L’Obelisco e l’umanità perduta

Capitolo 1 — Incontro ai Nove Venti

Doveva essere quasi mezzogiorno. Il sole, raggiunto quasi l’apice della sua escursione, risplendeva di una luce abbagliante sopra i campi del Colle dei Nove Venti, arroventando l’aria. L’Obelisco era giunto lì da poco, prima tappa del suo cammino, speranzoso che si avverasse l’evento tanto atteso, di cui le leggende millenarie parlavano.
Fu da subito sorpreso nell’accorgersi che questo luogo fosse pervaso dal più totale silenzio, una quiete così perfetta da sembrare innaturale, e addirittura assordante. L’ambiente si era completamente ammutolito, e per una evidente ragione: non solo non vi era alcuna forma di vita animale, ma addirittura il vento era completamente svanito, soppresso. Da ciò, L’Obelisco ebbe la conferma che aveva raggiunto il posto giusto.

Aveva già fatto molta strada, ma non era stanco nelle membra, né nell’animo: sarebbe stato pronto a fare un viaggio cento volte più lungo se fosse stato necessario alla sua ricerca; ciò a cui stava per assistere avrebbe fatto la differenza fra l’inizio di una lunga avventura e la definitiva perdita della speranza di trovare le proprie origini, e così pure il proprio destino.
“Ad Akhàtuan, sul Colle dei Nove Venti, apparirà lo Spirito del Grano, anima di frumento dal volto immerso nel sole: colui che è mille spighe d’oro intrecciate. Esso si mostrerà al figlio dell’uomo a cui è celato il proprio passato”, così era scritto.
Negli anni addietro, molte volte L’Obelisco si era ripetuto nella mente questa filastrocca popolare. Sarà perché avesse un suono familiare, sarà perché il giovane umano si sentiva coinvolto da questa storia, o perché non aveva mai smesso di chiedersi chi fossero i suoi veri genitori, che ancora in fasce lo avevano abbandonato in prossimità del villaggio di Battrabae, molte volte se la era ripetuta con incessante curiosità. Del resto erano molti fra i suoi conoscenti a credere che questo antico detto avesse a che fare proprio con lui: da parecchi anni non vi era notizia di un essere umano vivente, fra tutte le terre conosciute.
Alcune delle menti illuminate dell’epoca definivano il fenomeno della razza umana una ‘bizzarria della storia’: nessuna razza di creature si era mai sviluppata in fretta come quella degli uomini; in poche migliaia di anni era divenuta numerosissima ed estremamente potente ed evoluta, in cultura, in forza bellica, in ricchezza. Poi più nulla. Questi umani erano scomparsi altrettanto in fretta; non si sapeva come, o dove fossero andati. Ma in verità, nessuno ci faceva troppo caso, non i faucoguari del sud, e neppure le ninfe e i quotaz delle regioni dei laghi, tantomeno i battra o i gasteroidi che abitano le paludi variopinte. Gli umani avevano semplicemente fatto il loro tempo, così dicevano tutti, e il loro posto stava nelle favole e nelle storie del passato.
Ma L’Obelisco non apparteneva né alle une né alle altre, lui era vivo, ed era umano, come non se ne vedevano da lungo tempo. Per alcuni egli costituiva uno scherzo anacronistico di madre natura, altri sostenevano che tutto sommato gli uomini dovessero ancora vivere da qualche parte e il ragazzo ne era in qualche modo la prova. Fatto sta che L’Obelisco oramai non poteva più accontentarsi delle dicerie del suo villaggio, degli insegnamenti dei battra anziani, delle vaghe notizie sui suoi antenati narrate nei libri di storia. Aveva deciso da tempo di sapere cosa di vero ci fosse in quel poco che conosceva dell’umanità, voleva scoprire la sorte toccata ai propri padri: e l’unico modo che aveva era quello di verificare se una antica profezia legata alla sua gente fosse priva di fondamento oppure no.
Chiaramente, aveva anche tentato di portare avanti questa ricerca con metodi più convenzionali, ma né le biblioteche ancestrali di Cultopia, né le sfere di cristallo dei madracanti avevano fornito risultati soddisfacenti o attendibili; rivolgersi allo spirito sul Colle dei Nove Venti era la sua ultima e unica risorsa. E tutti concordavano che fosse quella la via giusta che il giovane dovesse intraprendere: la pensavano così anche gli arbutoli, e i giak, e persino i mutti di muschio che popolano le valli occidentali.
Seguendo i loro consigli, L’Obelisco si era incamminato verso il Colle dei Nove Venti, nel cuore dell’Akhàtuan; verso il luogo da cui, si racconta, scaturiscono le correnti d’aria che vanno a lambire le terre conosciute; Il luogo dove campi di cereali senza fine prosperano e crescono spontanei, indisturbati; dove per tutto l’anno è la calda estate di luglio; dove sempre sereno è il dì, sempre piovosa la notte.

Doveva essere quasi mezzogiorno. L’Obelisco si fece coraggio, e si incamminò nella distesa di grano, a passo lento ma deciso. Quella piana dorata di spighe pareva un mare, ma del tutto privo di increspature. Immerso in questo oceano nel quale affondava solo fino alla coscia, il ragazzo dovette ripararsi gli occhi dallo splendore abbagliante che gli si parava davanti. I suoi capelli biondi e la sua pelle solo leggermente brunita sembravano quasi mimetizzarlo in questa calda atmosfera. Con la stessa determinazione, quindi, si fermò; e stette immobile nella posa eretta e fiera che lo caratterizzava: il suo nome era L’Obelisco, e questa postura slanciata era il suo modo per darvi un significato concreto.
Già… il nome. Persino i lagomocri e i micossidi, entrambi noti per annoverare nomi fra i più strampalati che si siano mai sentiti, trovavano il nome del giovane uomo alquanto insolito; tuttavia egli era già più unico che raro per il solo fatto di essere un umano, un nome atipico addosso a lui non stonava di certo. Egli, dopotutto, lo portava con orgoglio: a quanto pare era il suo unico legame con i veri genitori, oltre a un piccolo pendente di bronzo con sopra inciso: “L’Obelisco”. I suoi familiari adottivi di Battrabae avevano trovato il monile accanto al suo corpicino piagnucolante di pochi mesi, e lo avevano battezzato di conseguenza.
Ma ora, da questo preciso momento, altri, nuovi elementi avrebbero potuto ricondurlo ai suoi simili: se solo fosse riuscito a mettersi in contatto con lo Spirito del Grano di cui parlava la poesia; se solo, in questo giorno rovente, si fosse incontrato faccia a faccia con il proprio destino.

Poco più indietro era rimasto sulla strada sterrata l’ingegner Snale, che ormai da diversi giorni lo stava accompagnando, e certo non v’era da stupirsi se anche in un momento simile avesse ripreso a martellare con la sua usuale perizia. Era sufficiente che il suo aiuto non fosse richiesto per breve tempo, e subito ritornava a concentrarsi sul suo garacargo, applicando con estrema precisione e cautela le riparazioni, e le modifiche che aveva già da tempo pensato di apporvi.
Questa volta stava fissando una nuova placca metallica alla struttura, giusto sopra l’oblò sul lato destro. Quella vecchia era stata completamente arrugginita dalle piogge: era il tempo di rinnovarla. Due delle sue quattro antenne retrattili si erano intrufolate sotto il pannello, le altre due lo osservavano con precisione tecnica da sopra, in questo modo poteva avere una visione completa del nuovo componente nel momento stesso in cui questo veniva inchiodato alla parete. Poi, completata l’operazione, spalmò con cautela tutta la lastra con il suo fluido corporeo, come faceva usualmente: è risaputo che la schiuma di un gasteroide sia un ottimo fissante antiruggine.

Snale era stato di poche parole lungo il viaggio, del resto il suo incarico era di supportare L’Obelisco in questa specie di impresa, certamente non di fare salotto. E in virtù della sua distinta professionalità non aveva intenzione di svolgere compiti diversi da quelli assegnati.
Tuttavia era diventato improvvisamente loquace ai piedi del Colle dei Nove Venti. L’Obelisco s’era accorto che questo inaspettato tentativo di fare conversazione tradiva forse un’inquietudine inspiegabile, come se quel gasteroide percepisse in qualche modo il progressivo avvicinarsi di una forza segreta, invisibile. In verità erano loro che si stavano avvicinando, sempre più prossimi alla collina che si ergeva solitaria in mezzo alle aperte pianure, a rompere la monotonia del paesaggio. Lo stato di turbamento del compagno di viaggio aveva reso l’umano ancora più motivato sul da farsi.
Dopo aver risalito insieme buona parte del pendio settentrionale del colle, seguendo la mulattiera, L’Obelisco aveva chiesto di poter proseguire da solo, invito accolto con grande sollievo dall’ingegnere, che si era fermato e messo al lavoro; e questo pareva tranquillizzarlo a sufficienza.
I contadini dei terreni circostanti avevano messo in guardia i due viaggiatori da questo luogo: -Fareste meglio a starne alla larga, quel posto mette i brividi! -. Ma nessuno che fosse in grado di spiegare cosa ci fosse di realmente inquietante, era solo una sensazione che tutti avvertivano addentrandosi sul monte. Ebbene, L’Obelisco non era in grado di percepire questa ‘presenza’; anzi il suo animo dapprima dubbioso e incerto, per la paura di scoprire che la leggenda non avesse alcun legame con la realtà, si era fatto più sicuro e sereno man mano che risaliva il pendio per la strada sterrata.
Si chiese se il fatto di essere umano fosse la causa di anche questa stranezza; o meglio: il fatto di essere l’unico umano, forse l’ultimo rimasto.

E ora era lì, nell’attesa che questa misteriosa essenza si manifestasse a lui.
Aspettò del tempo, e passò mezzogiorno. L’Obelisco Cominciò a pensare che dovesse essersi sbagliato, che nulla di vero ci fosse in questa profezia, o magari che non fosse sufficiente andare nel posto giusto e aspettare: magari era necessario compiere qualche gesto particolare, recitare una formula. Poi si rassegnò: — Che sciocco sono stato! -, si disse ad alta voce, — Credere ancora alle favole… dovrei crescere invece. Beh, è stato un bel viaggio -.
Ebbe il tempo di voltarsi indietro e guardare nella direzione dell’ingegner Snale, che era ormai a buon punto nella sua opera di restauro, quando L’Obelisco avvertì qualcosa; qualcosa che, gli parve, stesse accadendo proprio di fianco a lui. Volse lo sguardo nella direzione che stava fissando poco prima: qualcosa stava veramente accadendo.


