Torneranno i prati

Una nuova vita per la zona industriale

La zona sud nel 1960, dal campanile di San Gregorio Magno (foto gentilmente concessa dall’Archivio del Consorzio ZIP)

Via Gramogne, a Padova, è una svirgolata all’interno di una ferrea maglia squadrata di strade. La imbuchi da via Germania dopo aver passato un rosario di magazzini, concessionari d’auto, parcheggi, capannoni. Ora costeggi un campo coltivato, una boscaglia, un’area verde inselvatichita. Dopo la curva ti si presenta casa Pagnin, una dimora contadina che mostra segni visibili di antiche vestigia. È una delle pochissime case sopravvissute alla costruzione della zona industriale, custodita, insieme all’orto e alle bestie, dagli ottantenni Francesco e Maria Pagnin. Il figlio Stefano ne ha fatto il Circolo Wigmam “il Presidio”, animandola di inziative culturali e destinando a orti collettivi un vicino campo abbandonato.

Potrebbe sembrare un angolo di mondo casualmente preservato da un dio distratto. Ma anche il preludio di ciò che, in qualche modo, potrebbe diventare la Zona industriale di Padova, immaginandola come un incrocio di pratiche e di economie. E non come una piattaforma neutra di attività produttive.

Una zona industriale: un’idea di sviluppo

“La Milano del Veneto”. Negli anni ’50 il futuro di Padova veniva immaginato così. Era un’idea che informava in qualche modo il progetto di città. Milano rappresentava un’idea di modernità e di sviluppo e Padova poteva rivestire quel ruolo anche se in un territorio diverso. La creazione di una zona industriale faceva parte di quell’idea: dare un impulso all’industrializzazione dell’area padovana fino ad allora vocata al commercio trasformando i caratteri e la cultura tradizionale di una città.

L’industrializzazione nel padovano era sbocciata in realtà negli anni ’20 e, come documenta in uno dei suoi studi Giorgio Roverato, già negli anni ’30 si facevano sentire le pressioni della neonata associazione degli industriali per la creazione di una zona industriale che liberasse il centro storico dagli insediamenti industriali. Le maggiori imprese erano allora collocate sulla direttrice del Piovego, da piazzale Boschetti alla Stanga (Italcementi, Torpado, Sade, Viscosa, Rizzato).

La zona sud nel 1960, dal campanile di San Gregorio Magno (foto gentilmente concessa dall’Archivio del Consorzio ZIP)

È l’11 dicembre 1956 quando la Provincia, la Camera di Commercio e il Comune costituiscono il Consorzio per la zona industriale e il porto fluviale di Padova, con un capitale iniziale di 15 milioni di lire, cinque per ogni ente e una fideiussione di 200 milioni di lire presso la Cassa di risparmio di Padova e Rovigo. Una cifra modesta anche per quei tempi. Il sindaco di Padova Cesare Crescente sarà il primo presidente del Consorzio Zip, dal 29 aprile 1957 sino al 1973. La figura del sindaco e del presidente della Zip coincideva: non sfugge il significato politico di quella scelta, la scommessa della Zip è centrale per la Padova di quegli anni.

La scommessa è vinta grazie a una legge speciale dello Stato, la 158 del 1958, che garantiva al Consorzio la capacità di esproprio di 7 milioni di metri quadri di terreno agricolo nella zona di Camin, San Lazzaro, San Gregorio e Granze. La localizzazione fu oggetto di dibattito, il Piano regolatore prevedeva una diversa localizzazione verso Ponte di Brenta, ma gli industriali premettero per una localizzazione più a est. E così fu, malgrado le resistenze della Coldiretti, che si batté invece con successo, con il deputato Fernando De Marzi, per prevedere un’indennità anche per i fittavoli e i mezzadri e il riconoscimento di una somma pari al 10% dell’indennità di esproprio al conduttore di un’azienda agricola per facilitare il trasferimento e il rilancio dell’attività.

Non passò invece la richiesta — contenuta in una prima versione del disegno di legge — di concedere benefici fiscali (esenzione fiscale decennale dal reddito) per le aziende che vi si fossero insediate. Esenzione invece prevista in molti comuni del Veneto grazie al riconoscimento delle zone depresse. Ci pensò il Comune a garantire l’esenzione delle tasse comunali. Comunque le imprese arrivarono lo stesso. Non solo per le agevolazioni di cui comunque potevano godere, ma soprattutto per i servizi — i collegamenti in primis — di cui potevano usufruire. Nel 1958 il Consiglio direttivo del Consorzio delibera la precedenza degli espropri delle aree destinate a strade e già nel 1960 la Zip godeva di una rete di oltre 20 chilometri di strade interne, di due caselli autostradali, uno a nord della Zip (Padova Est), e uno a sud-est (Padova zona industriale), oltre a un raccordo ferroviario di oltre 6 chilometri con relativo scalo merci costruito per collegare la zona industriale con la stazione ferroviaria di Padova.

L’aiuola spartitraffico del futuro Viale dell’Industria nel 1959 (foto gentilmente concessa dall’Archivio del Consorzio ZIP)

“La Zip nasce con idee grandi, basta vedere corso Stati Uniti: ancora adesso è la strada più grande della città, costruita a tre corsie quarant’anni fa”, racconta Alberto Ongaro, che della Zip è stato presidente dal 1994 al 2004. Poi le cose, come vedremo, prenderanno un’altra piega.

La costruzione della Zona industriale libera la città di diverse produzioni inquinanti, nel nome della razionalità dello zoning urbanistico che prevedeva lo sviluppo monofunzionale delle singole aree. Ogni cosa al suo posto, verrebbe da dire. Fino agli anni ’50 nella zona di piazzale Boschetti, a una manciata di metri dalla Cappella degli Scrovegni, sorgevano industrie di legname e carbon coke. Chi ricorda quel tempo riporta l’impressione di una città grigia e polverosa: allora 124 industrie meccaniche e 19 industrie chimiche erano collocate all’interno delle mura del ’500, senza contare i piccoli laboratori che convivevano con le abitazioni.

