4.875 Quasicinque (was Pattini)

I miei pattini a rotelle! Quattro rotelle, due davanti e due didietro, come in un’automobile. Adesso non li fanno praticamente più così, li fanno con le rotelle in linea, rotelle più alte e più sottili, gommose con un ottimo grip per dare il feeling dei pattini da ghiaccio. C’è da prendersi delle storte, all’inizio …

I miei pattini erano indistruttibili, tutti di metallo lucido tranne il “dietro scarpa” che era di una plastica verde, tenera ma robustissima. In dotazione c’era una specie di chiave doppia, cioè con 2 misure, una più piccola per stringere i fermascarpa davanti e l’altra per regolare la lunghezza del pattino, in modo che andasse bene per tutti i numeri di scarpa, dal 36 al 45, mi sembra. Te li compravano ch’eri un bambino e potevi regalali a quel moccioso di tuo cugino quando ormai avevi tempo solo per le ragazze, come nuovi, i pattini. O schettini.

Delle volte mi fermavo a rimirali, i miei pattini, seduto in un prato schiena contro un albero, nell’ombra bucherellata e tremula delle fronde, il fruscio delle foglie e il fruscio delle rotelle che mi divertivo a flippare con un dito, ruotavano che era una meraviglia e ci mettevano un sacco a fermarsi e mentre pian piano rallentavano mi veniva un sonno da chiudere gli occhi. Poi mi scuotevo e li osservavo con dedizione. Si poteva vedere, sbirciando attentamente, che in ogni ruotina, tra il perno metallico e la rotella di plastica, c’erano tante palline di ferro, piccole e lucenti; facevano scorrere le rotelle sul perno senza il minimo attrito. Gli egiziani facevano scorrere quelle enormi pietre da piramide su dei tronchi che rotolavano sul terreno, c’era su tutti i sussidiari quest’immagine, ed era una grande idea per quei poveri schiavi. Ma bisognava sempre riportare i tronchi davanti ai pietroni, man mano che venivano lasciati indietro dall’avanzamento, una bella fregaura per quei poveri schiavi. Io guardavo il cuscinetto a sfere della rotella e mi beavo gli occhi di fronte a tanta genialità: il concetto era lo stesso del 5000 avanti cristo: delle cose tonde che rotolavano tra due piani, facendoli scorrere con il minimo attrito, ma qui nella rotella del mio pattino le sfere non restavano mai indietro, cioè non bisognava riportarle avanti, perché i due piani non finivano mai, erano il dentro di una ruota più grande e il fuori di un perno più piccolo, e in mezzo c’erano le sfere che rotolavano, rotolavano senza fine e senza fatica. Ogni tanto bisognava dargli una bella pulita, prima con della benzina e poi con dell’olio lubrificante e allora proprio andavano a scheggia. Con delle rotelle così in forma veniva voglia di provarle in una pista da pattinaggio speciale, e non essendocene nei dintorni l’unica era farsene una.

Così ci trovammo un pomeriggio io e Danilo davanti a quella sfilza di negozi con la tettoia sopra, in via Santucci quasi di fronte a via Toscana, dove stavo da piccolo prima del Villaggio; i negozi erano chiusi, ma non mi ricordo se erano sfitti o se era giovedì; in ogni caso non passava nessuno e noi avevamo una piattaforma di cemento levigato, 3 metri per 30, tutta per noi. E in più all’ombra. Tirammo fuori dalle tasche un bel pezzo di gesso per uno, li avevamo presi in una qualche casa in costruzione insieme a delle schegge di forato, e ci mettemmo a disegnare in bianco e rosso-cotto sul grigio del cemento.

Per prima cosa facemmo le posizioni di partenza, come la griglia in formula uno; poi lì di fianco tracciammo il traguardo, una bella banda a scacchi. E infine facemmo qualche cerchietto lungo la pista per indicare una gimcana: cerchio bianco si passa a destra, rosso a sinistra. In fondo un bel cerchione bianco come una boa che diceva “fine pista, si torna indietro”. Mentre eravamo lì accucciati a disegnare passò un altro bambino e si fermò a guardare. I nostri segni erano così sparpagliati che non si capiva bene cosa avevamo in testa, così venne in bicicletta a chiederci cosa stavamo facendo.

- Non puoi stare qui dentro con la bici, tra poco si inizia a pattinare! — fu la mia risposta.

