Docenti oggi
Cosa siamo per la società?

Quando un’insegnante è in vacanza e, forse alcuni di voi, a ragion veduta, maligneranno pensando che lo siamo spesso, deve assolutamente rimanere in incognito per la salvaguardia della sua pace interiore e della sua autostima.
Nelle pause estive, se non si è refrattari alle relazioni interpersonali, si fanno spesso nuove conoscenze, ed è inevitabile, nelle prime domande rituali di conoscenza, sentirsi chiedere: “Che lavoro fai?”. Io rispondo con fierezza: “Sono un’insegnante di scuola primaria”. Le risposte e le reazioni dei miei interlocutori sono interessantissime e sostanzialmente si possono dividere in 3 grandi categorie: gli indignati, i compassionevoli e i richiedenti d’aiuto.
Gli indignati
Sono sicuramente coloro che riescono ad annientare l’autostima di un docente con pochissime frasi a effetto come: “Ah, allora tu fai parte del mondo delle zecche dello Stato?” (zecca intesa come parassita ahimè), “Che fortuna che hai a fare la maestra, hai tre mesi di vacanze all'anno pagate, lavori part time percependo uno stipendio pieno e non ti possono licenziare nemmeno se picchi un bambino!”, oppure la migliore e più gettonata è: “Hai un posto fisso senza dover neanche timbrare un cartellino, tu sì che sei fortunata, io invece che lavoro nel privato non ho tutti i privilegi che avete voi maestri!”
I compassionevoli
Sono invece quelle persone che ti vedono come vittima perenne di bambini posseduti da demoni con forze malefiche incredibili. Solitamente i loro commenti sono: “Deve essere dura fare la maestra al giorno d’oggi, ho sentito che adesso ci sono bambini che picchiano i maestri e portano a scuola i coltelli”, “Ho letto, non so dove, che alcuni bambini hanno rigato la macchina di un’insegnante, a te è mai capitato? Non ti invidio deve essere difficile fare il tuo lavoro con i bambini che ci sono oggi!” e per concludere con la frase che non manca mai: “Io non farei mai il tuo lavoro con tutti quei bambini che urlano, che si picchiano, che non hanno più rispetto di nessuno…per non parlare dei loro genitori, non ci sono più i valori di una volta”.
I richiedenti aiuto
Infine, se ci si trova in luoghi frequentati da famiglie, ecco apparire i richiedenti aiuto. Questa categoria è la più pericolosa perché “paradossalmente” è quella che riesce a catapultarti nell'imbarazzo più totale. La maggior parte delle volte si tratta di mamme che non accettano che i propri figli abbiano delle difficoltà a scuola e cercano in te una valida e titolata alleata nella lotta verbale da spiaggia contro le ingiustizie perpetrate dagli insegnanti nei confronti dei propri pargoli. In questi casi la conversazione risulta difficile e spesso diventa quasi impossibile dire veramente quello che si pensa. Se poi si entra in confidenza si rischia di visionare quaderni di italiano, storia o matematica sul bagnasciuga. Le riflessioni più ricorrenti di questa categoria, che non si limita a brevi frasi stigmatizzate, sono legate alle innumerevoli incapacità dei docenti che: non sanno comprendere le potenzialità del proprio figlio/a, non sono in grado di insegnare in modo adeguato, hanno evidenti preferenze e, oramai mitico pensiero di genitori in perenne stato d’ansia, sono indietro con il programma.
Le tre categorie citate, ovviamente descritte con tono ironico, rappresentano una parte non irrilevante, a mio avviso, del pensiero comune della società nei confronti della scuola e dei docenti.
Ora potrei iniziare a fare una serie di riflessioni di come la società non abbia più rispetto delle istituzioni, di come gli insegnanti vengano lasciati soli ad affrontare ragazzi e genitori violenti, di come con lo stipendio che percepiamo non possiamo sentirci gratificati come professionisti ecc…Invece no, vorrei soffermarmi e riflettere sul fatto che queste persone invece manifestino dei preconcetti e dei disagi che possiedono delle basi nella realtà scolastica.
Gli indignati sostengono che gli insegnanti stiano a casa 3 mesi all’anno… Hanno ragione, in quei mesi siamo pagati per andare in vacanza, non mi vergogno a scriverlo, ma mi vergogno ad ammetterlo.
I compassionevoli ci percepiscono come vittime di soprusi; questo è quello che negli ultimi anni emerge dai giornali e che davvero accade in molte realtà scolastiche sia del Nord che del Sud Italia. Invece di essere dei docenti, quindi delle guide per i nostri alunni, diventiamo subordinati ai capricci dei bambini e dei genitori. Colpa loro o forse un po’ anche nostra che manchiamo della giusta formazione per poter affrontare classi difficoltose e genitori ansiosi? Le riflessioni in tal senso sono aperte, anche se io credo che sarebbe necessario trovare dei momenti per riflettere sulle nostre azioni come corpo docente. La società si trasforma, si evolve e, volente o nolente, la scuola deve cambiare, non può arroccarsi su posizioni nostalgiche che alla fine non sfociano in nulla se non in una perenne frustrazione dei suoi dipendenti.
Infine i richiedenti aiuto manifestano, nella loro insistenza, un disagio, un bisogno di essere ascoltati, accolti e compresi. Le famiglie percepiscono spesso i docenti come persone nemiche, ostili e in grado di minare, attraverso azioni didattiche non sempre chiare e comprensibili, la tranquillità familiare e l’autostima dei propri figli.

