4.5 Quattro e mezzo

dal sito http://loveopium.ru/kosmos/pryzhok-iz-stratosfery.html

A 12 anni ci si sa regolare, si sa perfettamente quando una cosa sta virando verso l’ossessione ed è ora di fare altro, almeno per un po’; i genitori ti danno dell’incostante, se sapessero invece che stai gettando le basi della tua salvezza mentale… i 12 anni sono la maturità della fanciullezza. Prima mancano gli strumenti intellettuali e si vive nelle fiabe, dopo comandano gli ormoni e il centro di coscienza migra verso sud, nel bassoventre.

Quindi io e Alex eravamo soliti alternare brevi progetti “ariosi” alle intense campagne di esplorazione del tubo, quando la claustrofobia faceva capolino nei nostri sogni. Uno di questi fu il progetto Altair, il lancio di un pallone sonda per lo studio dei venti dominanti della nostra regione. In effetti se ci pensate alt-air significa proprio aria alta, più o meno; è anche il nome della stella più luminosa della costellazione dell’Aquila e forma, insieme a Deneb e Vega, il triangolo estivo, ma questo doveva servire a camuffare le cose. Infatti i nostri amici avevano capito che stavamo organizzando una delle nostre solite pallosissime serate di astronomia… ah ah ah, si sarebbero dovuti ricredere e quando noi avremmo annunciato il nostro lancio loro si sarebbero scoperti irrimediabilmente in ritardo. La loro sonda, se mai l’avessero realizzata, sarebbe partita minimo uno due giorni dopo. Ah ah ah.

Dunque l’idea ci venne quando fecero la festa dei donatori di sangue, l’AVIS, lì nella piazzetta davanti al bar Pontino. In un angolo c’era un vecchietto che gonfiava dei palloncini con una lunghissima bombola pieno di elio. Ben presto un palloncino sfuggì e noi ci mettemmo a seguirlo con lo sguardo e, quando superò le case, anche con la bici. Arrivammo fino alle strade nuove, poi ci dovemmo fermare e lo vedemmo volteggiare sempre più in alto, sopra il campo di barbabietole.

- Chissà dove andrà a finire — feci io.
- Purtroppo è destinato ad esplodere non appena supererà una determinata altitudine — disse solennemente Alex.
- Perchè?
- L’aria diventa sempre più rarefatta, mentre lui sale, cioè diminuisce la pressione esterna al pallone o se vuoi aumenta quella interna quindi è come se si gonfiasse sempre più. Ed è provato che, se continui a gonfiarlo, un pallone scoppia, prima o poi.
- Quindi un palloncino mezzo sgonfio potrebbe raggiungere altitudini molto maggiori di uno che parte tutto gonfio e tronfio … eh eh, la commovente rivincita del mingherlino rachitico.
- Non è detto che ce la faccia a partire, se è mezzo sgonfio … un salvagente mezzo sgonfio non ti sostiene.
- Ma se riesce a partire poi non può che accelerare, visto che si gonfia sempre più. L’importante sono i primi 100 metri. Poi arrivano i venti in quota che aiutano anche loro.
- Si parla di venti in quota oltre i 10000 metri, detti anche 30000 piedi, in America. Comunque dipende dalla densità dell’aria che cala, salendo, come ti dicevo; ma non sempre… c’è di mezzo la meteorologia.
- … pressione, densità, non le abbiamo ancora studiate ‘ ste cose, purtroppo.
- Possiamo guardare su Capire o Sapere, le mie enciclopedie, se proprio ti interessa.
- In realtà mi interesserebbe realizzare una sonda, con uno di quei palloncini. Senti questa idea: una sonda a due stadi; un palloncino gonfissimo, per una partenza a razzo, e un altro mezzo sgonfio, che entra in azione quando scoppia il primo. Che idea, eh? Che ne dici?
- Una bischerata. Ma scusa: quando scoppia, il primo trascina giù il secondo con il suo peso morto. Non ci avevi pensato, eh?
- Certo che ci avevo pensato, e per questo ho inventato un attacco speciale per unire i due palloni. Quando il primo scoppia il secondo si sgancia, ovvio. E via che va senza zavorra!
- E come sarebbe fatto questo attacco ?
- Segreto industriale. Devo completare alcuni test.
- Mah…
- Sarà un grande sonda, supererà le Alpi.
- Come potrai dimostrarlo ?
- Ci sarà un cartolina attaccata al pallone, indirizzata a noi, con istruzioni nelle principali lingue europee per chi trova la sonda. Così vedremo da dove ce lo spediscono.
- Interessante. Io ho anche un dizionario in russo.
- Non serve, il babbo di un mio amico ha lavorato in Russia, lo facciamo tradurre a lui. Credo stia in Italia, per un po’, adesso.
- Beh ho dizionari in francese e tedesco, oltre che in inglese, ovviamente.
- Ottimo. Mio zio ha sposato una spagnola, quindi siamo coperti fino alla penisola iberica.
- Restano fuori le repubbliche baltiche, ma come prima prova direi che possiamo partire!
- Bene, procuriamoci il vettore, allora.
- Sarebbe?
- Il palloncino.
- Ah, ecco! Uno stadio solo, inizialmente?
- Sì, è meglio, non voglio fare i miei test con lo stress di te che mi critichi … quando sarò pronto offrirò gratuitamente il sistema di sgancio per il progetto, senza chiedere niente in cambio.
- O cappa grande inventore! Io e la scienza ti saremo per sempre grati. E adesso via di corsa che non abbiano finito i palloncini.