Capitolo 2 — Vita in superficie

Ambrielle continuava a fissarsi allo specchio, confusa, persa nei propri pensieri. Osservava con attenzione la propria immagine, commiserandosi, maledicendosi. Poi passava a guardare lo specchio stesso che rifletteva la propria immagine, limpido e ovale; seguiva con gli occhi la cornice di corallo rosa, e le forme che questo creava con molteplici ramificazioni. Poi ancora la sua vista cadeva sulla scrivania, e si soffermava sui ricordi contenuti in tutti gli oggetti, in tutti i dettagli che erano presenti sul quel ripiano, nei cassetti, nei cofanetti. Infine era il suo volto riflesso ad attirare nuovamente la sua attenzione, e a farla ripiombare nella nostalgia e nel rimpianto.
Quando sai che stai per lasciarti alle spalle tutto ciò che sei stata, per voltare pagina e vivere una nuova vita, allora ti rendi conto del valore posseduto da tutto ciò che ti sta intorno, che ti caratterizza ed è parte di te, di quella te che stai per perdere per sempre.
E quella te che vedi oltre lo specchio, è colei che sarai, che sei destinata a diventare.
Questa certezza era fonte di enorme dolore in Ambrielle, che pur essendo splendidamente abbigliata e acconciata per l’imminente cerimonia, scrutava con disgusto la propria immagine oltre la superficie liscia. I dieci tentacoli che le spuntavano dalla sommità del capo e dalla nuca erano intrecciati a formare una morbida chioma, adorni di nastri, di fiocchi e gemme. Indossava un abito intero, stretto e lungo, che lasciava scoperte le spalle e le braccia, e seguiva le forme sinuose del suo corpo longilineo. A partire dai fianchi scendevano due lunghi spacchi laterali, e da qui il vestito si stringeva fino ad arrivare alle caviglie. Era l’abito da sposalizio per le future mogli di un nobile del lago di Aquabah, perfettamente conforme alla tradizione. Era studiato per lasciare scoperte le sottili membrane che spuntano verso l’esterno da braccia e gambe degli squirenidi, per tutta la loro lunghezza e ampie mezza spanna o poco più, e permettono a questa razza di nuotare compiendo il minimo sforzo; proprio come le seppie si muovono in acqua.
Le sue sorelle, ne era certa, erano incredibilmente felici di indossare quell’abito, e lo avrebbero sfoggiato in tutto il suo splendore al banchetto dopo la funzione: ogni squirena adolescente aspetta con ansia il momento in cui viene accolta nella casa del nobile. Fra le giovini che, quell’anno, avevano raggiunta l’età per maritarsi (per la precisione quarantacinque anni nelle società degli squirenidi, ovvero appena uscite dalla adolescenza), diciotto erano state promesse ad Utumno, duca dei flutti settentrionali ad Aquabah. Ambrielle era una di queste, e oggi sarebbe stato il fatidico giorno.

Da millenni questa era la tradizione; un’usanza discesa da necessità biologiche: nel popolo degli squirenidi è rarissimo che nasca un maschio. Può capitare che una coppia dia alla luce cento figlie tutte femmine, e nessun bambino; per questa ragione nella loro società i maschi siano considerati delle benedizioni. E l’erede della famiglia avrà il compito di costruire un harem con centinaia di mogli attorno a sé, nella speranza di concepire a sua volta un figlio.
L’ultima generazione era stata particolarmente fortunata: in tutto il popolo del lago ben sette maschi erano nell’età fertile. Utumno era, fra questi, uno dei più piacenti d’aspetto, e gentile d’animo. Anche per questo, le coetanee anch’esse assegnate al bel nobile, si sentivano estremamente fortunate, e contavano con ansia le ore e i minuti prima dell’inizio della cerimonia, emozionate. Per Ambrielle era diverso. L’intera faccenda: la tradizione, il rapporto con il marito, la responsabilità di partorire un erede maschio, era percepita da lei in maniera differente. Proprio lei, dai lineamenti così delicati e femminili che da tempo non si vedeva una giovane squirena così bella, a cui la veste cerimoniale calzava a pennello e ne esaltava le forme, proprio lei era l’unica ad essere triste, a sentirsi smarrita, svuotata.

Richiuse l’astuccio a conchiglia dove teneva i trucchi, ma non lo ripose subito nel suo usuale cassetto: lo teneva in mano, lo stringeva, lo guardava, ma il suo sguardo era perso nel vuoto, assente. Continuava a chiedersi il perché. Perché non era come le sue sorelle? Perché non poteva godersi questo momento, come avrebbe dovuto? Perché era colma di sofferenza e solitudine, anziché di gioia e serenità?
Ebbe allora la conferma che la causa di questa sua diversità era l’attaccamento ai racconti e alle favole che leggeva da fanciulla: storie sulla gente di terraferma, che vive all’asciutto, sopra la superficie dell’acqua. I popoli che abitavano lassù erano così diversi! Dalle forme più strane e dai costumi più bizzarri; la piccola Ambrielle adorava soffermarsi sui particolari, e più volte ritornava sulla stessa pagina, per cercare di incamerare più dettagli possibile e costruirsi nella mente un’immagine di questo mondo. Le era anche capitato, rare volte, di uscire dal lago, per passeggiare lungo le spiagge che lo costeggiavano: gli squirenidi sono infatti in grado di respirare sia dentro che fuori dall’acqua, ma evitano di allontanarsi troppo dal loro elemento, in quanto la loro pelle si asciuga in fretta e quando ciò accade rischiano di disidratarsi con spiacevoli conseguenze.
Ambrielle si sentiva terribilmente impacciata fuori dall’acqua: le membrane natanti erano completamente inutilizzabili, in più le sue gambe non erano abituate a sopportare il pieno peso del suo corpo, e si muoveva goffamente; ma la sua curiosità per quel mondo stravagante superava il suo imbarazzo, e col tempo imparò a camminare. Ebbe anche il piacere di conoscere alcuni strani personaggi dei popoli che abitavano attorno ad Aquabah, in particolare dei battra, che sono anch’essi una razza anfibia, e si lanciava in lunghe conversazioni con costoro; si faceva raccontare tutto ciò che poteva concernere con la vita in superficie, e confrontava le informazioni ottenute con quelle presenti sui suoi testi.

Ma i racconti che in assoluto prediligeva erano quelli sugli esseri umani. Li trovava fenomenali! Gli uomini protagonisti delle leggende di avventura a lei note erano unici nel loro genere: capaci di compiere incredibili gesta e immani sacrifici, persino mettere in dubbio i propri valori, tutto per inseguire i loro sogni. Spesso erano desideri al di là di ogni possibilità, eppure questo non li scoraggiava affatto. Devoti al loro ideale personale, gli umani erano in grado di spostare montagne. Proprio non riusciva a capire come una razza di individui così attivi e determinati fosse potuta svanire senza lasciare traccia. Forse la loro grande forza di volontà era stata causa sia della loro smodata crescita che del loro rapido declino? Questo non poteva saperlo. Ciò che sapeva, e che più d’ogni altra cosa suscitava il suo interesse, è che in queste storie epiche, uno dei sogni più ricorrenti che portavano gli uomini a compiere le loro imprese, era uno strano fenomeno, che veniva descritto con il nome di “amore”.
Quando chiedeva ai suoi amici che vivevano all’asciutto cosa sapessero sull’amore, questi rispondevano con tono disinteressato: — L’amore? Piccola squirena, ma che vai a preoccuparti di cose simili? L’amore è una “cosa da umani”: serve solo a farti girare la testa e agire in modo irragionevole. Lascia perdere, sarà meglio per te -.
Da quello che la giovinetta aveva compreso di questo concetto, è che doveva essere una specie di sentimento, ma così forte da non poter essere contenuto nell’animo di una singola persona. Sembrava scaturire dal rapporto di due individui, un uomo e una donna, che si considerassero l’un l’altro speciali, in qualche senso. Poi sorgeva il desiderio di stare insieme, e il dolore della lontananza; così pure la preoccupazione che questo sentimento fosse ricambiato, l’intenzione di proteggere e rendere felice il proprio partner, e persino la voglia di scambiarsi dimostrazioni d’affetto con il contatto fisico e il rapporto sessuale.
Per Ambrielle questo “amore”, questo sogno degli uomini pareva così meraviglioso! Non riusciva a comprenderlo nella sua pienezza, era consapevole di ciò; tuttavia la coscienza che fosse possibile provare qualcosa di simile nei confronti di un’altra persona la affascinava immensamente. Che questo sentimento fosse prerogativa degli umani, o magari delle genti di superficie? Avrebbe voluto tanto sapere la risposta.
Nella società degli squirenidi, questo concetto è totalmente sconosciuto: una squirena deve fare del suo meglio per compiere il suo dovere, nei confronti del marito e della famiglia. Punto. Non è prevista l’opportunità di inseguire i propri sogni, tantomeno un sentimento che affonda le proprie radici in un rapporto molto stretto e intimo fra due individui, maschio e femmina. Un sentimento che non ha posto per altre, dozzine di mogli. Un sentimento impossibile.
Ambrielle era conscia del fatto che la sua vita, presente e futura, e quella vita in cui immaginava se stessa come personaggio di un racconto di umani non avrebbero mai potuto conciliarsi. Non avrebbe mai scoperto il significato dell’inseguire disperatamente un desiderio, né avrebbe conosciuto il misterioso amore. Ma aveva sempre avuto difficoltà ad abbandonare definitivamente la speranza: e infatti la sua curiosità non venne meno negli anni che passarono, e nei quali l’adolescente divenne una bellissima giovane squirena.
- Ambrielle, tesoro, sei pronta? E’ un’eternità che sei chiusa dentro! Se hai bisogno di aiuto con il vestito ti posso dare una mano. Lascia che la tua mamma ti aiuti, va bene tesoro? Dobbiamo sbrigarci o faremo tardi alla parata di apertura -. Sua madre bussò con insistenza alla porta della sua cameretta, che da quel giorno sarebbe di sicuro rimasta vuota. Questo la riportò al presente, e tutti i ricordi che stavano affiorando vennero richiusi nel profondo della sua memoria.
Solo da poche ore aveva accusato lo scontro con la dura realtà. Aveva raggiunto l’età per maritarsi, ed era il momento della sua vita in cui avrebbe dovuto rinunciare per sempre alle sue utopie puerili. Lei non era un umano, non era il suo destino ribellarsi alle tradizioni della sua gente… per fare cosa poi? Per andare dove?
Si sentiva stupida. Stupida per aver sperato solo di poter inseguire un sogno, un sogno privo di alcun fondamento. Se avesse potuto sarebbe scoppiata in lacrime, tanto aveva bisogno di sfogarsi, ma gli squirenidi non sono in grado di piangere, uno degli svantaggi della vita subacquea. Poté solo reprimere il rimpianto e la tristezza di cui era colma. Era ora. La cerimonia sarebbe iniziata fra pochi minuti.
Sistemò per l’ultima volta gli oggetti nella sua stanza, collocandoli nelle loro rispettive posizioni come era abituata a fare. Poi fece un lungo respiro.
- Va bene mamma, ho capito! Sto uscendo -. E si chiuse la porta alle spalle.