I vuoti creati avrebbero potuto rappresentare una buona occasione per una rivisitazione dell’urbanistica cittadina. D’altronde è lo stesso Piano regolatore di Luigi Piccinato che prevede: “Con la creazione di questa zona industriale si renderà possibile la graduale smobilitazione del settore industriale adiacente al Corso del Popolo e via Nicolò Tommaseo, e la sua trasformazione in importanti settori edilizi a costruzioni intensive in gran parte ad uso commerciale o residenziale intensivo”. Un coraggioso progetto, dell’inizio degli anni ’90, degli architetti Favaro, Yaxley e Saito immaginò per via Tommaseo, una volta trasferiti i magazzini generali e altre imprese, un boulevard e lo sviluppo di un parco che connettesse il Piovego al cimitero dell’Arcella sopra e oltre la Ferrovia. La politica e gli interessi a essa collegati spinsero verso altri disegni.

La visita di Amintore Fanfani (di fronte a lui Cesare Crescente, sindaco di Padova e presidente del Consorzio Zona industriale) alla Zip nel 1961 (foto gentilmente concessa dall’Archivio del Consorzio ZIP)

Le battaglie contro gli espropri

“Eravamo tanti — sai quanti ? — non saprei dire i numeri, ma eravamo in tanti, e pensavamo di vincere, di difendere la terra. Avevo 16 anni con mia sorella gemella, siamo andati tante volte a manifestare a San Lazzaro, c’era la polizia, sì. Il prete non diceva di andare, ma si capiva che era d’accordo. Finché sono andati a Roma e sono tornati dicendo che non c’era più niente da fare e che ci toccava cedere”. Luigina Borgato ricorda bene quei giorni in cui i contadini manifestavano a San Lazzaro contro gli espropri per la costruzione della zona industriale. Lei veniva dalla zona di Granze, da l’Olmo, un paese che non c’è più, ma a san Lazzaro andavano tutti i contadini — da San Gregorio, da Granze, da Camin — che sapevano che, mano a mano, sarebbero stati espropriati.

Il Gazzettino, 13 gennaio 1959 (Archivio Circolo Wigmam “il Presidio”)

“I carabinieri e gli agenti di polizia hanno dovuto proteggere ieri mattina in località San Lazzaro due geometri e due operai del Comune che si erano recati nei primi lotti espropriati della zona industriale per piantare le palline di misurazione della nuova strada. All’imbocco di via Marezzane, una carrareccia che dall’inizio dell’autostrada Padova — Venezia si interna nella campagna verso Noventa Padovana, erano stati posti dei cordoni dei carabinieri dietro i quali avevano preso posto sino dalle 7 di mattina alcune decine di espropriati. La maggior parte si trattava di donne, alcune in lacrime che commentavano aspramente il lavoro degli addetti e l’intervento della forza pubblica. Verso le nove — ora di arrivo sul posto di alcune camionette della polizia — la tensione si è un po’ aggravata sfociando in un breve parapiglia nel corso del quale alcune donne sarebbero rimaste contuse”. È la cronaca del Gazzettino, datata 13 gennaio 1959, dei primi espropri eseguiti, letteralmente, manu militari.

Il Gazzettino, 13 gennaio 1959 (Archivio Circolo Wigmam “il Presidio”)

Gli espropriati si erano organizzati, a loro volta, in un consorzio per contestare le modalità e il calcolo del valore che veniva riconosciuto loro. La contesa riguardava il riconoscimento di terreno edificabile — quindi con valore più elevato di quello agricolo — della terra che veniva espropriata. La battaglia venne combattuta anche sul terreno legale. Gli espropriati ottennero l’appoggio della potente Coldiretti contraria alla costruzione della Zip. Ma persero comunque.

Il Consorzio della Zona industriale invece nel giro di qualche anno cambiò parzialmente atteggiamento. E da un approccio molto duro passò a una strategia più morbida. Ha impersonato questo cambio di passo un personaggio chiave nella vicenda della costruzione della Zona industriale, l’avvocato Giuseppe Burlini, recentemente scomparso. Arrivato al Consorzio a metà degli anni ’60 con alle spalle già esperienze nell’ambito degli espropri, ne divenne direttore nel 1991 fino al 1999.

“Burlini condusse le trattative per gli espropri introducendo alcune novità — racconta Ongaro — come la parificazione del riconoscimento economico delle pertinenze — l’aia, gli alberi di frutta, il ricovero degli attrezzi… — a quello delle abitazioni”. Il suo compito professionale deve averlo coinvolto umanamente tanto che promosse diverse iniziative per custodire la memoria del territorio.

Nel vecchio sito della Zip è consultabile un ampio catalogo di foto di alcune delle case abbattute e del territorio come si presentava prima dell’edificazione. “Non è stato semplice mettere insieme quel patrimonio di testimonianze” racconta Alberto Salvagno, addetto stampa della Zip ora in pensione, che con Burlini ha condiviso l’impegno per custodire la memoria di quello che è stato.

