4. Quattro

“C’è qualcosa!” Alex era davanti e si bloccò, spalla contro la parete per farmi vedere. Puntai anche la mia pila nel cerchio della sua.

Finalmente c’era qualcosa. Finalmente il tubo dava un segno. Fino ad allora avevamo avuto solo un impercettibile ma progressivo calo nella striscia di fango che si era ormai ridotta ad un’inezia larga quattro dita, un rigagnolo che ero sicuro avremmo presto neutralizzato con qualche coffa di sabbia fine presa in prestito dal cantiere. Anche le striature sul soffitto andavano e venivano, ma non si capiva che logica seguissero. Insomma il tubo si ripeteva, monotono, anello dopo anello, e solo voltandosi indietro si capiva che eravamo andati un po’ più avanti, con quel bollino di luce che era l’uscita sempre più piccolo.

Le discese si erano succedute, nei pomeriggi assolati di quel luglio, a turno alternandoci capo cordata e secondo, 10 anelli, 13 anelli, 20 anelli, con Alberto che all’inizio di ogni sessione faceva da apripista ufficiale ed era poi subito ben felice di impersonare la squadra appoggio all’esterno, niente più spago adesso, la voce viaggiava lungo il tubo che era un piacere ed eravamo sempre in contatto. In capo a una settimana avevamo acquisito una buona familiarità con il tubo ma … volevamo trovare qualcosa ! Io e Alex cominciavamo a temere che le lunghezze in gioco fossero superiori alle nostre possibilità, che la cavità fosse a centinaia, migliaia di anelli dall’imboccatura. E finalmente quel sabato pomeriggio, usciti a razzo dal catechismo, fummo accontentati.

“Ti dico che c’è qualcosa!”
“Non c’è un tubo… cioè, aspetta! Quel tondo più chiaro, dici?” C’era forse effettivamente qualcosa, una variazione appena percettibile, la vedevi perché era disallineata rispetto a tutti i tondi concentrici degli anelli che costituivano il tubo.

“Sì, quello.” confermò Alex, facendo scorrere la luce della sua pila avanti e indietro. “Lo stimo a … 3, 6, 9, 12 metri da noi!”

“Fermiamo le pile, vediamo se è in movimento.” Appoggiammo le pile alla parete e restammo lì immobili; e muti.

“Inanimato.” dissi io dopo un mezzo minuto di osservazione.

“Dorme?” azzardò Alex, rinculando istintivamente. Prolungammo l’osservazione, meditando in silenzio sul da farsi.

Poteva essere qualsiasi cosa, quella roba tonda e omogenea di colore, ma ci venivano in mente solo ipotesi orrende, come il cranio di un pirata, con dentro un crotalo affamato, oppure un’anaconda acciambellata con la pancia piena di topi, oppure una bomba inesplosa con spoletta al mercurio, che basta un soffio e BLAM! Che fare?

“Prima di tutto vediamo se è una cosa viva.” dissi io. “Se non è viva tentiamo un recupero; se è viva … non lo so. Dico di tirargli con la fionda. Tirargli di brutto. E sentire che rumore fa. Sperando che non urli.”
“O cappa, ritiriamoci; acqua in bocca con Alberto.”
Mentre arretravamo ci mettemmo d’accordo sulle prossime mosse ufficiali: io mi fiondavo a casa per cambiare le batterie alla mia torcia, che si era un po’ scaricata, mentre Alex e il fratellino cercavano nei dintorni qualche asta o un lungo bastone per fare delle misurazioni e che in realtà ci avrebbe agevolato nell’eventuale recupero o peggio difeso in caso di scontro. Poi saremmo tornati dentro io e Alex per un supplemento di indagine. E così ci salutammo.

Giunto a casa mi posi il problema di che cosa tirare contro il misterioso oggetto non identificato; avevo anche delle biglie di ferro, del diametro di un mio dito, ma mai che mi fosse capitato di doverle usare con la fionda… pensai che forse erano troppo pesanti, le palle metalliche, forse avrebbero avuto una gittata corta; optai per delle biglie di vetro: dal mio sacchettino ne scelsi una decina, le più scheggiate, le più brutte, sapevo che non le avrei riviste facilmente. La fionda era autocostruita, una semplice forcaletta di legno ed elastici fatti di camera d’aria di camion. Che altro mi poteva servire? Il mio pugnale da boyscout? La mia jaguarmatic? Sì, magari prendo il fucile da sub… diedi un’occhiata circolare alla mia cameretta, prendendo fiato e facendomi rassicurare dagli idoli di carta che avevo appiccicato negli anni alle pareti; Alex mi stava aspettando; sgattaiolai fuori e ripresi la bici; mentre pedalavo pensai che se fossi stato fermato dalla polizia avrei rischiato grosso con quella fionda e le biglie di vetro nella stessa tasca dei pantaloni. E dire che stavamo lottando per la conoscenza, stavamo cercano di risolvere un altro mistero lungo l’interminabile via del progresso dell’umanità. Mi avrebbero incarcerato come un comune teppistello … ero assorto in questi pensieri quando, svoltata l’ultima curva, vidi Alex e Alberto in bici che mi venivano incontro, a mani vuote!