Capitolo 3 — Magia sperimentale

  • Silenzio! — Per la prima volta durante quell’udienza il Sommo Arcimaestro del Circolo Infuocato, Blaator kos Flamerule, aveva aperto bocca. Al suo ordine l’intera commissione tacque; neppure il ronzio di un moscerino si udiva in aula. La tensione si tagliava con il coltello: era raro che il Sommo Arcimaestro prendesse parola nelle riunioni pubbliche, anche quando si trattava di deliberare mozioni disciplinari, come nel presente caso. Il suo ingresso attivo nella discussione, incentivato dalla lunga pausa che ne seguì, poteva essere solo un brutto segno. — Signor Vargas, il suo comportamento al cospetto di questa corte è semplicemente oltraggioso! Inammissibile! -. E nel terminare la frase, con la sua voce stentorea, il Sommo Flamerule picchiò con violenza con il pugno sul tavolo. Proprio con il suo pugno a sei dita e quattro segmenti di falange per dito, caratteristica inconfondibile della razza madracante. Seguirono poi altri lunghi, interminabili secondi di silenzio.
    In quel lasso di tempo, Vargas, giovane studioso di arti magiche elementali, allievo presso l’accademia del Circolo Infuocato (almeno fino a questo momento), ebbe appena il tempo di ripercorrere nella mente le tappe che lo avevano condotto a cacciarsi in quel terribile guaio.

La scelta di intraprendere la carriera per diventare un esperto del Circolo era stata presa di comune accordo con i suoi familiari. Il villaggio di Xabixian, dove vivevano, avrebbe presto avuto bisogno di un nuovo guardiano del fuoco: quello precedente era anziano, e aveva a malapena la forza per domare gli incendi con le sue capacità magiche. Xabixian è un grazioso paesello che sorge proprio nel mezzo della valle di Mezzaluna, in una spaziosa radura circondata da fitta boscaglia, abitato quasi interamente da elafotauri. Questa è una razza di creature maestose e nobili: la parte inferiore del loro organismo è identica al corpo di un cervo, sormontato da torso, braccia e testa umanoidi; solo i maschi adulti esibiscono, in cima al capo, due grandi impalcature di corna ramificate. Alcuni osservatori poco brillanti talvolta hanno scambiato membri di questa razza per centauri, loro lontani cugini di dimensioni notevolmente maggiori; nulla di più sbagliato: gli elafotauri sono un popolo pacifico e dalla mentalità aperta, niente a che vedere con quei violenti e irascibili uomini-cavallo.
Ora, essendo una comunità situata in un contesto boschivo, quello di guardiano del fuoco è un ruolo di notevole importanza all’interno della società di Xabixian, in quanto protettore dell’ambiente circostante. Fin dai primi anni di vita, il piccolo Vargas aveva mostrato eccellenti facoltà intellettive, una spiccata rapidità di comprensione, e una particolare attitudine nonché interesse alla magia. Questo spinse i suoi genitori ad indirizzarlo alla formazione scolastica nelle arti magiche, e il giovane elafotauro rispose bene agli incoraggiamenti.
Appena ebbe raggiunta l’età necessaria per poter essere accolto nell’ambiente accademico, partì dall’amato villaggio, con i migliori auguri dei suoi concittadini. Il viaggio fu breve, e la moderata fatica cancellata all’istante, nel momento in cui apparvero innanzi ai suoi occhi i sontuosi palazzi e le altissime torri del Taalsed-Anud-Tiersen, la rinomata università di magia del Circolo Infuocato. Era un complesso di edifici strabilianti, tutt’altra cosa rispetto alle abitazioni in legno del suo villaggio natale.
Si raccontava fosse stato costruito dagli uomini, come tante altre cose. Anche la magia pareva fosse stata una loro scoperta; e la quasi totalità dei testi magici, dei riti e degli incantesimi conosciuti all’epoca doveva essere frutto dello studio compiuto della razza umana. Almeno così si diceva. Ormai erano parecchi secoli che la cultura magica era aperta a tutte le razze intelligenti, ed era rimasta nel pieno della sua diffusione anche dopo la totale scomparsa degli umani dalle terre conosciute. C’era chi sosteneva che questi umani, nel tentativo di ampliare gli orizzonti del sapere in fatto di magia, fossero stati colpiti da chissà quale maleficio che si era rivoltato loro contro. E per questa ragione si erano dissolti.
Vargas non si faceva certo abbindolare da simili dicerie infondate: aveva una gran stima degli uomini. Erano infatti l’unica razza ad avere il coraggio di mettere in discussione ciò che veniva insegnato loro, e a compiere con orgoglio i propri sbagli. Negli anni cominciò a credere che questa volontà di sperimentare di persona gli effetti che si verificano sotto le opportune condizioni, fosse la chiave che aveva permesso loro di penetrare così a fondo nel campo della sapienza magica.

Intanto la formazione accademica di Vargas procedeva egregiamente. Molti docenti, anche fra i madracanti che in generale rivestono i ruoli più influenti nell’ambiente scolastico, lo ritenevano un allievo dotato e diligente. La sua sete di conoscenza si ripristinava in fretta, le poche volte in cui veniva saziata. A soli quattro anni dal suo ingresso nell’istituto, un tempo sorprendente breve, si graduò con il massimo dei voti e ottenne lo status di “apprendista praticante del Circolo Infuocato”.


Il grado di apprendista praticante è il livello più basso per uno studente di Taalsed-Anud-Tiersen per poter accedere ai laboratori di magia: gli apprendisti hanno l’opportunità di mettere in pratica quanto appreso negli anni passati, che sono esclusivamente di studio rigoroso. Viene loro offerto il permesso di lanciare i primi incantesimi, e i riti magici più semplici. In aggiunta, possono consultare gli antichi tomi del sapere situati nell’ala della biblioteca ad accesso ristretto.
In questi volumi, la cui lettura è severamente proibita ai novellini, è descritto l’ampio disegno che gli umani avevano della magia. Da ciò che Vargas apprese dai testi mistici, capì che gli uomini concepivano la forza magica come l’energia costituente di un mondo parallelo, sovrapposto alla realtà, simile nel significato ma differente nelle forme. Anche se questi due mondi sono messi perfettamente a contatto, vi è un filtro sottilissimo che impedisce all’energia magica di permeare nel piano degli oggetti. Talvolta, per fluttuazioni casuali nella trama di questo filtro, vi sono manifestazioni impreviste della sostanza magica: i cosiddetti fenomeni paranormali. Il punto cruciale nell’arte della magia è che, attraverso la volontà e la forza mentale di un individuo, è possibile lacerare il filtro in maniera controllata. E’ la stessa operazione di volere la magia che ne permette l’accesso; formule, gesti, artefatti incanalatori sono soltanto dei catalizzatori di questo processo. La possibilità di manipolare la magia scaturisce innanzitutto dalla mente.

Vargas divorava gli scritti dell’ala riservata con avarizia, facendo tesoro del testamento lasciatogli dagli umani. — E’ perfettamente chiaro –, sosteneva, — gli uomini hanno mostrato di essere una razza di grandi sognatori, gente incredibilmente attiva. E’ questo che ha aperto loro le porte del mondo magico! Il desiderio di scoprire nuove forme, nuove manifestazioni della magia ha prodotto tutto il sapere che possediamo oggi -. Se la sua teoria si fosse limitata a ciò, non vi sarebbe stato problema alcuno. Ma muoveva anche un serio affronto — Gli umani avevano il metodo giusto, l’approccio corretto. Loro sapevano come studiare la magia: andando oltre! Non accontentandosi. E’ come ci fanno studiare qui all’accademia che è sbagliato. Gli studenti non sono incoraggiati a produrre nuova conoscenza; la ricerca non esiste. Ecco perché da cinquecento anni si studiano sempre le stesse cose. Ci si siede sugli allori, e questo è più che insensato, è terribile! -.

Con queste idee in mente cominciò a criticare la didattica, e i metodi di insegnamento. Dapprima il corpo docente pensò che fosse un suo tentativo di ribellione momentaneo, simile ad una crisi adolescenziale, ma poi si convinse che il fatto di idolatrare gli umani lo avesse portato su una cattiva strada. Vargas cercava sempre di sperimentare qualcosa di nuovo, specialmente in laboratorio, dove mostrava palesemente il suo allontanamento dall’approccio ortodosso e dogmatico in vigore all’accademia. Molti degli insegnanti che prima lo stimavano, ora lo biasimavano, lo ritenevano un giovane dotato che aveva gettato il proprio talento. In aggiunta a ciò le sue idee riformatrici potevano essere pericolose: bisognava impedire che queste “teorie” sul metodo sperimentale applicato alla cultura magica raggiungessero le orecchie degli studenti più giovani. Vargas era diventato un personaggio odiato e scomodo.
L’evento che diede l’opportunità al consiglio scolastico di sbarazzarsi di lui, almeno momentaneamente, non tardò a presentarsi. Il giovane elafotauro apprendista stava cercando di dimostrare una sua ipotesi sul legame che la magia informe avesse con gli elementi primi della materia; preparò un incantesimo elaborato da lui stesso, e lo mise in pratica in laboratorio. L’inesperienza ebbe la sua parte: la situazione infatti gli sfuggì di mano, e finì per combinare un bel disastro. Per fortuna nessuno rimase ferito, ma lui non se la cavò con una semplice sgridata. Venne convocata la commissione disciplinare per deliberare sulla punizione da impartirgli.

- La vostra condotta è riprovevole, apprendista Vargas. Avete commesso seri danni all’interno dei laboratori: incluso lo spegnimento di sette bracieri magici secolari. Siete al corrente che la loro riaccensione richiederà anni nonché notevoli quantità di denaro? -, lo provocarono i judicantes del comitato, durante l’udienza. — Signori della commissione, mi rendo conto del fatto che ho commesso un grave errore durante l’evocazione magica; sono cosciente del danno arrecato alla scuola, e sono pronto a essere punito per questo, e a fare del mio meglio per rimediare. Tuttavia capite che è necessario talvolta fare dei sacrifici… -. — Sacrifici? I sacrifici si fanno per raggiungere uno scopo nobile! Il vostro è stato un atto di puro vandalismo -. — Come potete dire questo? Avete visto cosa sono riuscito a fare: ho creato l’acqua! -. — Piuttosto direi che avete inondato i laboratori, e non dovreste essere fiero del risultato che avete ottenuto. Questo è il Circolo Infuocato! Creare o manipolare acqua non è materia contemplata in questa sede -. –Ma non capite? Ho sviluppato nuova magia; e inoltre ora so che la mia ipotesi sulla forza elementale è corretta. Se solo mi concedeste più tempo…-.
- Silenzio! — Per la prima volta durante l’udienza il Sommo Arcimaestro aveva aperto bocca.
Ecco com’era andata.
E non era un buon segno, no di certo.