Man mano che gli espropri procedevano cresceva la rassegnazione e il conflitto s’assopiva. Dallo scontro collettivo con gli espropriati si passò alla trattativa privata con la singola famiglia. Il fronte dell’opposizione si sfaldò. “Ci sono state sei o sette riunioni lì al cinema Odeon, con tutti gli espropriati. Nel 1960. All’inizio erano in tanti, duecento, trecento persone. C’erano anche i rappresentanti della Zip, Zanon, che si prendeva un sacco di parole” racconta Tiziana, moglie di Nereo Barson che gestiva il cinema. Secondo alcune testimonianze furono messe in opera delle azioni di “sabotaggio” dell’azione comune: “L’ultima assemblea degli espropriati finì in malo modo quando si scopri che chi voleva rappresentare gli interessi degli abitanti in realtà faceva il doppio gioco per la Zip”, racconta Cesare Bettio, un altro anziano espropriato. Ulteriori episodi di contestazione si ebbero anni dopo, nel 1978, con l’occupazione da parte della cooperativa Marte, di cui facevano parte alcuni studenti di agraria, di alcuni terreni non ancora assegnati.

Lo stile che ha condotto l’opera di esproprio fu comunque quello del “divide et impera”. “Ci dicevano sempre di non parlare con altri delle trattative, di farci i fatti nostri” racconta Bettio. “Mi go catà il mio avvocato, ti te rangi…” si diceva.

Una delle prime foto a colori della Zip, incrocio di viale dell’Industria con via della Navigazione interna (foto gentilmente concessa dall’Archivio del Consorzio ZIP)

L’industria a Padova

Negli anni ’50 assistiamo allo sviluppo in particolare di alcuni settori industriali quali la meccanica, le macchine utensili e la minuteria. Il censimento del 1961 certifica che le imprese con più di 10 addetti sono triplicate rispetto a dieci anni prima e l’occupazione è triplicata. La meccanica occupa un terzo della forza lavoro. “Gli anni Sessanta e Settanta — scrivono Toni Grossi e Francesco Jori — costituiscono il momento in cui prende forma la Padova industriale; questo fenomeno è caratterizzato soprattutto da un diffuso prolificare di piccole e microimprese”.

Il primo stabilimento ad iniziare la produzione, nel 1959, fu una ditta di lavorazione del legno proveniente dal Friuli, la De Antoni. Poi si installò Ghiraldo, officina di riparazione di motori (oggi è concessionario della Peugeot), Giuseppe Paccagnella che faceva impianti frigoriferi in Terza Strada, l’Itala Pilsen che lasciava così lo stabilimento in piazza Insurrezione e il Carrellificio Padovano in Quarta Strada.

Viale dell’Industria, zona Nord, Miazzo Carpenteria, 1968 (foto gentilmente concessa dall’Archivio del Consorzio ZIP)

La quota zero

Dare il nome al territorio è un modo di impossessarsene, di addomesticarlo. Nei racconti dei vecchi espropriati si rincorrono i nomi di luoghi scomparsi: via dell’Olmo vecchio, Borgo Borghetto, Strada Nardo, Strada Villa Ruffina. Le nuove strade sono state denominate, nella zona industriale nord, con i numeri — prima, seconda, terza strada… — e, nella parte sud, con i nomi delle nazioni. Sono mappe radicalmente differenti che non combaciano.

Secondo i calcoli del Consorzio della Zip c’erano circa mille fabbricati e cinquemila abitanti. Fin qui i numeri. Inoltrandosi per la strada Gramogne a fianco di corso Stati Uniti e a ridosso di Padovaland (ex laghetto di Camin) la boscaglia lascia spazio, di quando in quando, a chiazze sgombre. Lì i detriti delle case abbattute impediscono la crescita delle sterpaglie. “Erano una quarantina le case in questa via”, racconta Stefano Pagnin del Circolo Wigmam “il Presidio”.

Già, lì dove è stata pianificata e costruita la Zona industriale c’erano delle case. Non era vuota l’area compresa tra Camin, Granze e San Lazzaro. Una grande area agricola suddivisa in piccoli e medi appezzamenti, alcuni di proprietà, altri in affitto. E non solo agricola. “Aprivamo il cinema la domenica e il lunedì, il sabato era chiuso perché a Camin erano tutti calzolai e per i calzolai lunedì è festa, sabato si lavora”, racconta Nereo Barzon che gestiva il cinema Odeon in centro a Camin, anche lui espropriato. La sua casa si è ritrovata a ridosso a corso Stati Uniti: “Mio fratello seminava il miglio per gli uccelli — ricorda — e quando hanno costruito la strada, prima che l’asfaltassero, per un paio d’anni, mio fratello ha seminato anche su corso Stati Uniti. Su corso Stati Uniti cresceva il miglio”.

“Mi ricordo che quando siamo arrivati qui da Rubano — ricorda Cesare Bettio — all’inizio degli anni ’70 per lavorare i campi usavamo una macchina, il voltafieno, i vicini ci guardavano stupiti che loro lavoravano ancora a mano. Era una zona arretrata”.

Nell’area tra corso Stati Uniti e via Messico c’era Olmo, un paese con la sua osteria, il fabbro, il barbiere, il negozio di alimentari (il casolino), il cordaio, il meccanico, le case. Le persone. Un paese che non c’è più. Di quel paese è rimasta almeno la testimonianza di uno struggente video girato, nel 1968, da Gabriele e Leonio Nardo. Sua madre gestiva l’osteria del paese. “C’era miseria: ricordo delle case dove non c’era il pavimento, erano di terra battuta. Negli anni ’50 molti sono emigrati. Gli uomini venivano nell’osteria di mia mamma e giocavano alle bocce, non avevano un lavoro” ricorda ancora Leonio Nardo.

Olmo, dove è ora corso Stati Uniti, nelle immagini girate da Gabriele e Leonio Nardo, 1968

“Ultima propaggine della Riviera del Brenta, il territorio era ricco di ville di nobili padovani e veneziani, fino all’800 era considerato un luogo di villeggiatura. Ma più in là nella storia, lungo i corsi d’acqua, erano stati creati dalle diverse confraternite diversi sacelli. E ancor prima l’area di Granze era interessata dalle maglie del graticolato romano.

