Storia di una contemplazione

Ti osservo. 
O forse, inizialmente, guardo. Il confine tra la visione e l’osservazione giace maestoso nel profondo bacino dell’interesse speculativo.
Il mio, in questi primi secondi, è ancora arginato da una serie di banali ispezioni estetiche. Frivole, ma essenziali. 
Ciononostante, la questione è assai più sbrigativa: in quest’impacciato prologo di primavera refrattaria, nel grigiore d’una foschia cinerea da squallido ambiente indoor, in questo approssimativo quarto d’ora di comprensibile vacuità, ho scelto te.
Il mio sguardo volitivo ha rinnegato l’indisposizione sfibrante dell’anima, si è ribellato alla subordinazione della coscienza e della riflessione: ha indossato il suo abito gessato d’occasione, lucidato le scarpe stringate testa di moro, ed è uscito, galante e spavaldo, alla ricerca di corrispondenze. 
E si sa: lo sguardo mica è come l’anima, quella pedante e pignola perfezionista che sa corrispondere solo ad altra anima; lo sguardo si invaghisce di tutto, è volubile ed elastico, versatile e camaleontico viveur dell’infinitesimale particella come dell’àpeiron macrocosmico. 
L’intraprendenza vagante e browniana dello sguardo è rimasta una delle scarsissime possibilità che l’uomo conserva per sorprendere se stesso in totale autonomia. 
Metteteci pure che il mio, nella fattispecie, ci ha l’infatuazione facile ed incontrollabile. 
Ma torniamo a te.

Benché sia estremamente impegnato ad indagarti, elaborando supposizioni ed ipotesi su di te, sui tuoi impieghi, sul tuo ruolo sociale, sulle abitudini del tuo quotidiano ignoto, mi sforzerei di azzardare una descrizione più immediata.
Le descrizioni rappresentano il primo confortante tentativo di appartenenza all’oggetto in esame: la fisiologica lontananza da ciò che de facto è sconosciuto, arena l’azione. Ci rende molli, inetti ed arrendevoli. 
Tramite la descrizione, aleatorio ed entusiasmante gioco solitario di cruda immaginazione, ogni sorta di distacco formale cade in coma profondo — attenti però, non irreversibile. 
Perché ad elaborare descrizioni bisogna essere esperti, modellarsi il callo linguistico con perizia, aprire un ventaglio di attributi ampio quanto le Ande e sapere meticolosamente su quale picco planare, senza sciorinare boiate alla rinfusa. 
Ad esempio, io lo so: tu sei bella. Ma “bella” non basta. Non basta a te, come non basta a me. Il vizio di forma risiede nel fatto che un aggettivo come “bella”, per quanto accessibile e discretamente gradevole all’udito, accorpa impietosamente tutt’un’altra serie di forme descrittive affini, più specifiche, più sibilline, più inusuali, diverse e seducenti. 
E voi mi chiederete senza ombra di dubbio: 
“Invece d’arrovellarsi il cervello e complicarsi la vita in questo soliloquio di disamina, perché non accontentarsi di ‘bella’ momentaneamente per poi giocarsi tutte le carte più disparate ed intriganti del vocabolario dinanzi alla diretta interessata?”
Per due serissime motivazioni. 
La prima: nessuno vi assicura che voi, all’agognato e fatidico step della conversazione, ci arriviate. I vostri vagheggiamenti potrebbero rimanere isolati nel cantuccio delle intenzioni inespresse, confinati in un deserto di eterna transizione senza la prospettiva d’un qualsiasi asilo. Tanto vale, quindi, che innanzitutto vi divertiate, vi mettiate alla prova, esercitiate l’esperienza e la perizia (e lo fate da soli, così non correte neanche il pericolo altamente inibitorio della figura di merda).
Si tratta pur sempre d’una scommessa, ma siccome la posta in palio non è una sterile ed amorfa somma in danaro, avete l’occasione di non assimilarvi a giocatori incalliti e cinici che vincono, e poi perdono, e poi perdono ancora e poi vincono in una ruota monotona di profonda alienazione e putrefazione della fantasia. No. Spaziate con la ricchezza delle descrizioni, altrimenti condannate le vostre possibili disfatte ad una deprimente frustrazione.
La seconda: non trascurate la sostanziale differenza tra quello che si pensa e quello che si dice. La voce, la dizione, la modulazione tonale, la fluidità ritmica del parlato, gli accenti e le inflessioni dialettali, le pause e le forbici del tempo: tutte componenti impattanti e sovrabbondanti. Utilizzarle in abbinamento alla mitragliatrice forbita delle parole, può risultare ridondante e finto. A voi servono delle semplici rivoltelle. A voi serve una studiata semplicità che faccia da trampolino ad una cascata violentissima ed ispirante di ipertesti. 
A voi, in una conversazione a tu per tu, serve ‘bella’. Non altro. Serve saperlo dire, serve sapere quando e come dirlo. 
E’ chiaro? Voce, semplicità ed ipertesto. Voce, semplicità ed ipertesto. 
Come un mantra. 
Ma ci dovete prima arrivare alla fase del dialogo. 
Per il momento, siete ancora soli.