Scese e arretrò con circospezione. Danilo si alzò e corse a mettersi i pattini, per rafforzare la nostra intimazione. Mi alzai anch’io, mi avvicinai al bambino che avrà avuto un paio d’anni meno di me, tipo Alberto, e cominciai a spiegarli il circuito, le sue regole, intanto che Danilo arrivava danzando armoniosamente sui pattini a parte qualche repentino mulinare di braccia per mantenere l’equilibrio. Si stava impegnando al limite per fare colpo sul bambino che per tutta risposta guardava rapito a bocca aperta, prima me poi la pista poi Danilo. Ma cominciava a capire. Andai a mettermi i pattini anch’io. Mi chinai sulla prima posizione della griglia, contai mentalmente “tre due uno via” e ero già proiettato in avanti con fluido movimento di gambe e braccia. Provai a fare la gimcana ma almeno due cerchietti erano troppo vicini e toccava rallentare, dovevamo correggerli. Mentre arrivavo in fondo mi accorsi che il bambino aveva raccolto un pezzo di gesso e si era messo a disegnare vicino alla boa.

- Ehi no, cosa ti salta in mente ! Questa è la nostra pista.
- Io abito qui vicino e vado a chiamare mio fratello se mi menate.
Uhm … si poteva negoziare.
- Ma cosa stai facendo ?
- Faccio la curva della pista che torna indietro.

In effetti stava facendo un mezzo cerchio, tangente ai lati e al fondo della spianata di cemento, con centro la nostra boa. Era un po’ rozzo e irregolare, ma l’idea c’era.
- Va bene, hai il permesso di disegnare, però non basta la riga bianca, dietro ci devi fare dei quadrati, uno bianco e uno rosso, come le piste delle macchine da corsa. Spetta che ti faccio vedere.
Mi misi in ginocchio e gli tracciai un po’ di quadrati appoggiati all’esterno della sua curva; poi feci delle X dentro ai quadrati alternando il bianco e il rosso.
- Hai capito come li devi colorare ?
- Osto, il rosso è difficile farlo tutto pieno …
- Comincia col bianco che poi diventi più bravo e fai anche il rosso, magari a righe vicine se non vuoi farlo pieno. Come si chiama tuo fratello ?
- Paride e ha 3 anni più di me.
Il piccolo si mise giù di buona lena e io mi spostai verso Danilo
- Hai visto che abbiamo trovato un aiutante ?
- Basta che non mi venga davanti quando passo …
- Vado a spostare un paio di birilli che fan frenare troppo.

Pensavo che quasi quasi avrei potuto unire i due cerchietti con una banda tipo quella che stava tracciando il bambino, sarebbe venuto bene, così era come una chicane. Mentre mi accucciavo passarono due compagni di scuola di Danilo e si misero a parlare tutti e tre. Dopo un po’ partirono a razzo tutti felici e Danilo venne in qua per dirmi che gli avevano chiesto se potevano pattinare anche loro e lui aveva detto di sì, tanto io volevo, no ?
- Non c’è problema, bisogna che gli prepariamo i posti in griglia, però, terzo e quarto, eh eh eh.
Danilo scattò verso la partenza per ampliarla ed io provai la nuova porzione di gimcana che avevo disegnato quando all’improvviso sentii lo stridere di un copertone sul cemento: era un mio compagno di scuola che era venuto a curiosare. Adesso pretendeva di fare la pista in bici, che avrebbe fatto un tempo migliore del mio coi pattini. Fui irremovibile, che andasse a prendersi i pattini se voleva. E così fece. Dopo un po’ eravamo in cinque a pattinare e uno a disegnare.

La curva a scacchi del piccolino stava venendo proprio bene e tutti gli adulti che passavano si fermavano a dare un’occhiata divertita.
- Diventerai un artista !
- Andrai a stare a Parigi !
Non davamo fastidio a nessuno e nessuno dava fastidio a noi. Con cinque che pattinavano vennero a galla in fretta altre magagne del circuito, strozzature e cose poco pratiche, così mi ritrovai più spesso a disegnare correzioni che a pattinare. Ero anche quello che dava informazioni ai vari amici e compagni che si fermavano, e se ne fermarono un sacco. La maggioranza tornava coi pattini e altri amici. E chi non aveva i pattini o era stanco di pattinare si metteva in un punto a disegnare una variante o anche solo un abbellimento, attento a non farsi travolgere dagli altri. E la pista diventava sempre più bella, speciale, unica e affollata.