Era un territorio molto suggestivo dal punto di vista paesaggistico, movimentato dalle piene del Brenta per cui si erano creata differenti livelli del terreno con fossati profondi pieni d’acqua e la compresenza di elementi ambientali particolari. La Zip ha fissato una quota zero e rispetto a quella si è dovuto fare un gran lavoro di asporto della terra. È stato cancellato un disegno del territorio”, racconta l’architetto Mario Squizzato, appassionato studioso di questo territorio.

Ci ancora sono dei fili d’erba che si insinuano tra le crepe del cemento. “Davanti alla sede di Banca Intesa in corso Stati Uniti, nascosto tra le sterpaglie — ci confida Leonio Nardo — c’è ancora il pozzo della casa dei Dalla Via”.

Il cambio di rotta della Zip

“Un numero significativo di grandi imprese che si sono trasferite in Zona industriale — racconta Alberto Ongaro — sono nel tempo fallite come la Domenichelli, la Itala Pilsen, le Officine Meccaniche Stanga, Sordina, la Snia Viscosa”. Nel 1969 una nuova legge statale cambiò i connotati della Zip allargando le tipologie di insediamento che non erano più solamente industriali, come nella formulazione della legge del 1958, ma “industriali, artigianali e commerciali”. Questo cambio di previsione permise l’insediamento nell’area di Corso Stati Uniti di stabilimenti come il Cnr, i Magazzini Generali, la Dogana, le Acciaierie Venete, il Centro Grossisti, l’Amniup e l’Interporto Merci. L’area messa a disposizione del Cnr è di 17 ettari, come ha ricordato l’allora presidente Angelo Boschetti: “Fu data al Cnr a un prezzo stracciato, irrisorio, che oggi corrisponderebbe a 6 euro al metro quadro, purché il Cnr si insediasse a Padova”.

Uno dei container sperimentali del CNR, 1980 (foto gentilmente concessa dall’Archivio del Consorzio ZIP)

Quando nel 1973 Ettore Bentsik divenne presidente della Zip si era proceduto all’esproprio e lottizzazione di 2 milioni e mezzo di metri quadri. Secondo Giorgio Roverato, Bentsik “trasformò il consorzio da struttura burocratica di gestione delle scelte determinate dagli enti soci in “impresa”, vale a dire in organismo in grado di elaborare autonomamente, sottoponendole al vaglio degli organi di governo, le linee del proprio sviluppo”. In particolare Bentsik diede il via alla costruzione di lotti più piccoli, il che permise l’insediamento di imprese artigianali di dimensioni ridotte. “Delle 400 aziende attive nella gestione Bentsik un terzo era artigiana”, scrive Roverato. La Zip si andava così adeguando al modello di industrializzazione prevalente, quello che verrà chiamato modello nord est o Terza Italia.

Il nuovo Centro di meccanizzazione postale nel 1978 (foto gentilmente concessa dall’Archivio del Consorzio ZIP)

Il racconto di un esproprio

Ecco cosa racconta Cesare Bettio.

Nel maggio 1971 ci siamo trasferiti nella casa a Camin. Avevo 31 anni e con mio padre mi sono messo a posto la casa, abbiamo dato la malta e messo a posto le grondaie, fatto il bagno — sa, era una casa di campagna con il bagno fuori — e il riscaldamento. Nell’aprile 1972 ci siamo sposati. Nel febbraio 1973 arriva una raccomandata con ricevuta di ritorno del geometra per l’atto di consistenza, cioè il documento dove venivano catalogati tutti i beni espropriati.
La prima convocazione è solo informativa, sembrano agnelli. Mia moglie era incinta e le dicono “Lei è bella, sarà un bambino bellissimo”. “Siete troppo pochi per quella casa lì” ci hanno detto. Al seguente incontro, dopo setto o otto mesi ci presentiamo e mia moglie è di nuovo incinta: “Questo è un altro, ci avevate detto che siamo pochi…”. La campagna era di otto ettari circa.
I primi espropri, a San Lazzaro, sono stati pagati 280 lire al metro. Lì mio padre ha preso le legnate dalla polizia, si era contro al prezzo non contro la Zona industriale.
Nel ’74 si sono presentati a sorpresa con un maresciallo e due carabinieri che sapevano che mio padre aveva la doppietta. Nel ’75 si arriva all’atto di concordato. Tanti continuavano a firmare con la clausola: “Se è approvato dal Coreco”. Con questa clausola accadeva che chi pensava di intascare 100 poi riceveva 80, perché il Coreco correggeva i conti, e nel frattempo questo qui si era indebitato. C’è gente che si è sparata e che è andata via di testa… i funzionari della Zip si son prese delle bastonate… erano degli affaristi, tanti anziani sono stati raggirati.
Alla fine abbiamo firmato per 750 lire al metro. Fino al 1970 davano un lotto per costruirci una casa a Villa Berta a Camin, poi quando il terreno è stato esaurito il sindaco Bentsik ha acquistato il terreno chiamato la prebenda Ognissanti, per 1000 lire al metro dalla Curia. Ciascuno rimaneva rintanato nel suo guscio, ma hanno fatto tutto sulla pelle degli espropriati. Siamo stati abbandonati.
Sapendo che sarei stato espropriato e che non avrei ereditato i campi, andavo a scuola per imparare un lavoro, dopo che mi ero alzato alle 3 per andare al lavoro ai Magazzini Generali.
Una lettera di esproprio del 1975 (Archivio Circolo Wigmam “il Presidio”)

La Zip e una certa idea del lavoro e dell’impresa

Già nel 1962 venne edificata la chiesa interna alla Zona industriale in via Quarta Strada e intitolata a San Giuseppe Lavoratore. Si tratta dell’espressione plastica di un progetto sociale e culturale che si rifaceva alla dottrina sociale della Chiesa. L’edificazione della Zona industriale si appoggiava infatti ad una precisa visione dell’economia: “Creare le premesse per il sorgere di impianti industriali — dichiarò il sindaco e presidente della Zip, Cesare Crescente — significa favorire il progresso della nostra società, il miglioramento del tenore di vita delle classi lavoratrici, il benessere della popolazione”.