- Apprendista praticante Vargas, la vostra formazione qui all’accademia di magia Taalsed-Anud-Tiersen è ufficialmente sospesa, per una durata minima di tre anni. Se poi vorrete essere riammesso ai corsi, dovrete riparare ai danni arrecati alla scuola e alle sue strutture. Vi sarà inoltre richiesto di rinunciare ai vostri metodi di studio irrispettosi, folli e pericolosi. Solo allora avrete la possibilità di riprendere gli studi -. Questo era il verdetto.
Appena le sue orecchie udirono queste parole, si sentì sperduto, sconfitto, demoralizzato. Pensò ai propri genitori, a quanto delusi sarebbero stati. Pensò a tutta la fatica fatta in passato, per elaborare un nuovo modo di avvicinarsi alla magia: sarebbe tutto stato vano.
Poi gli tornarono alla memoria le conoscenze che aveva appreso sugli uomini: loro non si facevano scoraggiare dagli ostacoli sul loro percorso. Se avevano un obiettivo lo perseguivano a testa bassa. Come per la magia, così per tutto il resto, sempre affrontavano le difficoltà.
Loro non si arrendevano.
Ma che diamine! Avevano ragione anche su questo.
- No signori! -, Vargas si era ripreso, ed era più determinato che mai — Non sarete voi a sospendermi. Sono io che decido di andarmene dalla scuola! E me ne vado! Non ho più bisogno di questo posto, che è soltanto un cimitero per le idee. Continuerò a studiare la magia come lo facevano gli umani, e lo farò da solo. E vedrete! Vi farò vedere che avevo ragione io, che la magia è una disciplina viva! E adesso basta. Addio -. Si allontanò dall’aula prima che il consiglio si riprendesse dallo sgomento per le provocazioni che l’allievo aveva avanzato.
Nel frattempo Vargas provò qualcosa dentro di sé, una sensazione nel petto che sembrava stesse per scoppiare. E lo caricava di forza, lo riempiva di una energia calda, incontenibile. — Questa deve essere l’arroganza degli uomini -, suppose, ridendo fra sé e sé.
Assemblò un leggero bagaglio e partì. Nel giro di un ora era già lontano.


Capitolo 4 — La voce del ciclone

All’improvviso un turbine di vento si alzò dal nulla. Era un poderoso vortice d’aria, che in breve divenne stracarico di polvere, paglia, e terra, e lo avvolse completamente fino a richiudersi sopra la sua testa. L’intensità della burrasca continuava ad aumentare, a dismisura. In pochi secondi il materiale sollevato dal suolo divenne così denso in quella inaspettata bufera, che la visuale dell’esterno fu completamente oscurata.
L’Obelisco si trovava in trappola, esattamente nell’occhio del tornado.
Fino a poco prima era calma piatta: la tempesta di detriti che ora lo teneva in pugno si era levata in un batter di ciglio, in maniera altrettanto innaturale quanto lo era stata poco prima l’assenza del minimo soffio di vento. Ora il giovane uomo era immerso nel buio più totale, mentre centinaia di sassi, zolle di terra e fasci di spighe roteavano a velocità impressionanti a pochi palmi di distanza dal suo corpo; ed erano tutt’intorno e sopra di lui, resi taglienti come rasoi dalla forza trascinatrice del vortice. Al più perfetto silenzio si era sostituito un boato continuo e assordante, capace da solo di gelare il sangue nelle vene. L’aria divenne irrespirabile a causa delle polveri sospese in essa.
L’Obelisco capì all’istante di trovarsi in serio pericolo. Già si sentiva più leggero sulle gambe: se avesse continuato ad accrescersi a quel ritmo, presto il ciclone lo avrebbe sollevato da terra. E allora, molto probabilmente, sarebbe stato spacciato.
Senza pensarci due volte, si lanciò, buttandosi con tutto il proprio peso, contro la parete interna del muro di vento che lo teneva rinchiuso, coprendosi come meglio poteva il volto con le braccia. Ma finì per schiantarsi inutilmente con la marea di rocce, fango e frumento tenuta in sospensione, che lo colpì con violenza e lo fece rimbalzare indietro. Cadde supino nel punto da cui aveva spiccato il balzo, ferito, seppur leggermente, al braccio destro e graffiato su una guancia. Cercò di rialzarsi. Ci riuscì a malapena e con enorme difficoltà, tanto la spinta del vortice ostacolava il suo equilibrio.
Sforzandosi di non perdersi d’animo, si preparò per tentare una seconda volta ad uscire da quella orribile prigione, caricando a testa bassa. Ma venne interrotto: fu proprio allora che udì per la prima volta la “sua” voce.
- Chi sei tu? — L’Obelisco ebbe l’impressione di distinguere queste parole in mezzo al rombo del tornado. Questa voce pareva confondersi e al tempo stesso distaccarsi dal rumore stesso del ciclone. Era l’ululato di mille correnti d’aria che fendono le montagne, di centinaia di alberi sradicati da uragani: sembrava la voce stessa del vento. Violenta e furiosa.
- Chi sei tu? — Chiedeva con insistenza la voce del vento. Una voce così spaventosa che avrebbe gettato nel panico anche l’orcput più audace. Per un istante L’Obelisco si sentì sopraffatto dalla paura: ecco come sarebbe finito quel viaggio, prima ancora di cominciare.
Ma proprio questo pensiero riportò lucidità alla sua mente: gli balenò in testa la ragione per cui aveva intrapreso quella ricerca. Trovare le proprie origini, questo era il suo scopo. Egli aveva, non solo il dovere, il diritto di andare a fondo in questa missione. E la manifestazione a cui stava assistendo era la prova di cui aveva bisogno per assicurarsi che ci fosse una speranza. Con questa idea scaturita nel suo cuore, L’Obelisco si sentì pervaso da un immane coraggio. Il timbro della sua voce era scaltro e deciso quando rispose alla domanda postagli.
– Io sono il figlio dell’uomo a cui è celato il proprio passato -, gridò a pieni polmoni. — Sono l’essere umano che sta cercando la via percorsa dai suoi padri, coloro che sono scomparsi, coloro che lo hanno abbandonato in questo mondo senza simili. E ho intenzione di seguire le loro tracce, per conoscere, per capire le ragioni che li hanno condotti dove sono ora. Sono giunto ad Akhatuan, sul Colle dei Nove Venti per far avverare la profezia che mi mostrerà il cammino. Sono L’Obelisco, e sono qui perché il mio destino si compia! -.


Il turbine inferocito proseguì solo per un istante.
Poi più nulla.
Il vento si era placato, d’un tratto. Senza preavviso. Esattamente come era arrivato.

La polvere e il terriccio che oscuravano il cielo si depositarono al suolo, e il sole tornò a splendere. L’Obelisco, incredulo ma sollevato, si coprì gli occhi con una mano, sentendosi inondare di luce. L’aria era pulita e respirabile. Tutto come se nulla fosse accaduto. Rasserenato era anche il cuore del ragazzo, nel quale si era ravvivata la speranza, e ora ardeva come un’enorme braciere.
L’unico indizio che lasciasse presagire ciò che era accaduto in quei brevi minuti, ma che vissuti in prima persona sarebbero parsi interminabili, era un enorme circonferenza disegnata nel grano, del raggio approssimativo di quindici metri, all’interno della quale il frumento era stato completamente divelto.
Appena L’Obelisco ebbe riacquistata la vista, si guardò intorno, cercando con lo sguardo una risposta, un indizio, la causa di tutto quel trambusto. Girò su se stesso più di una volta, indagatore.
Poi lo vide.

A solo pochi passi da lui, eccolo. Il gigante.
Questa enorme catasta di paglia, e fieno, e spighe intrecciate, era viva: si muoveva. Pareva una gigantesca balla, un covone alto circa tre metri, forse di più. Eppure aveva un torso, e gambe e braccia. Aveva anche quella che si sarebbe potuta definire una testa; era piazzata in mezzo alle spalle, di forma vagamente rettangolare, e che mostrava delle fattezza facciali umanoidi appena accennate: una protuberanza, che doveva essere il naso, e ai suoi lati due incavi, poco profondi, a delineare dei possibili occhi. Ogni arto, ogni parte di questo colosso era composta di fasci vegetali intrecciati ed annodati insieme; pure le sue mani e i suoi piedi, e il suo torace risplendevano del giallo acceso del cereale, quando risplende al sole estivo. Il corpo del gigante di grano, fibroso, nodoso, brillava come oro, a pochi passi da L’Obelisco esterrefatto.

Non ci furono dubbi: era lui lo spirito di cui parlava la leggenda. Era lui che doveva mostrarsi all’ultimo umano, come era scritto. Ed era sempre lui ad possedere la voce del vento; ma se quella di poco prima era stata una sua manifestazione ostile, ora L’Obelisco non percepiva alcuna ostilità in esso. un senso di pace proveniva da quella creatura, o apparizione, o qualunque altra cosa fosse.
Una cosa era sicura: se questo Spirito del Grano si era infine mostrato in questa forma amichevole, per quanto imponente e robusta, doveva essere un segno del destino. La profezia si era infine avverata. L’Obelisco era la persona giusta, colui che questa anima attendeva da tempi immemori.

Allora il gigante di paglia parlò. La sua voce era mutata. Questa volta pareva la brezza che lambisce le coste, il dolce stormire di foglie che tremano al gentile soffio dello scirocco. Del tutto diversa eppure era sempre la voce del vento.


- Infine sei giunto.- Il tono era calmo e paziente, — E’ da tanto tempo che ti aspetto.-
- Mi conosci? Sapevi che ti stavo cercando? -, chiese L’Obelisco sbigottito, — No, non ti conoscevo. Tuttavia sapevo che saresti arrivato, prima o poi. Se non fossi stato tu, un altro della tua razza avrebbe preso il tuo posto… — parlava lentamente lo Spirito del Grano, scandendo le sillabe. Lasciava presagire una profonda saggezza in quelle parole, come s’egli vivesse da tempi immemori.
- Un altro dici! Ci sono altri umani in vita oltre me? Parlami, ti prego -.
- C’è sempre un altro… è così che deve essere -, ed emise una specie di lungo respiro: pareva una gonfia folata di vento che correva sulle praterie. A L’Obelisco sembrava che le parole del gigante di spighe si facessero sempre più incomprensibili: come era possibile che la creatura lo stesse effettivamente aspettando? Per la prima volta il giovane aveva incontrato qualcuno che non percepisse la sua esistenza come un fatto stravagante: lo spirito sapeva che un umano, l’ultimo umano, si sarebbe recato in quel luogo. Sapeva di lui, e ora erano faccia a faccia.
L’umanoide di paglia riprese il discorso: — Giovane umano, leggo nei tuoi occhi che ignori le cause della tua esistenza; che questo non sia causa di turbamento per te, perché così deve essere! Ma sappi che la tua venuta in questo mondo ha uno scopo preciso, che ti sarà chiaro a tempo debito.
Tu sei l’ultimo uomo che cammina su questo mondo, e hai fatto una scelta importante. Importante non solo per te, ma per il destino di tutti i popoli che abitano le terre conosciute. Hai deciso di partire alla ricerca dei tuoi padri, che più non vivono in questo mondo -.

