La carta è solo un modo

Avevamo la memoria, per conservare tutto ciò di cui potessimo aver bisogno: ricordavamo le gesta degli eroi e le ricette delle nonne, gli amori più struggenti, i consigli dei più saggi e le avventure e le mattane dei temerari e degli stolti.

L’Umanità, però, ben presto si fece vasta e multiforme, e la memoria e i canti e le poesie non furono più capienti a sufficienza per le prodezze d’Odisseo, per la fantasia di Shahrazād, per la grandezza di Gilgamesh, per le meraviglie degli Immortali del Tao e per le esuberanti e policrome danze di Śhiva.

Fu così che, per non dover affrontare il dolore della perdita, l’Umanità scelse di patire il peso delle catene d’alfabeto, che hanno lettere, suoni ed ideogrammi per anelli.

Chiedemmo alle capre della valli d’Europa e alle gazzelle delle dune del Sahara di donarci le loro pelli, perché potessimo iscriverci le nostre corruttibili verità d’inchiostro, fino a che non giunsero gli stracci, i panni, le fibre vegetali, ed una meravigliosa libertà chiamata carta.

Per tutti fu il sapere, di tutti la possibilità di attingere ai ricordi, a tutti il sogno del perdurare effimero delle parole, oltre la morte.

Ancora oggi quel cammino non si arresta, e le parole sono nuvole d’elettroni su tavolette dalla forma antica e dall’anima di luce. Trasferiamo dati e informazioni in una forma ancor più effimera della memoria con la quale il viaggio delle storie è cominciato. E c’è chi teme per la fragilità di questa rete dalle maglie deformate, ma io non credo sia opportuno dubitare.

Ho visto già altri oblii; ho visto già altri silenzi, e so per certo che, al di là del tutto che finisce, già si scorgono le sagome immortali di Odisseo, Śhiva, Gilgamesh e Shahrazād (intoccabili dal tempo e immuni al carosello delle forme che s’inseguono) perché legate a quella fonte inesauribile di vita universale, di fisica astronomica, di noi.