Ci fiondammo indietro a tutta velocità. La gente era ancora tutta lì e di palloncini ce n’erano ancora, ma bisognava fare un’offerta libera all’AVIS. Mettemmo insieme 100 lire, frugandoci in tasca; spiegammo che il palloncino non ci serviva per giocare, ma per fare un esperimento, e andava gonfiato esattamente per tre quarti. Il vecchietto ci guardò incuriosito, ci chiese se era per la scuola che dovevamo fare l’esperimento, tipo compito per le vacanze. Io e Alex ci guardammo e … certo che era per la scuola! Il vecchietto parve rassicurato, gonfiò con perizia e chiese se poteva andare. Alex prese un palloncino già gonfiato e lo mise vicino al nostro ancora attaccato alla bombola per fare un confronto.
- Ancora 2 secondi, per favore. Massimo 3.
Il vecchietto si accigliò, era di fronte a dei professionisti. Contò mentalmente mentre teneva aperta la manopola della bombola e al momento giusto la chiuse con plateale rapidità. Ci consegnò il palloncino legato a uno spago con sguardo complice. Lo ringraziammo sinceramente per il contributo che aveva dato allo scienza e andò a finire che non volle neanche le 100 lire.

- Studiate ragazzi, che è la cosa più importante. Non pensate alle ragazze, che quelle vi faranno solo soffrire. Studiate che se no vi toccherà di faticare tutta la vita, come me che ho saldato tubi e lamiere da quando avevo la vostra età.

Ci sembrò un po’ fissato con ‘sta faccenda delle ragazze. Mah. Come si fa a pensare solo a far finta di mangiare torte di terra e ad accompagnare una smorfiosa che porta in giro due o tre bambole scompagnate in una carrozzina giocattolo? Chiaro che è meglio studiare e sperimentare, che bisogno c’è di ricamarci tanto sopra?
Ce ne andammo col nostro palloncino legato a un braccio, quello di Alex, ma solo perché aveva gestito in prima persona le operazioni di gonfiaggio. Era chiaro che l’idea era stata mia e dunque io avrei diretto le operazioni di allestimento, che avremmo svolto a casa di Alex, ma solo perché aveva lui la maggioranza dei dizionari che come si sa sono piuttosto pesanti da spostare, mentre io ovviamente avrei deciso il testo da tradurre. Chiarezza di intenti, ma anche di ruoli, sono alla base di ogni attività di ricerca, se si vuole avere qualche speranza di successo. Ovvio.