Più indietro, nel frattempo, l’ingegner Snale stava immobile, ad occhi sbarrati, ad osservare l’intera scena. Era ancora paralizzato dal terrore, e la paura faticava ad andarsene. Quando aveva visto il tornado avvolgere completamente L’Obelisco, era sicuro che sarebbero morti entrambi: il vortice aveva colpito con precisione matematica, e presto avrebbe catturato anche lui e il suo garacargo. Davvero una brutta fine. Aveva avuto il presentimento che avvicinarsi a quel luogo fosse un errore e ora si malediceva. Quello stupido umano lo aveva condotto alla sua morte certa! Ma perché diamine aveva deciso di seguirlo? Poi il vortice era passato, L’Obelisco era riapparso vivo e vegeto, e questa volta accompagnato da un mostro enorme. Ma Snale aveva ancora le membra rigide dallo spavento di poco prima, e anche se la situazione pareva migliorata, il gasteroide non riusciva più a scollarselo di dosso.

- E’ giusto che ti metta in guardia: il cammino che stai per intraprendere è arduo e pericoloso. Dovrai correre rischi, prendere decisioni difficili, che metteranno a repentaglio la tua vita e quella di altre persone. Dovrai rinunciare a qualcosa a cui sei molto legato. Non proseguire a meno che tu non sia sicuro della tua decisione… -
L’Obelisco non ebbe esitazione a formulare la risposta — Lo sono! Dimmi che devo fare -.
- Molto bene -, proseguì il gigante. — Dunque ascoltami con attenzione. Io sono lo Spirito del Grano, e vivo da millenni su questo mondo. Quando presi coscienza gli umani, tuoi padri, erano una razza giovane, le loro civiltà non erano comparse prima di uno o due secoli addietro. Erano una razza di sognatori e inventori; impararono in fretta a lavorare la terra, affinché questa potesse fornire loro sostentamento con regolarità. Essi appresero l’agricoltura, la svilupparono, e poi la insegnarono agli altri popoli. Io nacqui dalle loro conoscenze agresti, dal loro amore per la terra, che si fusero e si condensarono in me, spirito senziente. Sono il testamento del legame fra le razza umana e l’ambiente rurale, la manifestazione del loro primo rapporto con la natura -.
Le sue parole avevano dell’incredibile, L’Obelisco trovava difficoltà a cogliere il senso sottile dell’intero discorso, ma continuava ad ascoltare.
- Ho vissuto per secoli al fianco degli umani, ho visto di cosa sono capaci. Il mio incarico attuale è quello di indicarti il cammino che essi hanno preparato per la tua venuta -.
- Preparato, hai detto? -. — Si, giovane uomo. Gli uomini non si sono estinti, né si sono dissolti nel nulla. Hanno deciso di andarsene da questo mondo! E così è stato. Se ne sono andati, lasciando la loro cultura nelle mani delle altre razze intelligenti. Mani migliori delle loro, dicevano; gli altri popoli avrebbero saputo come usarla senza causare danni. Ma la conoscenza non è tutto ciò che hanno lasciato agli abitanti di questo mondo… -.
L’Obelisco si sentì chiamato in causa: — Ti riferisci a me forse? –.
- A te, che sei l’ultimo essere umano vivente, in primo luogo. Ma non soltanto. C’è altra umanità residua in questo mondo, ma non in forma visibile. — L’Obelisco mostrò evidenti segni di non comprendere ciò che lo spirito intendesse, — Non ti sono chiare le mie parole, per ora. Così deve essere. Ma ricorda: sarai tu, giovane uomo, a dover raccogliere ciò che di umano è rimasto al mondo. Il tuo compito è proprio questo: solo quando avrai recuperato l’eredità lasciata dalla tua razza, e ne avrai capito il significato, allora ti sarà svelato il segreto dell’umanità perduta. I semi dell’essenza dell’uomo sono dispersi. Raccoglili! Crescili! Falli fiorire! Hanno bisogno di te per poter sopravvivere -.
Stanco di sentirsi impartire ordini incomprensibili, L’Obelisco si spazientì: — Ma insomma. Cosa accidenti devo fare? Dovrei cercare questa sorta di tracce invisibili di umanità latente? Ma come farò a riconoscerle? E’ tutto così assurdo! E poi questa storia del “così deve essere”! Proprio non capisco. -
- Capirai, ultimo umano. E’ il tuo destino quello di essere il cercatore dell’umanità perduta, è la strada che hai scelto. Più andrà avanti la tua ricerca e più queste tracce si avvicineranno spontaneamente a te. Devi andare. Guarda a sud: le desolate distese di Baddu-Yaddu sono la tua prossima tappa. Vai e non esitare. Và! Ora! -.

L’Obelisco capì all’istante che non avrebbe ottenuto altre informazioni da quell’incontro. Nonostante ciò, il suo cuore era rinfrancato. Ora aveva un obiettivo preciso da raggiungere. Certo avrebbe voluto sapere di più sul conto dei suoi padri, che si erano separati da questo mondo, e pure di questo residuo di umanità che sopravviveva ancora, in una presunta forma nascosta, ma aveva fiducia in se stesso e nell’esito di questa impresa.
Si voltò e si diresse nella direzione dell’ingegnere, che si stava tuttora riprendendo dalla paura. Si avvicinò al compagno di viaggio con passi lunghi e rapidi, — Vieni Snale, siamo pronti a ripartire. Andiamo a sud… -. Snale si sfogò con L’Obelisco, dando in escandescenza. E pronunciò, nel suo tipico accento gasteroide: — Segunro L’Obelisco-gut, bas estoes paxo? Estoes Paxo! Pojke estogues manià so ventu-kiklao. E ty esu gikanta! E ho estoes fertì anca! Vo !-.
Su cenno di Snale, L’Obelisco guardò distrattamente il proprio braccio. Un rivolo di sangue spiccava dal bicipite e lo percorreva tutto. — Dai, non preoccuparti, è una ferita da nulla. La medichiamo in poco tempo. Ma prima allontaniamoci da qui, va bene? E non dire che sono matto! So quello che faccio. –, disse ridendo. Il giovane sapeva che allontanarsi da quella collina avrebbe tranquillizzato l’ingegnere, e questo avrebbe aiutato entrambi.
- Uman arrugontha ! bas benvais. Imu. -. I due si misero in cammino.
L’Obelisco diede un ultimo sguardo dietro di sé: lo Spirito del grano era svanito.
Iniziava così l’ardimentoso viaggio del cercatore dell’umanità perduta.


Capitolo 5 — Preda

Sheeba correva.
Non era a caccia, né stava fuggendo da alcunché, eppure continuava a correre. Il movimento così aggraziato, perfetto: in una frazione di istante le sue zampe posteriori si distendevano come un improvviso colpo si frusta, ma silenziose. Gli arti superiori, dotati di estremità prensili ma altrettanto adatte per la corsa, sfioravano appena il terreno. Poi l’intero corpo si fletteva, ripiegandosi morbidamente su se stesso pronto per un altro slancio. La lunga coda sinuosa dirigeva l’armonia dell’intero movimento, un movimento così rapido che l’occhio umano non sarebbe stato in grado di coglierlo.
Sheeba correva, senza alcuna ragione, se non per il fatto che sentire l’aria sferzargli il volto, e vedere il suolo schizzare a incredibili velocità sotto il suo corpo, era una sensazione che le piaceva da morire. E quindi lei correva, che ci fosse la necessità o meno.
I suoi fratelli la rimproveravano per questa sua mania di non avere mai un attimo di riposo: — Ma dove corri? Se ti stanchi in questo modo non ti rimarrà alcuna energia per la caccia! Non aspettarti poi che andiamo a procurarci una preda succulenta anche per te! Se non comincerai a darti una calmata e non imparerai a tenerti le forze per quando hai fame, farai una brutta fine -.
Che razza di discorsi! Tutta invidia perché lei era la più in salute del suo branco. Ma cosa volevano capirne loro? Lei sapeva benissimo che erano proprio i suoi allenamenti fuori pasto a renderla uno fra i faucoguari più agili e atletici dell’intero Baddu-Naar. E le loro lamentele erano del tutto futili: per quanto Sheeba mettesse a dura prova il suo corpo, risparmiava sempre quel tanto di forze che le bastavano per inseguire e assaltare la sua preda. Alla faccia loro!
Quindi ella non si dava troppi pensieri, e correva. Correva, saltava sui rami più robusti dei radi alberi della savana, si rotolava, scalava la rupe grigia dal suo crinale più ripido. Poi, in cima alla roccia, scrutava l’intera pianura con soddisfazione, posizione eretta e mani sui fianchi, e ruggiva più forte che poteva cercando di imitare il possente Honoo, indiscusso capobranco maschio. Quella vista la faceva sentire piena di vita, per fortuna ad eccezione dei periodi di riunione ufficiale del branco, durante i quali era il seggio privilegiato di Honoo, chiunque poteva accedervi e godersi il panorama. Ma soltanto Sheeba frequentava con regolarità la rupe grigia, e questo accadeva spesso durante i suoi allenamenti.


La giovane femmina di faucoguaro era consapevole della propria forza e delle sue capacità fisiche d’eccezione. E non era un fatto raro che ne facesse sfoggio di fronte agli altri membri del branco: non solo per vantarsi, ma anche nella speranza che qualcuno del clan raccogliesse le sue provocazioni e la sfidasse, in atletica o nel combattimento. Questo però non accadeva quasi mai. Anzi il suo atteggiamento competitivo era visto davvero di cattivo occhio nella società a cui Sheeba apparteneva.
Honoo era seriamente preoccupato: i faucoguari cacciano, mangiano, si muovono in branco e questo richiede una perfetta intesa e collaborazione fra i membri. Le occasionali dispute sono risolte dalla decisione indiscutibile del consiglio, e in conformità con le tradizioni. Non c’è spazio per la sfida e lo spirito di competizione. Sensazioni troppo umane, e troppo pericolose per l’unità del gruppo per essere accettate. Mentre Sheeba, proprio lei, con la sua vanità, e il suo animo sportivo votato alla lotta, anche solo per gioco, rappresentava una mina vagante all’interno del branco. Metteva in discussione il loro modo di vivere: solo sulla preda è lecito far uso della forza fisica, mai contro un altro individuo del clan.
Sheeba non si comportava così semplicemente per un impulso adolescenziale a violare la legge, semplicemente non comprendeva come il suo comportamento avrebbe potuto nuocere ai suoi fratelli e compagni. Non ci faceva caso. Ma non Honoo: lui la teneva d’occhio spesso, aspettandosi la sua ennesima bravata, solitamente un’ostentazione della propria superiorità.