La Zona industriale non ha solo attirato attività produttive grazie all’azione calmierante del prezzo dei terreni, ma le ha anche selezionate. “Non tutte le attività erano benvenute — racconta Alberto Ongaro — , venne operata una selezione sulla base della salubrità delle produzioni e della sostenibilità della compresenza tra attività contigue, e venivano privilegiate le imprese che promettevano di creare numerosi posti di lavoro. Le aziende che accedevano alla Zip accettavano un ‘atto di sottomissione’. Almeno in un caso, durante la mia presidenza, una società — disbrigava pratiche burocratiche per l’esportazione — venne allontanata perché creava disagio, attirando troppi camion ai cancelli. A un’altra impresa che propose un impianto di stoccaggio di traversine ferroviarie venne rifiutata la disponibilità del lotto: non erano chiare le procedure di prevenzione dall’inquinamento. Le imprese erano e sono ancora vincolate a non vendere il terreno che, cessata l’attività, ritorna alla Zip. Questo perché venga mantenuta la caratteristica produttiva e per evitare speculazioni”.

Accanto alla chiesa venne realizzato un centro servizi con una mensa, un bar, una tabaccheria. Nacque poi un centro di lettura che, grazie alle tensioni sociali e alla volontà di partecipazione degli anni anni ’60 e ’70, divenne uno spazio propulsivo di iniziative culturali e sociali. Di fronte alla chiesa di san Giuseppe una campana suona tre volte al giorno “per ricordare i caduti sul lavoro e il valore della vita”.

Un certo orgoglio di appartenenza a questa storia sembra di respirarlo tra i dirigenti della Zip, “a partire da quei 15 milioni capitale sociale del 1958 non abbiamo avuto una lira di finanziamento pubblico ed abbiamo un bilancio in attivo”, raccontano.

Una recente iniziativa che ha confermato l’anima sociale della Zip è stata la costruzione dell’asilo nido, il centro per l’infanzia Zip. L’opera, dalla significativa forma di bozzolo, nasce in seguito alla rilevazione fatta nel 2005 da parte del Consorzio sul livello di soddisfazione delle imprese e dal monitoraggio emerse la richiesta di un servizio di asilo. Il Centro può ospitare una settantina di bambini, è aperto tutto l’anno ed è al centro di un’area verde. La Zip ha investito nell’opera 2 milioni di euro. È stata intitolata ad Angelo Boschetti, presidente della Zip dal 2006 al 2014, che ha fortemente voluto quest’opera.

Il Centro per l’infanzia Angelo Boschetti della Zip (foto Zip)

Sempre durante la presidenza Boschetti è stato donato il terreno, 10mila metri quadri, per la costruzione della torre della Città della speranza. Così si è espresso Boschetti, in un intervista con il giornalista Toni Grossi, al riguardo: “Quando ho donato loro i 10mila metri quadri non ho fatto beneficenza, ma un investimento. Perché oggi dove la scienza è pervasiva, neppure la medicina può prescindere dall’elettronica o dalla meccanica… Quindi se questi ricercatori della speranza sono bravi avranno bisogno di uno strumento e andranno a chiederlo all’industria che è fuori. Se sono bravi e riusciamo a produrre qualche premio Nobel inventeranno qualche prodotto che riuscirà a provocare uno spin-off verso il sistema industriale”.

Aspettando l’esproprio

“Al muro dell’osteria dell’Olmo ho appeso la carta tecnica della Zip che mostrava dove avrebbero costruito. Mia mamma vedendo che dove eravamo noi sarebbe passata via Messico ha esclamato: ‘Beh, sposteranno la strada, per forza’. Non ci rendevamo conto, nessuno si rendeva conto, che sarebbe davvero successo, che la strada non l’avrebbero spostata e che l’osteria, e l’intero paese di Olmo, sarebbero stati rasi al suolo”. È il racconto di Leonio Nardo.

Il piano di edificazione della Zip subirà delle piccole e grandi modifiche nel procedere della sua attuazione. Anche grazie alle mobilitazioni popolari. Verranno salvate delle dimore importanti che sarebbero dovute sparire: “Ci siamo raccolti attorno a Villa Mistrello qui a Camin che c’erano già le ruspe pronte” racconta l’architetto Mario Squizzato. O la chiesa di Granze salvata dall’intervento del Sovrintendente. Ma l’intero abitato di Granze doveva far posto alla Zip. Una appassionata assemblea alla presenza di Ettore Bentsik ha convinto il sindaco, e presidente della Zip, ha retrocedere dall’intento e salvaguardare il centro abitato. Anche il parco del Roncajette venne istituito grazie al lavoro tenace di un comitato.

“Ad un certo punto è saltata fuori la storia del Cottolengo — racconta Leonio Nardo — e veniva accusata una importante famiglia della zona — la famiglia Dalla Via — perché avevano venduto i terreni alla Zip — e lì sorsero i Magazzini Generali — invece che alla Curia che ci avrebbe fatto il Cottolengo. Si diceva che se avessero fatto il Cottolengo, la Zip si sarebbe fermata. Ma era una leggenda, non urbana, ma contadina”.

Una strada nel verde

Nel 1995 la Zip ottiene una proroga di cinque anni il potere di esproprio che verrà a scadere il 31 dicembre del 2000. Continua a espandersi ottenendo terreno a prezzi di mercato. Ma oggi, di fatto, la missione principale ed originaria della Zip, la lottizzazione e vendita dei terreni per l’edificazione dei capannoni, può ritenersi conclusa.

