emguleni

Il vento sferza la collina nella zona di Ekupheleni. Il fuoristrada guidato da Gwen si piazza placido all’interno di un recinto, passando per la rete metallica che una donna sulla cinquantina viene a spostare salutando confusa. Ci sono due bianchi nella macchina. Io e la consulente locale, nata e cresciuta in Sudafrica.

Una signora, più giovane, sta trafficando sotto ad un corrugato sostenuto da pali molto instabili, armeggia con dei cereali che versa in un pentolone colmo a mezzo di acqua. I cereali provengono da un sacco bianco con la scritta e il logo del World Food Program. Un cane le gironzola attorno dandomi una convinzione errata circa l’utilizzatore finale della sbobba. La consulente locale mi tocca una spalla e mi dice: “look!”. Guarda.

E io guardo. Dalla foresta circostante escono una decina di bambini, malvestiti, sporchi e soprattutto preoccupati. Se i due bianchi sulla macchina erano solo motivo di sconcerto per la signora del cancello (che ora è diventata l’aiutante di quella dei cereali), per i bambini sono un chiaro motivo di preoccupazione.

“Do you know who they are?” Mi chiede la consulente locale. Sai chi sono. Faccio di no con la testa e lui mi cita una delle migliaia di sigle che caratterizzano la vita e le comunicazioni delle organizzazioni internazionali. “They are ovisì”. OVC? La guardo sbigottito e non mi vergogno di non conoscere tutte le sigle.

Lei capisce. “Orphaned and Vulnerable Children”. Bambini orfani o vulnerabili.

Benvenuti al Neighborhood Care Point di Enguleni, Matsapha. Swaziland. Africa meridionale.

I Neighborhood Care Point (NCP) sono dei centri di cura di zona (Neighborhood significa vicinato), e sono luoghi dove ai bambini viene dato da mangiare (poco e male). Sarebbe anche obbligatorio, da progetto UNICEF dare loro anche qualche opportunità educativa, ma al di là del classico worship (inno) Swazi, I am a winner, non si va.

Curioso il testo della canzone I am a winner, che racconto di cui ognuno di quelli che la cantano si senta un vincitore nelle mani di Dio. A vederli cantare di vittorioso c’era ben poco. Anche se questi bambini di energia ne hanno un sacco. Ne hanno da vendere.

E intanto mangiano i cereali, sono contenti perchè è il loro pasto garantito. Sono scalzi, sporchi, alcuni feriti, alcuni ad occhio non sembrano stare benissimo. Questi sono.

Centoottantamila, secondo le fonti governative, sono i bambini orfani o vulnerabili in Swaziland. L’UNICEF dice addirittura 250.000. La verità è probabile che sia più vicina al dato delle NazioniUnite. E lo sono a causa principalmente dell’AIDS, malattia bastarda che gli innamorati si passano senza cautele. Il 30% degli Swazi è malato. E sono prevalentemente giovani perché i vecchi non ci sono più. Loro sono già morti. L’aspettativa di vita è tra le più basse al mondo: 49 anni.

“I am ready for the war” continua a cantare il worship Swazi. Ma la guerra che combattono questi bambini non è quella dei fucili, che molti ninos soldados hanno conosciuto più a nord. Questi combattono per sopravvivere.