Tuttavia Sheeba correva.
- Toh! Ecco qualcosa di veramente insolito -. Disse quel giorno, non appena i suoi vispi occhi felini scrutarono all’orizzonte quella che sarebbe potuta diventare la sua prossima preda. Era quasi ora di pranzo, e la creatura di medie dimensioni che distava meno di un chilometro da lei stava attraversando i territori di confine del branco di Baddu-Naar. Nessuno si addentra mai nei loro reami: né i mallofagi, né i velenosi daunossi, neppure i laxodonti nonostante la loro enorme stazza. Inoltre la sua sagoma, almeno vista da quella distanza, non somigliava a nessuna delle specie che rientravano tipicamente nella sua dieta.
Sheeba fu presa dalla curiosità — Chissà cos’è? Una creatura stupida, di certo! Se avesse un minimo di intelletto ci penserebbe due volte prima di addentrarsi nel nostro territorio. Mi piacerebbe sapere che sapore ha! –. In un battibaleno si chinò a quattro zampe, e schizzò via come un fulmine verso l’ingenuo banchetto. In meno di sei secondi aveva coperto quasi l’intera distanza che la separava dalla sua preda ignara.
Ecco! La creatura d’un tratto s’era accorta del pericolo che incombeva su di lei, ma ormai era troppo tardi. Non avrebbe fatto in tempo a scappare, Sheeba era già lanciata alla massima velocità, i muscoli tesi allo spasmo, in perfetta armonia. Non c’era tempo per accertarsi sulla specie animale di appartenenza della preda; poco male: le sue dimensioni erano comunque troppo ridotte perché potesse costituire una minaccia. Una caccia facile, forse redditizia. Un ultimo balzo e avrebbe affondato artigli e zanne nelle carni nel malcapitato.
- E’ fatta! –, pensò Sheeba.
- ^ Aghay arinox vaas dominguu, shinnen do ^ FIAMME ! -. Proprio mentre la ragazza faucoguaro spiccava il salto che le avrebbe permesso di agguantare la preda, il suo muso si incendiò inaspettatamente. Prese fuoco, come se fosse stata colpita da un tizzone ardente, scagliato con estrema precisione. L’improvviso dolore distrasse i suoi movimenti, e il suo splendido slancio terminò con una goffa caduta. Sheeba emise terribili gemiti isterici, più per l’offesa ricevuta che per il dolore; e affondò tempestivamente il suo bel musetto bruciacchiato nel fango, e lo strofinò per terra, per spegnere il fuoco che era divampato senza preavviso.
Si riprese in un attimo, e in un secondo era di nuovo in posizione d’attacco, ferma. Ora era furente per l’onta subita: messa in difficoltà da una sì facile preda! Digrignava i canini e ringhiava, per gettare nel panico l’avversario. Ora poté vederlo con attenzione.
Era una creatura strana, come Sheeba non ne aveva mai viste. Aveva una testa e sei arti, due di questi erano attaccati alle spalle un torso umanoide, gli altri quattro erano le zampe di un quadrupede con gli zoccoli. Aveva anche due corna che si aprivano dai lati della fronte. Non era una creatura autoctona di Baddu-Naar. Cosa poteva averla spinta fin lì?
- Allontanati, faucoguaro! Non sarò io il tuo pasto di oggi. Possiedo armi che non puoi vedere: quindi non sfidarmi, o ti bruceresti di certo. A te la scelta ! -.


“Non sfidarmi”? Quelle parole infiammarono l’orgoglio leso di Sheeba, che senza indugio si diede lo slancio, e ruggendo si tuffò addosso alla creatura, per la seconda volta. Un gesto assai avventato, e fin troppo prevedibile: quella bestia capì per tempo le sue intenzioni e trovò il tempo di muoversi per schivare l’attacco. Tuttavia Sheeba era veloce come un lampo durante i suoi assalti, e riuscì comunque a graffiare il dorso della sua preda, una ferita lieve ma pur sempre un inizio.
Un istintivo spasmo di dolore attraversò il corpo dell’uomo-cervo, e la ragazza faucoguaro ritrovò la propria spavalderia: — Ho scelto la caccia, come puoi vedere! Questo dolore che senti ora è solo un assaggio di quello che ho in serbo per te, mio caro qualsiasi-cosa-tu-sia. Ad ogni modo spero tu abbia un buon sapore, non vorremo mica che questa sia tutta fatica sprecata? -. Mentre si pavoneggiava camminava tutt’intorno alla preda, quasi volesse farle intendere che la aveva accerchiata, e ora la aveva in pugno. Nuovamente fiduciosa in se stessa, non esitò a provocare il suo avversario: — Allora dove sono queste armi invisibili di cui ti vantavi poco fa? Sarà il caso di sfoderarle o ti sei già arreso alla tua triste sorte? -.
Il suo spirito di competizione era riemerso, ma per sua sfortuna quella creatura non stava bluffando, e non si fece ripetere due volte quel prezioso consiglio.
- ^ Homruas ethelied voorax ^ BRACIERE ! -, gridò.
All’improvviso il suolo mutò: la terra sotto i piedi di Sheeba cominciò a scottare terribilmente. Provò a spostarsi, ma dovunque si muovesse nelle vicinanze di quell’individuo, aveva la stessa sensazione: sembrava che al posto del terreno fossero stati accesi dei carboni ardenti. Le erbe rade che costituivano l’unica vegetazione dei dintorni si accartocciavano bruciate, carbonizzate.
La cacciatrice aveva mani e piedi terribilmente ustionati, e restare ferma aumentava il dolore a dismisura, doveva assolutamente muoversi. Solo quello strano essere sembrava non essere vittima di questo incredibile sortilegio, e intanto rimaneva in guardia cercando di cogliere la successiva mossa della sua predatrice. — Cosa diavolo! … Sei stato tu? Bastardo, ti ucciderò ! Ti ucciderò in questo istante -.
Sheeba era furente, tratteneva il dolore dato dalle ustioni con tutta la sua forza, digrignò le fauci in un orribile gesto di rabbia, e assalì il nemico. Senza criterio e senza pensarci. Freneticamente. Lo mancò, ma appena a terra di nuovo un balzo, e di nuovo un attacco. Ogni volta che atterrava doveva affrontare le tremende braci, ma ora era vicinissima alla creatura. Se la avesse uccisa quel supplizio sarebbe finito.
Ecco, la aveva ferita nuovamente. Anche questa volta di striscio, ma ora alla zampa posteriore sinistra: ora avrebbe avuto difficoltà a muoversi. L’uomo-cervo emise un sonoro gemito. Sheeba atterrò nuovamente, ma scomposta: cadette con una spalla su quell’inferno rovente. Scacciò il dolore dalla sua mente: ora la dannata bestia era alla sua mercé.
Spiccò un ultimo balzo, mirando dritto alla schiena di quel maledetto. Era troppo vicino per mancarlo: lo avrebbe azzannato e gli avrebbe lacerato le carni, il più in fretta possibile. Ora non pensava più al lauto pranzo, cercava solo un modo per finire quello scontro il più in fretta possibile.
- ^ Ithulichh nas nauta ^ MANTO ARDENTE ! -.
- Muori ! -.
I canini e gli artigli di Sheeba affondarono nelle tenere carni della creatura. Il sangue della vittima sgorgò fluente dalla ferita. Fu allora che la cacciatrice si accorse che il corpo stesso della sua preda era infuocato, arroventato come metallo appena uscito da una fornace. Un inferno di fiamme le esplose in bocca, che le costrinse a lasciare la presa in balia ad atroci sofferenze. E ricadde al suolo, supina, il suo tormento rivelato da tremendi latrati. Anche l’avversario cadde a terra, sdraiato su un fianco: assai grave era la sua ferita. Non riuscì a mantenere la concentrazione per sostenere gli incantesimi, e il terreno tornò alla normalità.
Entrambi i contendenti erano al tappeto, affannati, feriti e doloranti; incapaci di proseguire lo scontro. Rimasero lì a lungo, immobili.


Passò del tempo prima che Sheeba recuperasse le forze semplicemente per ruotare il capo e osservare il suo valido avversario. Anche lui cercava lentamente di riprendersi; stava tentando qualcun altro dei suoi trucchi, imponendo le mani sulla propria ferita. Ma a quanto pare aveva delle difficoltà: quello scontro aveva distrutto anche lui.
- Ehi, senti. Non vorrai fare altri scherzi, vero? -, tentò di domandare Sheeba. La sua lingua era completamente ustionata, faceva persino fatica a parlare.
- Dubito di esserne in grado… penso… penso che non potrò più impedirti di mangiarmi -.
- Mangiarti? Credo che non sarò in grado di ingurgitare alcunché per giorni…-. Questo rassicurò notevolmente l’elafotauro, che riprese a cauterizzarsi la ferita, per fermare l’emorragia e prevenire l’infezione. Seguirono alcuni minuti di silenzio.
- Ma come hai fatto a fare… insomma, a fare quello che hai fatto? -. — Ah quello? E’ magia! -.
- Davvero? Esiste sul serio la magia? -, Sheeba era incredula, e al tempo stesso incuriosita.
- Beh, l’hai vista con i tuoi occhi -.
- Ma si può sapere cosa sei? Non ho mai visto creature come te. Non da queste parti almeno -.
- Cosa sono? Beh, di razza sono un elafotauro, siamo un popolo del nord. Molto distante da qui. E di professione sono un mago, come puoi vedere… -
- Un mago! — la giovane di faucoguaro lo ripeteva con interesse.
- Un apprendista in verità… del Circolo Infuocato ! -. — Certo che il fuoco del tuo circolo è molto doloroso. Sono tutta ustionata, che male! -.
- Non avevo scelta, avevi intenzione di uccidermi e cibarti di me! Non avrai ancora fame, vero? -.
- Te l’ho detto, non potrei mangiare un topo in questo momento. E poi… devo ammettere che ti sei battuto con coraggio, e abilità: sono delle qualità che rispetto. E non mi piace mangiare persone che rispetto. Quindi puoi stare tranquillo -.
Il vento accarezzava la savana di Baddu-Naar, e lambiva la terra su cui giacevano i due.
- Certo che sei stato sfrontato ad addentrarti nel territorio della mia gente. Se fossimo stati a cacciare in branco non avresti avuto scampo -.
- Devo ammettere che ignoravo questo fosse il vostro reame, e quindi ammetto anche di essere stato fortunato. Di sicuro sono stato più fortunato di te -, rispose quello, ridendo sommessamente.
- Hai proprio ragione. Poteva capitarmi una preda più innocua? Ah ah ah! Ahi ahi! -, rise anche Sheeba e si accorse che anche semplicemente una risata le ravvivava il dolore.

- Ah, comunque io mi chiamo Sheeba. E sono la nipote del possente Honoo -.
- Il mio nome è Vargas. Avrei voluto ci fossimo conosciuti in circostanze migliori, ma se è vero ciò che mi dici, e cioè che abbiamo fatto pace, allora… beh, piacere di conoscerti -.