In capo ad un ora avevamo predisposto un foglietto con il mio indirizzo e la frase “per favore spedire questa lettera a questo indirizzo” in francese e inglese, oltre che in italiano; tedesco no, era veramente troppo brutto da leggere. Poi facemmo una capsula di protezione, grossa come un uovo, intagliando un pezzo di polistirolo. Inserito il foglietto nell’uovo, legato l’uovo al cordino del pallone e … disastro! Il pallone affonda finché l’uovo non tocca terra. Allora: Alex ricopia il foglietto su carta velina (come avevamo fatto a non pensarci prima), io assottiglio l’uovo di polistirolo e poi cambiamo il cordino del pallone usando un sottile filo da macchina da cucire, e stiamo anche corti. Va meglio, ma il pallone galleggia pigro nell’aria, non schizza a rimbalzare sul soffitto. Non ci siamo, ancora non ci siamo.

Si tratta dell’uovo. Lo ammetto a malincuore, ci ho messo tanto a sfettolarlo e mi sono anche fatto un taglino nella mano sinistra, ma deve essere eliminato per il bene della missione. Il mio ovetto, magari lo mandiamo a studiare le correnti marine qui fuori dal Candiano, chissà, non si può mai dire che direzioni prenderanno i nostri studi.

Arrotoliamo il foglietto nel cellophane di un pacchetto di sigarette trovato lì in casa, e poi lo chiudiamo insieme al filo con una goccia di attaccatutto. Nuovo collaudo. Bene! Stavolta ci siamo: il pallone se ne sta bello attaccato al soffitto e sembra spingere in su, ha proprio voglia di partire. Ma bisogna aspettare, lo spettacolo deve seguire le sue regole, le sue tempistiche, per rendere al meglio.

Scendiamo, la festa dell’AVIS sta sbaraccando, niente palloncini ad elio per un bel po’… abbiamo l’esclusiva, ah ah ah. Man mano che incontriamo i nostri amici annunciamo che domattina ci sarà un evento da non perdere nella terrazza di Alex, quella dove si stendono i panni, al quinto piano. Massimo riserbo.

E così andò. Di fronte a una piccola folla composta da Roby e Danilo, oltre ad Alberto che sapeva tutto e sfoggiava un’aria compassata da attento assistente, mostrammo il pallone, lo lasciammo addirittura toccare, descrivemmo il biglietto e in generale il senso dell’esperimento. Roby ci prese in giro perché il pallone non era nemmeno gonfio bene, secondo lui; io e Alex ci guardammo e poi annuimmo: egli non sa di non sapere!.

- E’ il meglio che siamo riusciti a fare — gonfialo pure duro il tuo, pensavo, ah ah ah, vedrai come va lontano. Poi arrivò il momento del lancio.

Tenevamo il pallone con due mani, io e Alex, quattro mani in tutto, 20 dita lievemente vibranti di silente emozione. Alberto ci s stava dietro con un potente binocolo tra le mani, pronto a seguire la libera traiettoria della sonda. Ci appoggiammo alla balaustra in cemento del terrazzo condominiale, una rassicurante barriera tiepida, nel sole del mattino, che ci arrivava a metà del petto. Avevamo scelto il lato in modo da avere il vento alle spalle, così che il pallone fosse subito trascinato lontano dal palazzo.

- Conto alla rovescia! — dissi — Allo zero lo lanciamo dolcemente in alto; dolcemente! Sei pronto Alex?
- O cappa Biol, dieci nove otto …
Al cinque mi unii anch’io e proseguimmo in coro.
- Due uno zero! — alzammo le mani e le allontanammo dal pallone che esitò un attimo, poi sentì il vento e lentamente si portò fuori dal terrazzo, per poi precipitare verso il basso!