“Cottimista!” annunciò Alex scuotendo la testa.
“Nooooo!”
“Sì, c’è uno che lavora al piano di sopra, nei bagni; abbiamo sentito come uno strisciare continuo e poi dei colpetti, sta mettendo su delle piastrelle, ne avrà fino stasera.”

Feci un’ampia curva e mi congiunsi a loro, diretti a casa. Alex restò un po’ indietro e ci rimettemmo nella formazione standard, 1 + 2. Ci guardammo in silenzio. Eravamo, io e lui, in bilico tra una specie di sollievo per non dove tornar dentro ad affrontare quel gnocco d’ignoto e una crescente frustrazione per non poter dare una risposta a questo urgente interrogativo: cosa si celava a circa 35 metri di profondità (orizzontale) nel tubo? Una sorta di cerbero, guardiano di una enorme cavità? Una sorta di chiave a combinazione per accedere ai successivi ambienti? Un banale pallone di cuoio del primo dopoguerra?

Arrivati e casa salutammo Alberto che andava su a far merenda; noi dichiarammo che ce ne saremmo andati in giro in bici fino all’ora di cena. E in effetti ci avviammo, senza una meta, gli sguardi silenziosi che si cercavano. E la fionda che mi bruciava in tasca.

“Allora vado a mettere via la fionda.” dissi di controvoglia.
“Se no vado a prendere la mia e facciamo un torneo…”
“Pensa che avevo preso delle palline di vetro da tirargli dentro…”
“Osto, ma se si frantumano poi rischiamo di tagliarci passandoci sopra…”
“Orca, non ci avevo pensato… senti ma secondo te, se passiamo dal prato il cottimista mica può dirci niente…”
“Mmmmmhhhhh… beh sì, in effetti il canale è fuori dal cantiere.”
“Infatti! Legalmente non può eccepire alcunchè, il triste cottimista.”
“E allora? Vuoi andare senza Alberto? Proprio adesso che potrebbe esserci una svolta pericolosa?”
“Dai, se non c’è è meglio, così non rischia di traumatizzarsi… metti che usciamo con un topo gigante alle calcagna!”
“Mmmmmhhhhh… senza squadra esterna… sarebbe la prima volta.”
“E’ una missione semplice: entriamo, tiriamo e vediamo cosa succede. Anzi, sai cosa facciamo ? Tu ti fermi al livello 10, io proseguo fino al 20 e faccio il lavoretto; sempre in contatto vocale e visivo; se qualcosa va storto hai tutto il tempo di uscire e dare l’allarme. OK Alex?
“Sì, Batman, al tuo servizio!” Se l’era un po’ presa…
“Vuoi andare davanti tu?” provai a sfidarlo.
“La fionda è stata una tua idea… OK, facciamo come dici, ma ricorda che non stiamo rispettando le procedure. Dovremo stare in orecchio il doppio del normale, come minimo. Ecco. OK, dai.”

Decisione presa. Sentii l’adrenalina fare le prove. Virammo stretto con le bici in formazione tandem e ci buttammo in picchiata verso le strade nuove. Tagliammo per il prato, bici a mano al seguito, le lasciammo praticamente sul lato del canale; poi via, bassi a schiena curva, attenti a non scivolare giù perché stavolta non avevamo gli stivali di gomma, in 2 minuti eravamo all’ingresso del tunnel. Saranno state le 5 abbondanti, sole ancora alto, caldo boia, neanche un uccello in cielo; a parte il cottimista che grattugiava la sua solitudine, c’era un gran silenzio. Tirai fuori la fionda e saggiai l’elastico; poi feci vedere le biglie ad Alex.

“Quella rossa è al curaro, quella gialla è soporifera, ma questa qui, con le lunette, ha una carica devastante!”
“Sei sovraeccitato. Non va bene. Datti una calmata o salta la missione.”
“Se mi cade la biglia, altrochè: salta la missione e tutto il resto! Questa l’ho imbottita di nitroglicerina!”
“Dai, Biol, piantala o me ne vado”
“OK, Alex, mi stavo solo caricando un po’… sarò da solo là dentro tra un po’.”
“E’ stata una tua decisione, per me possiamo anche rimandare, se non te la senti.”