Passò del tempo prima che Sheeba recuperasse le forze semplicemente per ruotare il capo e osservare il suo valido avversario. Anche lui cercava lentamente di riprendersi; stava tentando qualcun altro dei suoi trucchi, imponendo le mani sulla propria ferita. Ma a quanto pare aveva delle difficoltà: quello scontro aveva distrutto anche lui.
- Ehi, senti. Non vorrai fare altri scherzi, vero? -, tentò di domandare Sheeba. La sua lingua era completamente ustionata, faceva persino fatica a parlare.
- Dubito di esserne in grado… penso… penso che non potrò più impedirti di mangiarmi -.
- Mangiarti? Credo che non sarò in grado di ingurgitare alcunché per giorni…-. Questo rassicurò notevolmente l’elafotauro, che riprese a cauterizzarsi la ferita, per fermare l’emorragia e prevenire l’infezione. Seguirono alcuni minuti di silenzio.
- Ma come hai fatto a fare… insomma, a fare quello che hai fatto? -. — Ah quello? E’ magia! -.
- Davvero? Esiste sul serio la magia? -, Sheeba era incredula, e al tempo stesso incuriosita.
- Beh, l’hai vista con i tuoi occhi -.
- Ma si può sapere cosa sei? Non ho mai visto creature come te. Non da queste parti almeno -.
- Cosa sono? Beh, di razza sono un elafotauro, siamo un popolo del nord. Molto distante da qui. E di professione sono un mago, come puoi vedere… -
- Un mago! — la giovane di faucoguaro lo ripeteva con interesse.
- Un apprendista in verità… del Circolo Infuocato ! -. — Certo che il fuoco del tuo circolo è molto doloroso. Sono tutta ustionata, che male! -.
- Non avevo scelta, avevi intenzione di uccidermi e cibarti di me! Non avrai ancora fame, vero? -.
- Te l’ho detto, non potrei mangiare un topo in questo momento. E poi… devo ammettere che ti sei battuto con coraggio, e abilità: sono delle qualità che rispetto. E non mi piace mangiare persone che rispetto. Quindi puoi stare tranquillo -.
Il vento accarezzava la savana di Baddu-Naar, e lambiva la terra su cui giacevano i due.
- Certo che sei stato sfrontato ad addentrarti nel territorio della mia gente. Se fossimo stati a cacciare in branco non avresti avuto scampo -.
- Devo ammettere che ignoravo questo fosse il vostro reame, e quindi ammetto anche di essere stato fortunato. Di sicuro sono stato più fortunato di te -, rispose quello, ridendo sommessamente.
- Hai proprio ragione. Poteva capitarmi una preda più innocua? Ah ah ah! Ahi ahi! -, rise anche Sheeba e si accorse che anche semplicemente una risata le ravvivava il dolore.

- Ah, comunque io mi chiamo Sheeba. E sono la nipote del possente Honoo -.
- Il mio nome è Vargas. Avrei voluto ci fossimo conosciuti in circostanze migliori, ma se è vero ciò che mi dici, e cioè che abbiamo fatto pace, allora… beh, piacere di conoscerti -.


Capitolo 6 — Addio al lago

I festeggiamenti delle cerimonie nuziali di Aquabah sono sempre state uno spettacolo meraviglioso. L’evento comincia con un’immensa parata, che sfila per le vie del centro nella città subacquea: carri festosi addobbati di abbaglianti colori, musicanti che inebriano le correnti con la loro musica, centinata di danzatrici che volteggiano al loro ritmo.
Anche quest’anno la sfilata era spettacolare: quasi tutta la popolazione di Aquabah era presente, e ora si accalcavano di fianco ai pattini dei carri per afferrare al volo le ostriche che venivano lanciate verso la folla come gesto di gioiosa generosità. Il giorno delle nozze del lago è sempre stato un giorno di abbondanza e felicità per tutti.
Ambrielle era l’unica a non essere in grado di godersi quel momento di gaia spensieratezza. Si sentiva soffocare dal destino che le era stato assegnato, senza possibilità di sceglierselo. Perchè doveva essere così diversa, così sbagliata? Era l’unica a sentirsi in questo stato, l’unica che desiderasse qualcos’altro: una vita differente.
Le danzatrici, abbigliate di tonalità vivacissime, cangianti, si esibivano in magnifiche coreografie, così dolci e sensuali da togliere il fiato di bocca: persino gli invitati Battra dei dintorni di Aquabah, regolari ospiti degli Squirenidi durante queste festività, rimanevano senza parole. Ambrielle per molti anni della sua gioventù aveva preso parte a quelle danze: ed era pure assai brava, grazie al suo corpo morbido e atletico. Ma quei tempi erano finiti: la sua parte nella cerimonia era quella di sposa adesso, così come quella delle sue sorelle coetanee. Il pensiero del distacco dalla gioventù la fece sprofondare ancor più nello sconforto.

La madre affrettava il passo davanti a lei: dovevano recuperare il gruppo delle altre promesse, che probabilmente doveva avere già raggiunto la cattedrale. In verità non erano veramente in ritardo: la funzione ufficiale non sarebbe iniziata prima di un’ora, ma era usanza che le nuove spose si riunissero in precedenza per augurarsi l’un l’altra buona fortuna. Le due donne non ci misero molto ad arrivare a destinazione, facendosi facilmente strada tra la folla grazie all’incantevole bellezza di Ambrielle, capace di lasciare di sasso ogni passante.
Le sorelle erano in preda a quella ansiosa eccitazione che precede un bellissimo momento atteso da mesi, quando video Ambrielle apparire dalla porta laterale della sagrestia. Si precipitarono su di lei per abbracciarla, e condividere con lei la loro commozione. Ella si sforzò per fingere di rispecchiare quel sentimento, ma se le sorelle fossero state attente si sarebbero accorte subito che c’era qualcosa in lei che non andava. Invece erano tutte prese dall’imminente matrimonio, e dal sognare la loro futura esistenza nella casa di Utumno dei flutti settentrionali.


Ambrielle si sedette su una panca di pietra, in solitudine, e cercò di reprimere i propri pensieri concentrandosi sulla formula che doveva recitare durante la cerimonia. L’aveva studiata con riluttanza, e ora non era sicura di ricordarsela correttamente.
- … faremo del nostro meglio per riempire la tua casa di calore, e di gioia; e … -, com’era? — e … e con il nostro calore e la nostra gioia popoleremo questa casa di tuoi figli. — No, aspetta. Forse era il ‘tuo calore’ e i ‘nostri figli’. Mah? — … poiché d’ora in poi saremo una cosa sola -.
- Una cosa sola? Io e chi? -, sospirò. Già, lei e Utumno e le sue altre centosessantaquattro mogli (centoottantuno da domani) e le centinaia di figliolette.
- Come si può essere una cosa sola se io non sono nulla per lui? -, si compianse — io sono nulla … -.
I suoi singhiozzi privi di lacrime furono strozzati dal suono del corno cittadino, che scandiva l’inizio della cerimonia ufficiale. Le sorelle si affrettarono a mettersi in fila, per tre, come era stato insegnato loro. Ambrielle, che venne sopraffatta dall’imbarazzo oltre che dalla tristezza, preferì rannicchiarsi dietro le loro spalle, sistemandosi in ultima fila.
Il portone della cattedrale si spalancò con solennità.
L’atrio era gremito di persone: squirenidi, battra, gambestasei, si spingevano l’un con l’altro per poter ammirare quelle affascinanti squirene vestite da spose. Alla vista di tanta gente a accorsa testimoniare la sua rovina, Ambrielle si sentì venir meno. Intravide Utumno in fondo alla navata, seduto sul trono di corallo, bramoso di accogliere le nuove dame nella sua dimora. Non doveva andare così. Lei aveva sempre immaginato … aveva sempre sognato un destino diverso. Ecco, la formazione di promesse entrava adesso nel salone. Non è giusto! Lei non era come le altre. Perché le toccava la stessa sorte? Gli occhi di tutti erano puntati sulle aggraziate fanciulle, che muovevano i primi passi nell’atrio. No, vi prego. Non lei.
NO!

Fu un istante. Ambrielle fermò i suoi passi che era ancora sulla soglia della cattedrale. La sorella Ishiene, che la affiancava nella marcia, la guardò d’istinto con aria esterrefatta. — Non posso -, fu l’unica frase che ebbe in risposta. Ambrielle si voltò e corse via, lontano dalla cattedrale e da tutti.


Capitolo 7 — Phliggerridaff

- Segunro L’Obelisco-gut, estove zenisol. Kot dixoes iffi altimu maniad alikot? -.
Era una buona idea, anche a L’Obelisco era venuta una certa fame. — Va bene, ci fermiamo al prossimo villaggio. Troveremo sicuramente qualcosa da mettere sotto i denti -, Snale si sentì assai sollevato da questa risposta. I due avevano percorso due giorni di cammino da quando si erano lasciati alle spalle il Colle dei Nove Venti. In un altro giorno o due avrebbero raggiunto i confini meridionali dell’Akhàtuan. Laggiù le tiepide praterie lambite dai venti lasciavano posto ai desolati deserti di roccia dell’arido Baddu-Yaddu.
La strada che percorrevano era lastricata di pietre grigie, e serpeggiava dolcemente in mezzo a ettari e ettari di campi coltivati. I due raggiunsero il villaggio di Staloppin in meno di un’ora, dove ebbero il piacere di consumare un pasto caldo, semplice ma gustoso. Nel chiosco dove s’erano fermati, un rabbicolo svolgeva contemporaneamente le funzioni di padrone, cuoco, e cameriere. I rabbicoli, dalle orecchie smisuratamente lunghe, sono per natura ottimi agricoltori, e sono la specie più diffusa in tutto l’Akhàtuan.
Snale e L’Obelisco si rimisero in cammino nel pomeriggio dopo essersi saziati e aver schiacciato un breve sonnellino all’ombra di un rovere solitario. — L’Obelisco-gut, sapoes prekis ubar imu actualo? -, chiese il gasteroide — Non so con certezza. Il gigante di paglia mi ha detto solo di dirigermi nel Baddu-Yaddu, ma non mi ha dato informazioni precise. Il deserto è enorme… — riflettè L’Obelisco, corrucciato, — Speriamo di ottenere altri indizi in fretta -. Rimase perplesso un solo secondo, poi si girò verso il compagno di viaggio, con un enorme sorriso stampato sul volto — Ma ti dirò: mi sento fortunato! -.
- Understix. Imu! -.
La strada lastricata continuava a tagliare a metà la pianura. Si era ormai fatto pomeriggio inoltrato e per la via i due viaggiatori avevano incontrato quasi solamente contadini rabbicoli, che ora facevano ritorno alle loro fattorie, più raramente si incrociavano carovane di madracanti. L’unico incontro abbastanza insolito da destare la loro attenzione fu quello con una strana creaturina molto pelosa e dall’anatomia alquanto bizzarra, che se ne stava a lato della strada canticchiando qualche parola vagamente comprensibile a cavalcioni di uno steccato:

- Phligger phligger, chi mai sei tu?
Phligger, brutto phligger, nemico mi chiami, ma son anche di più.
Phligger, strappo le membra, phligger spezzo le ossa.
Phligger assassino phligger, non avrai scampo, uccido in un lampo.
Phligger, morto phligger, la notte giunge e io torno dalla fossa -.


