CENT’ANNI DALLA BATTAGLIA DI CAPORETTO: NON DIMENTICHIAMO

Per quattr’anni interi, l’uomo s’è imbrattato di sangue per decidere chi doveva avere l’aiola più grande e il più grosso marsupio». A scriverlo, all’alba degli anni ’20 del secolo scorso, era Giovanni Papini, che nell’ottobre del 1914 auspicava la partecipazione del Regno d’Italia al conflitto europeo: «Finalmente è arrivato il giorno dell’ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell’anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne». Ci sarebbero voluti gli immensi massacri dell’«inutile strage» (oltre un milione di morti solo tra gli italiani) per far cambiare idea a Papini.

Una delle battaglie più sanguinose e terribili combattute dall’Italia fu quella di Caporetto. La dodicesima battaglia dell’Isonzo, di cui quest’anno cade il centenario, ebbe inizio il 24 ottobre e si concluse il 12 novembre 1917. Per l’esercito italiano fu una disfatta, e così gigantesca, da diventare, nella lingua italiana, sinonimo di sconfitta di proporzioni inaudite (insomma, una «Sédan italian», come fu detto allora). L’offensiva degli eserciti austro-tedeschi ebbe inizio nella zona di Tolmin e della conca di Plezzo, nell’odierna Slovenia, e si concluse sul Piave, dopo una vertiginosa avanzata che portò alla riconquista austriaca di Gorizia, Udine e persino Pordenone.

History Department of the US Military Academy West Point CC

I numeri sono impressionanti: 40mila tra morti e feriti, quasi 300mila prigionieri, 350mila gli sbandati. Sul Piave l’esercito italiano riuscì ad arrestare con successo l’assalto del nemico, e in tutta Italia si gridò al «miracolo». In effetti si trattò di un momento decisivo, non soltanto per l’Italia ma per tutti i partecipanti alla guerra: se sul Piave l’esercito italiano avesse ceduto, l’intera Pianura Padana sarebbe stata in pericolo. Ma se da un lato la prima battaglia del Piave dimostrò al mondo le capacità dei soldati italiani, dall’altro appalesò ulteriormente l’incompetenza di una parte dello stato maggiore italiano, a cominciare dal suo capo assoluto, il generale Luigi Cadorna.

Luigi Cadorna

Come ha dimostrato anche un recente saggio (“Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta” di Luca Falsini), gravi furono le colpe del Cadorna. Uomo molto duro, avido di gloria e di potere, incurante dei sacrifici della truppa e incline a un autoritarismo anacronistico, il “Ludendorff piemontese” arrivò a incolpare dell’immane disfatta i soldati, con il loro comportamento “indegno”. Quegli stessi soldati che sino ad allora non aveva esitato a sacrificare con disinvoltura. Lo stesso Angelo Gatti, ufficiale di stato maggiore alle dirette dipendenze di Cadorna, scriveva il 3 giugno 1917: «finora l’Italia ha fornito sempre abbondantemente il capitale uomini, nel quale Cadorna pescava. La ragione vera, profonda, per cui, anzi, noi non solo abbiamo finora vinto, nel complesso, e più andremo avanti, se le cose continuano così, più sicuramente vinceremo, è questa: che noi abbiamo tale serbatoio d’uomini, che anche sciuparne, o sceglierne fino allo scrupolo non intacca, fino ad un certo punto, nulla della nostra potenza […] Ho infatti osservato, nel Capo e nel suo entourage, come riflesso di quanto io dico, come assai più grave sia il pensiero e la preoccupazione dei colpi, che quello degli uomini».

Museo di Caporetto, esterni

Sono passati cento anni da Caporetto, ma tragica lezione di Caporetto, e della Grande Guerra tutta, non va dimenticata. Ecco perché è fondamentale commemorare quella battaglia, magari recandosi nei territori dove avvenne. A cominciare proprio da Caporetto (Kobarid), comune di un migliaio di abitanti nella Goriška. Il viaggiatore non si faccia ingannare dall’amenità del luogo, dalla bellezza dell’Isonzo (Soča) dove Giuseppe Ungaretti si riconobbe «docile fibra dell’Universo»: qui morirono migliaia di italiani, austriaci, tedeschi, magiari, sloveni, croati, boemi… Ecco perché è doverosa una visita al Museo di Caporetto (Kobariški muzej), uno dei più interessanti musei dedicati alla Prima Guerra Mondiale.

https://www.kobariski-muzej.si/esposizioni/mostra_permanente/

Il più grande merito del Museo è che è all’insegna dell’imparzialità storica, e del rispetto. Come ha dichiarato Friedrich Waidacher nel 1993, in occasione dell’assegnazione al Museo del Prix du Musée du Conseil de l’Europe, «durante la mia carriera ho visitato centinaia di musei, alcuni a tema bellico. Il Museo di Caporetto è il primo in cui non abbia rilevato il benché minimo cenno di sciovinismo, tendenziosità o esaltazione. Il suo allestimento denota profonda sensibilità, tocca il cuore e l’anima dei visitatori e trasmette un messaggio che non sarà mai diffuso tra le persone con sufficiente insistenza e forza: la guerra è follia, un crimine che non fa che provocare vittime…»

https://www.kobariski-muzej.si/esposizioni/mostra_permanente/

Le sale sono estremamente interessanti, alcuni reperti e documenti veri e propri pugni allo stomaco. Giustamente è stato detto che il Museo non è «un museo di guerra, bensì dell’uomo e delle sue angustie». Visitarlo con serietà, attenzione ed empatia significa vaccinarsi contro la follia della guerra, e la mostruosità della violenza.

https://www.kobariski-muzej.si/ita/