- Vento di caduta! Maledizione — disse Alex

- Dov’è? Dov’è — diceva Alberto, mentre i due ospiti sghignazzavano i loro “l’avevo detto io”.
- Alzati! Alzati alzati alzati — dicevo io a denti stretti, fissando il pallone che era sceso ormai a 4 o 5 metri dal terreno. E stava rallentandola sua caduta. Sì, adesso andava in orizzontale e poi … — sta risalendo ! Ce la fa, si è ripreso ! Vi dico che ce la fa !
Eravamo tutti in silenzio adesso, mentre la sonda era ormai tornata alla nostra altezza e si apprestava a superare il tetto della casa di fronte. Quando ci fu sopra sembrò impennarsi ed aumentò di velocità per poi …
- Oh no! Di nuovo … — Alex era pessimista — è un effetto noto in meteorologia, il vento di caduta, finchè ci sono rilievi verrà succhiato verso il basso sul lato sottovento. Non possiamo farci niente. Adesso è fuori vista.
- Dai, le case finiscono, poi c’è il campo, può farcela. Speriamo che ce la faccia. Dov’è finito, adesso? Restiamo qui o andiamo giù a vedere se si è impigliato da qualche parte. Alberto, tu cosa vedi col binocolo? — feci io
- Non c’è, non c’è … non … c’è! C’è, eccolo lì !!! -Io non lo vedevo. Cosa mai poteva sapere Alberto, a 10 anni, di palloni sonda … ma lui continuava: — Vi dico che c’è, e sta salendo.
Quando finalmente lo vedemmo era abbastanza lontano, accidenti, e facemmo a gara per avere il binocolo. Era anche abbastanza alto, e andava su maestoso, ormai fuori dalle turbolenze delle case. Era fatta. Addirittura ogni tanto il cellophane luccicava nel sole, veramente coreografico, sembrava che il pallone ci salutasse. Io e Alex ci abbracciamo urlando di gioia, poi stringemmo compìti la mano ai nostri ospiti e ci avviamo verso le scale, percorrendole con grande leggerezza.

La lettera non tornò mai indietro. In effetti non la avevamo dotata di francobollo e forse era caduta nelle mani di persone rozze, incapaci di un piccolo sacrificio per il bene della scienza. O forse era giunta in contrade sì remote da risultare totalmente incomprensibile pur nella sua versione trilingue. Magari un giorno diventerà una novella stele di Rosetta in versione ridotta. Non potremo mai saperlo. Ma comunque ci abbiamo provato.

Come previsto gli amici accusarono il colpo e tentarono di emularci, ma lo fecero in modo scomposto e disorganizzato, finendo per litigare tra loro. Roby fu visto passare in bicicletta con un enorme sacchetto di nailon tutto gonfio dietro le spalle: era uno di quei sacchetti che si mettono a protezione dei cappotti negli armadi. Sono sacchetti tutti sforacchiati per far traspirare il vestito e lui si era messo lì a chiudere ogni singolo buco con del nastro adesivo. Era senz’altro un sacchetto grande, il più grande che si potesse trovare in una abitazione privata, bisogna dargliene atto, ma le toppe di nastro adesivo l’avevano appesantito oltre misura, vanificando il suo punto di forza: la dimensione. Ma anche Roby ci stava provando, e la sfida ci esaltava. Ce l’avrebbe fatta ? Attendemmo, con decrescente curiosità. Ma non ci fu alcuna convocazione, né lancio. Il gas usato da Roby era metano, che aveva spillato da alcune bombole abbandonate di fianco ad un’officina. Non poteva funzionare. Fortunatamente non esplose.

Inebriati dal successo del progetto Altair e dall’aria sottile del terrazzo per stendere i panni al quinto piano del palazzo di Alex, eravamo pronti a tornare all’esplorazione del tubo.

Prossimo capitolo: 4.75 (was Alberi)