Ad una prima analisi, L’Obelisco non riuscì ad attribuire quell’essere ad alcuna delle specie che conosceva. La sua anatomia era infatti alquanto bizzarra, con una vago sentore di disgustoso. Tuttavia i due viandanti non si curarono troppo di quella creatura, e proseguirono per la loro strada, chiacchierando.
Questo finché non si accorsero che dal momento in cui erano passati davanti a quel piccoletto, questo aveva smesso di cantare e aveva preso anche lui ad incamminarsi per la strada. Andava nella stessa direzione di Snale e L’Obelisco, mantenendosi approssimativamente a 50 metri dietro di loro. Anche qui nulla di strano, ma quando i due viaggiatori fecero una sosta per fumarsi un po’ di tabacco, notarono che anche la bestiola si era fermata dietro di loro. Snale ripose la sua lunghissima pipa di sambuco nel suo astuccio, seccato — Vixoes? -.
- Sì che me ne sono accorto. Vediamo che fa adesso -.
Non appena i due furono ripartiti L’essere riprese a pedinarli. Era ormai l’imbrunire, il sole salutava le pianure dell’Akhatuan andando a tuffarsi verso l’orizzonte, fin dietro le cime dei Prekoupy, i monti d’indaco.
Su cenno di L’Obelisco, lui e Snale si voltarono e si diressero seccati verso la creaturina.
- Vogliate scusarmi, se vi disturbo. Ma io e il mio amico qui abbiamo avuto l’impressione che ci steste seguendo -, disse L’Obelisco, cercando di essere il meno possibile scortese.
Visto da vicino, quel tizio appariva ancora più strampalato, sotto certi punti di vista grottesco, perfino ripugnante. Non sarà stato alto più di mezzo metro, la pelle così violacea da sembrare emaciata era quasi interamente ricoperta da uno strato di pelo blu irsutissimo. Il torso e la testa erano una cosa sola, in quanto era priva di collo, e gli unici arti che aveva erano due lunghissime braccia muscolose che spuntavano dai lati dell’unico enorme occhio. Su queste due appendici l’essere camminava goffamente.
- Ah, capisco. E credete che ciò vi qualifichi come ottimi osservatori? Phligger, phligger! -, il nanerottolo rideva in una maniera tanto scomposta quanto sgradevole: — Orsù. Non ci volevano aquile per arrivare a capire che vi stessi seguendo -.
Che razza di risposta era quella?
- No, scusate, non sono stato chiaro. In effetti vi ho posto la domanda sbagliata. Vorrei sapere perché, di grazia, ci state seguendo -.
- Che domande! Per non dovervi cercare una seconda volta -.
Ma che diavolo? Ancora una risposta priva di senso. La bestiola esibiva una tale sfacciataggine e sfrontatezza che Snale cominciò seriamente ad indispettirsi: — L’Obelisco-gut, bas kot vulove so pojkezar? -.
- Non ho idea di cosa voglia questo tizio, né chi diamine sia ma farà meglio a dircelo -.
- Vuoi saperlo eh? Ma subito… io sono il Phliggerridaff, caro il mio L’Obelisco -.
Quella palla di pelo conosceva L’Obelisco per nome. Ciò turbò il giovane: anche tra quegli estranei che sapevano dell’esistenza di un umano effettivamente cresciuto a Battrabae, solitamente ignoravano il suo nome. La situazione si faceva sempre più incerta e inquietante.
- Quanto a quello che voglio da te… è presto detto. –, una sinistra luce balenò nel pallido occhio del Phliggerridaff: — Voglio ucciderti! -.


Quella schietta dichiarazione di morte lasciò L’Obelisco e Snale di sasso. Non c’erano dubbi: il piccoletto era decisamente folle. Anche volendo, come avrebbe potuto essere in grado di fare fuori un umano, che era almeno quattro volte più grande di quel disgustoso ammasso di carne? E a mani nude per giunta.
I tre stettero fermi, senza proferire verbo. Il viso del Phliggerridaff, che pareva come incastonato nel torace, esibiva ancora quel ghigno malevolo, quasi una smorfia.
Dopo parecchi secondi di silenzio carichi di tensione, L’Obelisco pensò che forse poteva dissuadere quello scherzo di natura dal compiere qualsiasi atto irragionevole: — Uccidermi! Ma cosa vai farneticando, sporca palla di pelo? Io non ti conosco, non ti ho mai visto e non vedo assolutamente quale rancore tu possa serbare nei miei confronti. Smettila di minacciarci o finirai per farti male seriamente. Ti avverto: se continui con questo tono dovrò darti una bella lezione. Capito? Ora alza i tacchi e torna per la tua strada -.
Il Phliggerridaff dapprima stette fermo, senza manifestare alcuna reazione alle parole del giovine. Poi scoppiò a ridere — Phligger, Phligger! -, quel suono fece accapponare persino la viscida pelle dell’ingegnere, — Ma quale rancore? Phligger! Ma voi umani dite solo cose senza senso? -.
L’Obelisco ora era furioso, quella bestia stava osando troppo.
- Il rancore, che motivo stupido per uccidere. No, no. Phligger! Io ti ucciderò semplicemente perché questo è il mio compito. E… -, la bestiaccia si voltò verso ovest, ruotando tutto il corpo attorno a quelle braccia sproporzionate. L’Obelisco non sopportava più quella stramaledetta conversazione, quel cosetto si sarebbe preso delle belle vergate se non si fosse levato di torno al più presto.
In quel momento il disco solare sfiorò il profilo delle montagne che ritagliavano l’orizzonte, e il Phliggerridaff si voltò di scatto verso i due. La sua espressione era completamente diversa, ora il suo enorme occhio era iniettato di sangue color viola marcio: — …E direi che è arrivato il momento di morire. Rrraaaaaaaaaagh! -.
Dandosi una poderosa spinta sulle lunghe braccia, il mostriciattolo spiccò un improvviso balzo, nella direzione dell’umano. Era un salto incredibile: riuscì a coprire la distanza di oltre tre metri che separava i due. Senza avere il tempo di poter reagire, L’Obelisco fu colpito in pieno dall’intero corpo di quella bestia folle, allo stomaco: le ossa del Phliggerridaff erano durissime, e l’impatto fu ben più doloroso del previsto.
Il ragazzo si piegò sulle ginocchia per il dolore, e il nanerottolo ne approfittò per tornare subito alla carica. Afferrò con una mano la spalla di L’Obelisco, e con l’altra strinse il suo collo. Le dita erano abbastanza lunghe da cingerlo del tutto, e strangolavano come corde.
L’Obelisco si sentì soffocare e cadde in ginocchio, mentre il compare gasteroide era ancora sopraffatto dallo stupore per la rapidità di tutta l’azione. Nonostante tutto, l’umano ebbe la prontezza di spirito per analizzare la situazione. Quell’essere non stava scherzando, faceva sul serio: voleva ucciderlo!


Bisognava contrattaccare al più presto.
L’Obelisco colpì con violenza la pupilla del Phliggerridaff, che era esposta a pochi centimetri dalla sua faccia. D’istinto la creatura lasciò la presa per coprirsi l’occhio: — Phliiii, Phliiiig! Doloreeeee! -.
Mentre rotolava per terra come in preda alle convulsioni, il giovine ebbe il tempo per riprendere fiato; poi il mostriciattolo, ancora più infuriato si scagliò contro L’Obelisco per effettuare un secondo attacco.
L’umano questa volta era pronto, però. Schivò la carica aerea della bestia, scansandosi da una parte. Quindi afferrò un braccio del Phliggerridaff mentre questo era ancora in volo, e sfruttando la sua stessa inerzia compì un’enorme rotazione verso l’alto per poi schiantare quell’ammasso di carne blu al suolo.
Il corpo del Phliggerridaff smise di muoversi. Nessun vertebrato di quelle dimensioni poteva sopravvivere ad un simile schianto. Era successo tutto in un attimo, L’Obelisco a malapena si era reso conto di ciò che stava accadendo e aveva agito d’impulso.
I due guardarono la ripugnante bestiola giacere inerte, e priva di vita, sul lastricato. Se L’Obelisco da un lato si sentiva a disagio per aver ucciso quella creatura, dall’altro lato era assai sollevato: l’assalto di quell’essere, per quanto piccolo che fosse, lo aveva scosso terribilmente. Del resto non aveva motivo di compiangersi di aver ammazzato quel piccolo abominio, il suo era stato un legittimo atto di autodifesa. Forse, pensò, avrebbe potuto evitare di ucciderlo, ma tutto era stato così rapido da non lasciargli tempo di pensare ad alcunché.
- Estove kaputon? -, si arrischiò a chiedere l’ingegner Snale. — Sembra di sì. Non respira… -.
- Ytquecapo! Kut malediur ???estovetix??? -. — No, non chiedermi cosa fosse. Ne so quanto te. Un pazzo da legare, probabilmente -. L’Obelisco rimase in silenzio per un po’, poi continuò: — Almeno ora non darà più fastidio a nessuno. Snale, dammi un secondo solo per riprendermi, se non ti dispiace. Ho ancora lo stomaco dolorante -. — Benvais! -.
Il ragazzo si sedette su una pietra che si trovava a lato della strada; aveva preso proprio una bella botta, in piena pancia; ma il dolore per fortuna stava lentamente svanendo.
Tuttavia, nel preciso istante in cui il sole scompariva dietro le creste dei monti d’indaco, accadde qualcosa di totalmente inatteso. Una scarica luminosa di colore viola acceso attraversò da parte a parte quel che rimaneva del povero Pliggerridaff. Quel corpo rivoltante si mosse, come se fosse governato da delle forze invisibili, e cominciò a gonfiarsi. Si gonfiava, si gonfiava come un enorme uovo, e cresceva in volume: divenne parecchio più grande delle sue originali dimensioni. L’Obelisco e Snale erano paralizzati a guardare quello spettacolo raccapricciante.
In pochi istanti quella pustola di carne si gonfiò a tal punto da sembrare che stesse per scoppiare da un momento all’altro. Fu allora che cominciò letteralmente a schiudersi. Esatto: quella sfera di carne putrescente e peli si aprì come un guscio. E un’altra bestia, ancora più inquietante della prima e grossa almeno il doppio, spuntò fuori da quello schifoso involucro.
- Phliiiig! Come brucia! Brucia da matti. Phliiig !-. La creatura che apparve davanti ai due viaggiatori era alta poco più di un metro, e li guardava in cagnesco attraverso due occhi sensibilmente diversi fra loro: uno era molto più piccolo dell’altro. Aveva braccia lunghe e gambette cortissime, la testa era piegata così in avanti rispetto al corpo che sembrava gobbo. I bordi della sua bocca erano cosparsi di tantissimi dentini seghettati, ed erano messi in bella mostra da un sorriso innaturale e agghiacciante, carico di malvagità. Tutto quanto era nuovamente ricoperto di quell’orribile pelliccia ispida e scura.
Alla vista di quello spettacolo disgustoso, L’Obelisco sbigottito riuscì a malapena ad aprir bocca — E tu chi… cosa saresti? -.
- Phligger, phligger! Ma come? Sono sempre io, il Phliggerridaff. Mi sono stancato delle tue domande inutili, stupido umano. — urlò il mostro, — Non avrai l’occasione di farne delle altre, dopo che ti avrò ammazzato! -, e si avventò contro L’Obelisco.


Story by Psilvi (Pietro Silvi) · Marzo 2007–March 2008 · Originally published on novlet.com