Sono ancora solo. Con le mie descrizioni.

Tu non lo sai, ma io, col mio sguardo, ti suscito. Suscito gli sparuti istanti in cui alzi gli occhi da un target fisso, e probabilmente irrilevante, che hai individuato a ridosso del pavimento. Suscito la tua distrazione, nel cui mantenimento pari essere parecchio scrupolosa. Suscito l’adeguatezza del tuo vestiario, il calore crescente che ti induce a spogliartene gradualmente. L’accavallamento alternato e smanioso delle gambe. Suscito la battuta scambiata con chi ti è vicino, ignaro della mia latente ed imminente intromissione. Suscito, col mio sguardo, l’enigmatico simbolismo dei tuoi gioielli, i sollievi da fastidi gastrointestinali, il moto ossessivo della lingua intenta a placare il palato pruriginoso, i ricordi di futile allegria che sporadicamente giungono ad animarti, la disciplina dei capelli che hai appena tagliato. Suscito l’alba di una deduzione rivoluzionaria, un principio di svolta, suscito la ricerca e l’opinione, l’orientamento e la vanità, la risolutezza e la magnanimità. Suscito il riaffiorare di misteri e segreti. Suscito bellezza. La tua.

Ma tu non lo sai. 
E questo è un problema. Perché chissà a quale fenomeno metafisico starai riconducendo la concatenazione di tutte queste impeccabili estroflessioni del tuo essere.
Ed invece, il responsabile è proprio il mio sguardo che ti suscita. 
Se tu lo sapessi, riusciremmo a colmare quest’asfissiante ritardo di pianificazione e di fantasie che distingue le mie attuali consapevolezze dalle tue, questa distesa olandese di incognite che separa quel che io so già da quel che tu non sai ancora. 
Solo una cosa ti basterebbe fare: ricambiarmi gli occhi. 
“Così neri, così soli,
che se mi guardi ancora e non li muovi,
diventan belli
anche i miei.”
Ma tu non li guardi, i miei occhi. 
Che rimangono, per questo motivo, inutili ed irrilevanti. 
Anonimi e sconfitti. Semichiusi da una noia pretestuosa che corre a rattoppare l’imbarazzo della resa.

Passerò ad osservare altro. Prima, però, io ed il mio sguardo avvertiamo la necessità di congedarci ufficialmente col tragico epilogo di questa storia di quotidiana contemplazione, ormai impudicamente trapassata in una fossa comune: uno sbadiglio trionfale.
Come un rituale di espiazione, una pratica esorcistica, un anestetico fulmineo, quel tripudio di sinergia anatomica che è lo sbadiglio scioglierà le ambizioni infrante in un placido appagamento. 
Ma è lì che decidi di puntarmi contro i fanali. 
Proprio mentre invoco l’indifferenza. Mentre ti ho spalancato senza ritegno la platealità della mia cavità orale, finora rimasta indegnamente serrata per starti a guardare. Mentre il mio viso è deformato da quest’atto di strenuo ripudio della compostezza. 
“Che schifezza d’uomo,” starai pensando, “neanche la decenza di coprirsi la bocca con la mano”. 
Hai ragione. Ma la cosa, invece di inorridirti, ti fa inspiegabilmente sogghignare. 
Credo sia giusto imitarti. Così, sogghigno pure io.
Adesso, è il tuo turno di suscitarmi.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Raffaele Vitiello’s story.