Certo la Zip provvede ad una serie di servizi come la manutenzione e la pulizia delle strade, circa un milione e mezzo di euro l’anno sono dedicati a questo servizio. Un servizio che il Comune difficilmente accetterebbe di sobbarcarsi. Il Consorzio, poi, da anni partecipa a partnership per la costituzione di zone industriali in altre aree, anche all’estero, come a Nablus, in Palestina. O promuove l’innovazione e la ricerca con la partecipazione a progetti europei.

Diversi sono i tentativi di qualificare, anche ambientalmente, la propria missione come la creazione del Parco Fenice, frutto della collaborazione tra il Consorzio Zip e la sezione scout del Cngei di Padova: un’area di 14mila metri quadri di proprietà del Consorzio, all’interno di un paleo alveo del fiume Roncajette dove è stato realizzato un percorso pedonabile e ciclabile di circa 4 chilometri. Una casa rurale situata nell’area è stata destinata in parte a centro di formazione ambientale (per le aziende della Zip, scuole e associazioni di volontariato) e in parte a ostello. E soprattutto un percorso didattico formativo dedicato alle energie rinnovabili. Nel 2005 il Consorzio Zip — su proposta e con la collaborazione del Comune di Padova — ha commissionato al dipartimento di Architettura del Paesaggio dell’Università di Harvard (Harvard Design School) lo studio delle aree e dei corridoi verdi che dal Parco Roncajette (comune di Padova) si estendono fino al Polo universitario di Agripolis (comune di Legnaro).

Anche l’attività agricola in realtà non è mai scomparsa dalla Zip. Diversi espropriati hanno chiesto e ottenuto di poter continuare a coltivare i loro campi anche dopo l’esproprio nel caso non si fosse proceduto subito alle edificazioni. Un paio di anni fa i giovani della Confederazione degli agricoltori di Padova hanno sottoscritto un accordo per l’utilizzo gratuito di metà circa delle aree verdi per le coltivazioni in cambio della gestione della restante parte a verde.

Il Green Energy Park Fenice (foto Fondazione Fenice)

Un dolore nascosto

La vicenda degli espropri ha riguardato nell’arco di più di quarant’anni oltre un migliaio di famiglie. Eppure, a conoscenza di chi scrive, non è uscito un solo libro ed è pochissimo il materiale documentale che testimoni questo enorme, e certamente drammatico, processo di trasformazione sociale. Abbiamo visto come la trattativa tra la singola famiglia e il Consorzio venisse vissuto privatamente tra le quattro mura della casa. Ma all’interno di quelle mura sono avvenuti dei drammi.

“Nelle case contadine vivevano tutte insieme più generazioni, poi arrivano questi quattro soldi promessi e sognati e che divisi tra i vari figli in realtà non servono a niente, l’illusione dell’indennità ha creato lacerazioni, c’erano famiglie patriarcali unite che si illudevano che ci potesse essere un futuro”, racconta Ornella Nicoletto, la cui famiglia è stata espropriata ancora negli anni ’60 dalla zona di San Lazzaro. “Ancora negli anni ’90 a Granze — ricorda ancora Favaro — diverse famiglie hanno tentato di difendersi mettendo di traverso i trattori o le macchine per impedire ai mezzi del Consorzio di operare l’esproprio, ma si trattava di gesti disperati”.

“Immaginatevi degli anziani abituati a fare i contadini che dal giorno al mattino si ritrovano in una nuova casa, sradicati tra quattro mura: è stato un impatto devastante, ci sono stati suicidi”. La strategia del “divide et impera” si è insinuata dentro la comunità, ciascuno sospettoso della trattativa che stava conducendo il vicino, l’amico o il parente. Chi aveva più risorse — economiche, ma anche sociali e di relazioni — si è rivolto a un avvocato. Altri hanno accettato quello che veniva offerto, con rassegnazione.

L’occupazione delle terre incolte nella Zip, guidata dalla Coop Marte, 1978 (foto gentilmente concessa dall’Archivio del Consorzio ZIP)

Bingo!

“Negli anni ’80 e ’90 avevi le richieste di piccoli lotti perché il piccolo imprenditore diceva: ‘Voglio il mio capannone dove posso lavorare io, da solo’. È chiaro che quel mondo non c’è più — racconta Piero Francescon che del Consorzio Zip è stato direttore fino al 2016 — , ora le richieste sono da parte di grandi gruppi per produzioni di nicchia e che magari vogliono il terreno in affitto. Ci sono dei buchi normativi nella legge istitutiva che ha fatto sì che crescessero, negli ultimi anni, una serie di edifici per i servizi. Si è accentuata la parte terziaria e commerciale nella Zip”.

Come leggiamo nel documento preliminare alla Variante del Piano degli Interventi del 2014:

“Questo ambito urbano, ben strutturato e funzionante, che vede la presenza di un alto numero di attività economico-produttive, è stato negli ultimi anni fortemente interessato da domande/tendenze di cambiamento delle destinazioni, situazioni espresse in forma spesso non palese, realizzate anche al limite della normativa e tendenti, soprattutto, a sviluppare attività legate al settore ‘terziario’ piuttosto che alla produzione industriale e/o di nuove tecnologie e quindi con una crescente domanda di aree ed attrezzature diverse da quelle in essere […]”.

“C’è il problema della zona industriale nord, dove i fabbricati sono vecchi e minori sono i servizi e dove più pressante e presente da più tempo è la tendenza alla crescita del settore commerciale e dei servizi — rileva Francescon — , in realtà non abbiamo dati aggiornati, le imprese della Zip hanno l’obbligo di comunicare al Consorzio i dati sulla loro impresa per vent’anni. Di tutta l’area nord, dove le imprese sono installate anche da 40–50 anni, non sappiamo nulla. Personalmente stimo che in Zip vi sia un 10% di edifici inutilizzati”. Dai rapporti della Camera di commercio leggiamo che in Zip sono insediate 1500 aziende che occupano circa 20mila addetti.