Queste tre categorie rappresentano un campanello d’allarme per noi insegnanti. Dovremmo fermarci a riflettere sulle nostre azioni e sul nostro ruolo. La società ci percepisce come degli impiegati statali, dei privilegiati del posto fisso, quasi un peso morto che non produce una ricchezza tangibile e misurabile. Persone che insegnano non per passione o formazione,ma solamente per aver atteso che le graduatorie piano piano, come delle lente scale mobili, le abbiano portate a destinazione.
Invece noi non siamo questo, noi docenti siamo dei professionisti, seri professionisti che si occupano di educare e guidare i ragazzi che in futuro abiteranno il mondo. Se però desideriamo che la nostra figura assuma un peso differente per gli altri dobbiamo iniziare a modificare un poco il nostro atteggiamento e migliorare, per quanto possiamo, il sistema scolastico.
Per questo è fondamentale attuare una rivoluzione copernicana, mettendo al centro delle nostre riflessioni i bisogni reali dei bambini e delle famiglie, non le esigenze dei docenti. Abbiamo tantissime vacanze a disposizione, ma quanti utilizzano queste pause per formarsi o per dedicare del tempo alla scuola? Probabilmente non abbastanza. Perché allora non immaginare di allungare il tempo scolastico nei mesi estivi, così da poter sperimentare progetti che durante l’anno magari non si avrebbe il tempo di affrontare? Perché non fare formazione per arrivare più preparati a settembre?
Proviamo a formarci di più. È fondamentale per avere strumenti a disposizione e così affrontare le problematiche sempre più numerose e complesse delle classi di oggi. Dobbiamo essere in grado di gestire sempre le situazioni che ci si presentano, non possiamo permettere che siano queste a gestire noi.
Cerchiamo, per quanto possibile, di essere irreprensibili nel nostro comportamento lavorativo, non usciamo durante le ore di lavoro a fumarci una sigaretta lasciando il collaboratore scolastico in classe, non teniamo il cellulare acceso in classe, non chiacchieriamo la mattina venti minuti nei corridoi prima di entrare in classe. Infine non lamentiamoci il primo collegio docenti della stanchezza che abbiamo nel ricominciare dopo due mesi e mezzo di vacanza!
Potrei andare avanti a citare comportamenti che non sono degni di un professionista educativo, ma che in questi anni ho notato e continuo a vedere. Noi dobbiamo dare sempre il buon esempio quando siamo a scuola, per quanto possibile.
Infine i richiedenti aiuto lamentano sostanzialmente una lontananza della scuola dalla famiglia. Dovremmo cercare, come insegnanti, di essere più vicini alle famiglie, di ascoltare di più i genitori. A volte può essere faticoso e noioso lo so, ma dietro a una lamentela, a un comportamento ansioso c’è sempre un problema che non va ignorato, ma, se possibile, affrontato. Apriamo di più le scuole ai genitori, non viviamoli come antagonisti, ma come risorsa. Dialoghiamo di più con i nostri alunni sia a lezione, ma soprattutto nelle pause: intervalli o pause pranzo. Utilizziamo le “pause” del tempo scuola per conoscere meglio i bambini che vediamo tutti i giorni, è durante questi momenti che si scoprono lati del carattere dei nostri alunni che quotidianamente in classe non emergono.
Il lavoro dell’insegnante non è facile, dobbiamo essere formati, informati, competenti, accoglienti, ma al contempo è il mestiere più bello del mondo perché noi educhiamo l’essere più prezioso: il bambino. I bambini sono il futuro, il nostro futuro, il futuro dell’umanità. Noi docenti dobbiamo sempre tendere al futuro. Se, come docenti, lavoreremo bene nel presente, i risultati saranno incredibili e forse potremmo permetterci di affermare di aver contribuito, nel nostro piccolo, a migliorare il mondo.

I grandi cambiamenti, come si sa, partono sempre dal basso.
Scritto, con cura, da Kosmè de Maria su Euristika!

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