed era rapito dai racconti di Campbell, dal suo fervore e dal suo entusiasmo e dal rispetto che mostrava parlando di Dio; provava a immaginare che aspetto avrebbe avuto il Dio di Campbell, quando sarebbero finalmente arrivati dall’altra parte dell’oceano.

Musa non sapeva che Campbell soffriva di nevrosi, né che, diverse settimane dopo l’inizio del viaggio, l’esploratore avrebbe avuto un esaurimento nervoso in coperta. Lo salvò sul filo del parapetto e rimase al suo fianco per settimane, dal momento che Campbell era caduto in una profonda depressione seguita da attacchi di parlantina isterica. In preda ai sensi di colpa, confessò di essere padre di due bambini congolesi e di averli abbandonati entrambi, lasciandoli senza soldi e senza battesimo. Musa temeva che, preso dal delirio, Campbell potesse buttarsi in mare e che, una volta rimasto senza traduttore o alleato, lui stesso sarebbe stato costretto a seguirlo. Gli sedette accanto e lo confortò fino a che gli occhi dell’amico smisero di guardare le acque fredde con quel senso di attrazione per la fine della vita; Musa stesso, in precedenza, aveva conosciuto quella solitudine.

Il mattino prima della sua cattura era stato un buon mattino. Aveva cacciato un elefante, una bestia grossa con lunghe zanne d’avorio, ma quando era rientrato per dirlo a tutti, il suo villaggio era sparito: le capanne erano carbonizzate, le persone massacrate e sparse ovunque. Musa ricordò di aver visto i corpi dei suoi figli e poi quello di sua moglie addossati alla loro capanna. Inciampò mentre correva verso di lei, pestò una mano e sotto il suo piccolo tallone sentì il rumore delle ossa che si frantumavano.

Quando furono in vista dell’America, i due uscirono in coperta a guardare la terra davanti a loro. La salute di Campbell era migliorata e se ne stava ritto in piedi, placido, a scrutare la costa mentre la manica della sua giacca al vento accarezzava l’orecchio di Musa. L’aria del mare era fredda e Campbell notò che Musa aveva la pelle d’oca; avvolse il torso nudo dell’amico con la sua giacca: l’orlo gli pendeva ben oltre le ginocchia.

Musa non sapeva che, giunti all’Esposizione universale, Campbell avrebbe preso la sua ricompensa e sarebbe scomparso, viaggiando prima in sud America e poi di nuovo in Africa, raccogliendo autoctoni lungo il tragitto e facendo affari nel mercato dell’avorio e della gomma. Musa non sapeva che dopo aver vissuto sei mesi nello spazio espositivo, nella riproduzione perfetta di una capanna, nessuno avrebbe saputo più che farsene di lui, e lo avrebbero mandato a vivere con le scimmie nello zoo del Bronx, e poi in un orfanotrofio per bambini piccoli, dove lo avrebbero costretto a indossare mutande che gli stringevano i testicoli in una maniera pruriginosa ed esasperante.

Neppure Campbell era a conoscenza di queste cose, non sapeva che riempire un uomo di promesse e poi abbandonarlo in un continente sconosciuto equivale a lasciarlo morire lentamente; privarlo del suo unico interprete era un lento assassinio. Non aveva considerato il fatto che Musa avrebbe atteso il suo ritorno per tredici anni, né che dopo così tanto tempo avrebbe preso in prestito una pistola, ingombrante e fredda al tatto, e che si sarebbe sparato al cuore. Un’altra cosa che Campbell non poteva sapere era che qualche anno dopo avrebbe perso tutti i suoi soldi in investimenti poco redditizi e che sarebbe stato picchiato a morte da un uomo in Sierra Leone a cui doveva una grossa somma di denaro.

Quel giorno sul piroscafo nessuno dei due sapeva queste cose, mentre l’acqua sbatteva sui fianchi arrugginiti dell’imbarcazione. Non avrebbero potuto saperle. Perché se le avessero sapute si sarebbero sicuramente buttati insieme, mano nella mano, tra gli schizzi del mare gelido.


Materiale d’importazione è una rubrica curata da Daniele Zinni.
La traduzione di questo racconto è stata realizzata da Audrey Quinto.
Illustrazione di
Alberto Fiocco.
Ringraziamo The Collagist per la collaborazione. Potete leggere
qui la versione originale.
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