Sempre dal documento del Piano degli Interventi:

“Considerata la problematicità di carattere sociale e di ordine pubblico legate alla presenza diffusa sul territorio di attività di pubblico spettacolo legate anche alle iniziative di Associazioni e Circoli privati nonché delle sale gioco e di attività ancora connesse a questo tipo di intrattenimento, viene previsto che questo tipo di attività possano essere realizzate nell’ambito della Zona industriale, evitando in questo modo di creare disagio alla popolazione residente e di spostare i locali dedicati al “gioco” da siti sensibili garantendo nel contempo la possibilità di un più puntuale controllo sulle stesse”.

Dalla lungimirante fatica imprenditoriale dei pionieri alla vertigine compulsiva delle scommesse e del gioco: la parabola della zona industriale nord sembra dirci molto dei destini del capitalismo finanziario.

Un angolo di futuro

Torniamo allora al Circolo Wigmam “il Presidio”.

Si tratta di una casa contadina — in realtà si intuisce che è un palazzetto nobiliare veneziano -, appartata, tra Padovaland e l’autostrada Padova — Bologna. È il risultato di una storia di resistenza all’esproprio grazie alla tenacia di Francesco Pagnin e della sua simpaticissima moglie, Maria. Ottantenni, seguono con amore i lavori della campagna. Da questa esperienza il figlio Stefano ha fatto germogliare “il Presido”, una associazione che ha riempito questo luogo di iniziative e ne ha fatto punto di riferimento di molti “presidianti”. Nel campo vicino casa, espropriato dalla Zip, ma mai utilizzato, hanno trovato posto degli orti curati da una schiera di appassionati “neoruralisti”.

L’attore Marco Paolini al Circolo Wigmam “il Presidio” insieme ai Pagnin (foto Archivio Circolo Wigmam “il Presidio”)

Il manifatturiero degradato

Ciclicamente ritorna il tema della fusione tra società Interporto e Zip. È accaduto durante l’amministrazione di centrosinistra e negli anni di amministrazione Bitonci.

Una piccola curiosità: la parola interporto nasce a Padova durante un convegno nel 1970 e viene subito ripresa da Mario Volpato allora presidente della camera di Commercio e ideatore dell’Interporto di cui fu primo presidente. La società Interporto nasce nel 1973 e Volpato ne rimarrà presidente fino al 1982. Manca un tessera importante del puzzle immaginato dai “pionieri” della Zip, ed è l’idrovia Padova — Venezia, rimasta una grande incompiuta.

L’Interporto ha conosciuto un importante sviluppo in questi anni, “a Padova movimentiamo più container che a Venezia pur non avendo il mare”, racconta Ongaro.

Una specificità e un valore aggiunto della società è quella di avere la proprietà dei capannoni che servono la logistica, infatti la gestione immobiliare è una delle sue attività fondamentali. Ma l’Interporto è stato anche teatro di episodi odiosi di sfruttamento e caporalato come ha confermato la recente inchiesta sulla gestione delle cooperative di facchinaggio che operavano nei magazzini della società Acqua & Sapone. “All’epoca, parliamo del 2010, — scrive Confcooperative Padova in una recente nota — era stato anche sottoscritto un patto tra istituzioni, sindacati, associazioni d’impresa e di categoria, cooperative e operatori della logistica (interporto in primis) per garantire la massima trasparenza e la sicurezza dei lavoratori del settore: alla luce di quanto sembra sia avvenuto quel patto era solo carta scritta”.

Ma che cosa è successo al sistema delle imprese padovano? “La crisi economica cominciata nel 2008 ha ulteriormente ridotto il settore industriale attraverso sia la chiusura delle aziende sia la diminuzione del numero di dipendenti. La metalmeccanica, uno dei fiori all’occhiello della manifattura patavina, ha subito una riduzione del 20% delle attività nell’arco degli ultimi otto anni e conta ormai solo circa 4300 occupati”, analizza Devi Sacchetto, sociologo del lavoro. La riduzione è andata di pari passo con la miniaturizzazione delle imprese che ha riguardato tutto il settore manifatturiero ormai ridotto a una manciata di imprese con più di 2–300 occupati: “In particolare, nella zona industriale si è progressivamente allargata l’area della logistica e del commercio all’ingrosso e al dettaglio. La dilatazione del terziario avviata negli anni Ottanta si è così approfondita e oggi conta l’80% degli assunti in città”.

L’economia urbana basata ormai prevalentemente sui servizi è quindi caratterizzata da una articolazione di imprese, settori e lavoratori che assolvono a una serie variegata di funzioni fondamentali, approfondisce il sociologo padovano: “La logistica, ad esempio, richiede capacità di gestione just-in-time di processi produttivi internazionali nei quali sono occupati sia figure di alto livello, sia decine di facchini che lavorano nelle cooperative del sudore attraverso il meccanismo del sub-appalto e che, giustamente, hanno messo in campo tenaci forme di conflittualità per cercare di togliersi dalla poco invidiabile situazione dei sacrificabili”.

Il racconto di Sacchetto fa eco agli scritti di Saskia Sassen che denuncia quella che chiama “l’espansione del settore manifatturiero degradato” i cui sintomi sono

“il declino dei sindacati, la perdita di varie forme di tutela contrattuale, l’aumento dei lavori sgradevoli accettati per mancanza di alternative, di quelli temporanei e a tempo parziale e di altri tipi di attività occasionali”.