Per tutta risposta misi in tasca fionda e biglie, mi chinai, accesi la pila e saltai dentro.
“Andiamo al 10!” gridai, e vidi Alex che mi seguiva, forse più lentamente del solito. Contavo gli anelli di tubo e mi accorsi che ormai alcuni li riconoscevo a vista: il tre dove era inciampato Alberto aveva delle tracce di fango sulla parete, il sette aveva delle striature strane sul soffitto, il dieci aveva giustamente un X tracciata nel fango. Mi accovacciai all’undicesimo anello e aspettai Alex.

“Quando sono pronto a tirare te lo dico. Dobbiamo fare il massimo silenzio.”
“Sei sicuro di beccarla ? Saranno 20 centrimetri a 10 metri… e sarai tutto raggomitolato e instabile sui talloni.”
“Grazie per l’incoraggiamento!” risposi secco e ripresi ad avanzare; il 14 aveva una specie di macchia di umidità a forma di stella sul soffitto; il venti aveva due X nel fango. Arrivai addirittura al 25 e il coso era sempre là.
“Ci sono! Appoggio la pila! Tieni ferma la tua.” Alex non disse niente, ma le ombre smisero di agitarsi. Con la mia pila così in basso il bersaglio si vedeva davvero poco. Si intuiva. E comunque, pensai, non si è mai mosso. Tirai fuori la fionda e misi le biglie in fila sul bordo del fango. Presi quella con le lunette multicolore, quella alla nitroglicerina e la incoccai.

“Ok, sono pronto al tiro, dammi luce verde.”
“Vai!”
“Vado…” dissi sottovoce. Tirai l’elastico e cercai di portarlo all’altezza dell’occhio, ma era proprio un casino stare in equilibrio. Riabbassai le braccia e misi un ginocchio a terra, appena fuori dal fango. Avessi portato anche solo un pezzo di cartone, per appoggiarmi meglio senza infangarmi … in effetti avevo fatto tutto in fretta, troppo in fretta.
“Allora?” gridò Alex “hai tirato o cosa?”
“Eh… arrivo, un attimo… non mi fare fretta! Mi sto concentrando.” Presi la mira, stavolta ero più stabile, e lasciai partire il colpo. Ci fu un sibilo, e poi tre quattro colpetti sempre più attutiti, come dei rimbalzi. Niente, bersaglio mancato. Guardai attentamente la cosa: era ancora immobile. Espirai abbassando le braccia, deluso.
“Niente! L’ho sbagliato” dissi girandomi indietro “adesso riprovo.” Alex non disse niente.

Forse avevo mirato troppo alto; per la paura di non arrivarci avevo scavalcato il bersaglio.
“Diminuire l’alzo.” dissi tra me “Stessa potenza. Avessi un tracciante…”
Il secondo colpo fece una specie di PLOP e questo poteva significare una sola cosa: biglia affondata nel fango, bersaglio ancora mancato. Presi subito un’altra biglia e la caricai nella fionda, tendendola.
“Una via di mezzo, dai Biol, una via di mezzo…” Altra scarica di rimbalzi, sicuramente oltre il bersaglio. Mi voltai verso Alex e aprii le braccia sconsolato. Non riuscivo a vederlo, la sua torcia mi accecava. Disse un OK e c’era dell’incoraggiamento nella sua voce, ormai mi ero buscato la mia dose di umiliazione ed eravamo pari.

Presi su la mia pila e illuminai attentamente la cosa; sembrava veramente un pallone di cuoio, di quelli di una volta, tutti marroni; non si era mossa.
“Alex! Non si è mossa finora. E gli hanno fischiato vicino, le biglie! Io arrivo a 30! Se no da qui no la prendo…”
“Salgo a 20!” rispose di rimando.
Era territorio inesplorato, adesso. Sempre meno fango sul fondo, striature a vanvera sul soffitto. E il coso che danzava con la sua ombra mentre mi avvicinavo brandendo la pila in una mano e la fionda nell’altra. Mi mancava il pugnale tra i denti. Lo guardavo fisso mentre facevo piccoli passi in avanti; ero un po’ di sbieco, pronto a darmela a gambe. Avevo perso il conto degli anelli, mi sarei avvicinato il più possibile, fino a farmi tremare le braccia dalla paura.
“Sono a 20!” disse Alex. Mi voltai velocemente.
“OK!” Tornai a guardare il coso. “Silenzio adesso!”
Misi a posto la pila; poi infilai tre biglie insieme nella fionda. A pallettoni, vacca boia. Mi appoggiai bene con la spalla e il ginocchio; presi la mira.
“Beccati queste…”

KLANG!