Ormai avevamo oltrepassato un punto magico per cui una cosa non può che crescere: più cresce e diventa famosa e più gente viene; più gente viene e più cresce e diventa ancora più famosa.

Ci trovammo io e Danilo alla curva in fondo, a riposarci un attimo e a controllare il nostro piccolo aiutante: aveva assoldato altri suoi amici per finire gli scacchi e adesso gli stava facendo disegnare delle pubblicità! Ci venne vicino e tutti e tre guardammo indietro la trentina di scalmanati che piroettavano spensierati come rondini al tramonto.
- Abbiamo fatto una vacca di pista incredibile — disse tutto serio — è la più bella di tutte; peccato che non c’è mio fratello.
- Beh ma vallo a chiamare|
- No, qui ho da fare — e si rimise giù coi suoi aiutanti.
Danilo prese il ritmo e si accodò ad un trio che faceva il trenino. Io rimasi a guardare ancora. C’era gente che non avevo mai visto, amici di amici probabilmente, e c’erano pattini che non vedevano la luce da un bel pezzo, in condizioni pietose. Uno in particolare aveva una rotella ovalizzata e la gamba tremava tutta quando andava … tra tra tra tra tra … era quello che pattinava meglio, però; ad un certo punto si mise ad andare all’indietro. Era il più bravo e il più azzoppato, ma non aveva voluto perdersi la pattinata sulla nuova pista con tutta quella gente. Ad un certo punto la ruota gli si spezzò sotto e per poco non cadde, ma si mise ad andare su un piede solo e riusci a finire il giro. Mi feci sotto per conoscerlo.

- Sei bravo — dissi — ma hai dei pattini da schifo. Ti piace la pista ? L’abbiam disegnata io e un mio amico, anzi due. Se vuoi ti presto i miei, di pattini. Però non devi saltare.
Stava ancora riprendendo fiato.
- Osto! Davvero me li presti ? Promesso: non salto e non freno. Puoi chiedere a Enrico che sono in classe con lui che ci si può fidare di me.
Chi cappero era Enrico ? Ci appoggiammo le suole delle scarpe uno contro l’altro, per vedere se bisognava regolarli in lunghezza, i pattini, ma per fortuna avevamo lo stesso numero.
- La pista è uno spettacolo, ma come vi è venuta l’idea ?
- Beh, avevo dei pattini oliati talmente bene che ci voleva una pista speciale, e così siamo venuti qua e abbiam cominciato. Poi si son fermati in tanti e insieme l’abbiam migliorata.
- Peccato che domani il verduraio la cancella a secchiate d’acqua, fa sempre così.
- Ah. Beh, ce ne vuole per cancellarla tutta. E poi comunque ormai abbiam imparato: la rifacciamo, dove ci pare. Dai va là, pattina che tra un po’ mi devo andare a casa.
Il tipo se ne tornò a piroettare con maestria coi miei pattini ai piedi, che si divertissero un po’ anche loro, i miei pattini, con quel fuori classe.
Dopo un po’ si presentò uno in bicicletta con un carrettino sotto il braccio. Robe da matti. Ma ero così contento di aver scatenato tutto quel casino che non feci niente per fermarlo e mi beai gli occhi a vedere le sue per fortuna lente traiettorie che attentavano alle caviglie degli altri frequentatori. Si sarebbero regolati loro. Ormai il tutto era oltre il mio controllo e mi stava bene così, che vivesse di vita propria, quella incredibile pista.

Danilo sarebbe restato un’altra oretta, aveva un anno più di me, ma io mi feci restituire i pattini, salutai il piccolo aiutante e mi avviai verso casa, soddisfatto e pensieroso:
- Come cappero abbiamo fatto a radunare tanta gente ? Di solito non succede mica. Solo che si pattinava proprio bene, ma proprio bene, con delle belle curve al posto giusto e tutto il resto. Dev’essere che tutti se la miglioravano un po’, disegnando altri pezzi, e alla fine era perfetta. Eravamo proprio in tanti, trenta o quaranta. Che pista !

E non avevo ancora letto neanche un libro con la parola “wiki” nel titolo. Se non altro perchè dovevano ancora scriverli.

Prossimo capitolo: 5. epiloguez