Il “manifatturiero degradato” di cui parla la Sassen non riguarda solo la logistica: nel 2007 venne alla luce la realtà della Star Recycling di corso Francia, in piena Zip, dove lavoratrici marocchine a mani nude e sotto il sole, in mezzo a una montagna di rifiuti, venivano impiegate per separare plastica e vetro dall’immondizia. Nessuna protezione, lamentela o protesta, pena il licenziamento in tronco.

Sotto vento

In città non sono mai arrivati i fumi della Zona industriale, la scelta del luogo rispondeva anche a questa esigenza. E non sono arrivati nemmeno i racconti degli espropriati. La Zona industriale è nata per salvaguardare la città dalle produzioni inquinanti, ma l’ha anche esclusa da un processo sociale ed economico di importanti, e tragiche, dimensioni.

La costruzione della Zip è stata anche un esempio di lungimiranza e buona amministrazione. È uno dei pochissimi esempi di regolazione pubblica di un’area produttiva, ma ciò che possiamo giustificare razionalmente per la fase di modernizzazione che ci sta alle spalle non ha senso oggi, né per il prossimo futuro.

Occorre rendere giustizia al territorio, il che significa ricomporre le fratture che si sono provocate pensando il territorio in modo anonimo, come piattaforma neutra di uno sviluppo. Le teorie tradizionali dello sviluppo hanno considerato e usato il territorio in forme riduttive e strumentali. Il territorio è divenuto semplicemente un supporto tecnico di attività e di funzioni economiche sempre più indipendenti dalle relazioni esistenti con il luogo e le sue qualità ambientali, territoriali, culturali ed identitarie; i caratteri che derivano dalla sua costruzione storica di lunga durata. Occorre prendere sul serio la sua costituzione ancora complessa, pensarla in modo integrato — attività produttive, residenza, parchi, fiumi, trasporti, qualità del lavoro — non per temi settoriali.

Una domanda banale: sono state allontanate le produzioni dalle residenze quando le produzioni erano inquinanti. Se le produzioni non lo fossero (quasi) più ha ancora senso questa frattura? È possibile restituire complessità a quell’area integrando residenza, agricoltura, produzioni?

Il titolo “Torneranno i prati” può suonare come un minaccia.

A Detroit, l’ex capitale dell’automobile negli Stati Uniti, i prati sono tornati, nel senso che la città ha perso, dagli anni ’50, il 70% degli abitanti e interi quartieri sono stati abbandonati. Ma i prati potrebbero tornare governando un processo, non assistendo ad una caduta.

La ricomposizione di un rapporto fra economia, società e territorio passa attraverso il recupero della capacità di comprendere in modo profondo il “senso” di un territorio inteso come la somma di un lavoro complesso attraverso cui nel tempo gli uomini riescono ad “abitare” uno spazio e un suolo.

Per questo abbiamo pensato di recuperare la storia degli espropriati, dei luoghi, delle economie di questo territorio spazzati via per far posto alla zona industriale. L’abbiamo fatto perché quella storia ha ancora molto da dirci su quello che potrà accadere in zona industriale, su quello che potranno essere le attività produttive nei nostri territori, sulla convivenza che riusciremo a costruire.

Interviste

Nereo Barzon, espropriato

Cesare Bettio, espropriato 
Luigina Borgato, espropriata

Stefano Bressan, direttore generale attuale

Pietro Francescon, direttore generale fino al 2016

Ornella Nicoletto, espropriata

Leonio Nardo, espropriato

Stefano Pagnin, animatore del Circolo Wigmam “il Presidio”

Alberto Ongaro, presidente Zip dal 1994 al 2004

Alberto Salvagno, addetto stampa della Zip

Mario Squizzato, architetto

Libri e articoli consultati e utilizzati

Consorzio Zona Industriale di Padova, I primi trent’anni della Zona Industriale di Padova 1958–1988, 1988

Consorzio Zona Industriale di Padova, La Zip alle soglie del 3° millennio, testi di Renzo Mazzaro, foto di Alberto Salvagno

Andrea Bertoncin, Andrea Pase (a cura di), Il territorio non è un asino. Voci di attori deboli, Franco Angeli, Milano, 2006

Giuseppe Burlini, Alberto Salvagno, Una scommessa vinta. La zona industriale di Padova, Consorzio Zona Industriale di Padova, 2006

Mario Battaliard, Padova. Trasformazione urbanistiche della città e principali opere dopo l’unione del Veneto all’Italia (1866- 1992)

Emanuele Cenghiaro, Padova al di là delle mura. Guida breve ai quartieri della periferia, Tracciati, Padova, 2007

Alessandro Coppola, Apocalypse Town. Cronache della fine della civiltà urbana, Laterza, Roma, 2012

Andrea De Toni, Nuovi paesaggi per l’energia. La Zona industriale di Padova, Tesi di Laurea, Università Iuav, Anno Accademico 2015/2016

Carlo Donolo, Sostenere lo sviluppo. Ragioni e speranze oltre la crescita, Bruno Mondadori, Milano, 2007

Harvard University Graduate School of Design, Comune di Padova, Zona Industriale Padova, Padova e il paesaggio. Scenari futuri per il parco Roncajette e la Zona Industriale, 2005

Toni Grossi, Francesco Jori, Storia di Padova. Dalle origini ai giorni nostri, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 2014

Legambiente, Ecopolis, Quale Padova? Ripensare l’urbanistica a Padova: il caso del Polo direzionale, materiali del convegno, 10 giugno 1993

Giorgio Roverato,Il tempo dell’impresa. Cento anni di industria padovana tra storia e futuro — Padova 1010–2010. Un caso di (virtuosa) industrializzazione

Giorgio Roverato, L’industralizzazione diffusa.Storia dell’economia padovana. 1923–2003, Esedra editrice, Padova 2005

Devi Sacchetto, Della paura di cadere, in off-line.news

Saskia Sassen, Le città nell’economia globale, il Mulino, Bologna, 1997