“L’ho beccato, Alex, l’ho beccato!!!” Presi subito su la pila e la puntai meglio che potevo. Ecco… si era come un po’ girato! Rispetto al cerchietto di prima, adesso vedevo un’ellisse!!! “Si è mossooo!!!” urlai più forte che potevo, e continuavo a guardarlo fisso, il coso.
“Si muove??? Verso di noi???” urlò Alex.
“No!!!” Alex non aveva sentito, non aveva visuale diretta, si stava preoccupando, per sé e per me. 
“Si muove o no???” chiese di nuovo Alex; mi girai verso di lui e cercai di stare calmo.
“Si è mosso prima, quando l’ho beccato; adesso è fermo. Forse la fiondata l’ha mosso, l’ha come girato, mi sembra di traverso. Stai calmo.”
“Io sono calmissimo. Tu pensa a dare segnali precisi. Dimmelo, se si muove ancora.”
Decisi di dargli il colpo di grazia. Avanzai di un altro anello o due. Giù la pila, dentro le ultime biglie, su la fionda e …

DLANG !

“E’ un oggetto metallico, Alex, sono sicuro! Inanimato.”
“L’hai ferito?” Di nuovo non stavamo comunicando. Alex doveva essere arretrato un po’, senza che me ne rendessi conto; in più io avevo parlato girato in avanti; c’era un po’ di confusione; dovevamo stare attenti.
“Alex!” mi girai verso di lui. “Tutto bene! Missione compiuta, usciamo!”
“Usciamo! Ricevuto!” lo vidi che arretrava a marcia indietro, continuando a illuminarmi.
“Con calma” aggiunsi e mi girai di nuovo verso il coso. Era rimasto fermo esattamente dov’era prima, stavolta; sarà stato lì a tre quattro metri da me, inoffensivo.
“Ti vengo a prendere e ti porto fuori…” dissi sottovoce; balzai in avanti più in fretta che potei. Stavo facendo una cazzata, lo sapevo, ma volevo finire il lavoro. Arrivato a tiro lo toccai con la fionda, lo girai mentre lo illuminavo dall’alto: era un bidoncino tutto arrigginito; vuoto; aveva un archetto di fil di ferro come manico e lì annodai l’elastico della fionda. Cominciai a uscire trascinandomelo dietro. Presi il ritmo bene e vidi che mi avvicinavo ad Alex. Oggi per la prima volta ero arrivato all’anello numero… più di trenta! E avevo al traino il mio trofeo. Grande!

Uscii che Alex era in piedi appoggiato al tubo, in atteggiamento rilassato e un po’ scostante. Avevamo il fiatone tutti e due. Vide subito che avevo qualcosa attaccato alla fionda e si fece sotto.

“L’ho preso!” dissi tutto raggiante, alzando la fionda con il suo bel carico all’altezza dei nostri occhi. “Ecco il cranio del pirata ! Purtroppo è vuoto…”
“Fa vedere!” gli girava intorno per cercare un punto non arrugginito che ci desse qualche informazione in più, ma poi lo rimirò nella sua interezza, e così feci io, appoggiandolo sopra la sporgenza del tubo e slegando via la fionda.
Restammo lì in silenzio un bel po’. Non lo volevamo toccare e questo gli aumentava l’alone di mistero. Ogni tanto ci guardavamo tra noi e ci scappava da ridere, per le ragnatele impigliate in testa, per lo scampato pericolo, per i fraintendimenti che c’erano stati prima nel tubo, per l’orgoglio della missione compiuta.
“Ecco il primo vero reperto che il tubo ci offre. Ci attendono lunghe analisi e molte discussioni .” affermò Alex.
“Beh credo che ormai sia evidente che questo bidone di vernice sia stato portato dentro da un riflusso, come ti dicevo il tubo è uno sfogo del canale…”
“Potrebbe invece benissimo essere legato a lavori di manutenzione della cavità ed essere fuoriuscito durante una fase di irrigazione…”

Ci avviammo verso casa col bidone sottobraccio e un carico fantastico di ipotesi da vagliare, di punti deboli da smontare, di curiosità da sfamare. Da dove veniva il bidone? E dove stava andando?

Prossimo capitolo: 4.5 Quattro e mezzo