Cibo per grandi

di Mariachiara Furlò e Andrea Zitelli


“È italiano, mamma”. Non ha dubbi il piccolo Giorgio, sette anni e un caschetto biondo, quando deve rispondere alla domanda sulla nazionalità del suo compagno di banco Faruk, nato a Milano da genitori Pakistani. I due bambini sono molto amici e si siedono vicini anche a mensa, dove secondo Milano Ristorazione, un menù etnico dovrebbe aiutarli a conoscere meglio le diverse tradizioni culturali che appartengono alle famiglie d’origine.

Cous cous africano, involtini primavera orientali e carne kosher della tradizione ebraica arrivano a tavola insieme alle classiche cotolette, al risotto mianese allo zafferano e ai più anglosassoni muffin alle mele. Partire dal cibo per favorire l’incontro tra le diverse nazionalità presenti nelle scuole milanesi. Questo l’obiettivo che ha spinto Milano Ristorazione, l’azienda municipalizzata che prepara i pasti per gli alunni milanesi a proporre il progetto “Menù speciali”. Piatti tipici della cucina cinese, mediorientale (sia ebraica, sia musulmana) e greca, dal primo ai dolci per i bambini di tutte le classi elementari. Ma è davvero necessario passare da tavola per accettare e conoscere chi viene da lontano? E se i bambini fossero già integrati, anche più di quanto non lo siano i loro papà e le loro mamme?

Verso Expo 2015, evento che esplorerà il tema del cibo a 360 gradi, fare questa domanda a genitori, presidi, maestre, responsabili e promotori del progetto diventa quasi un passaggio obbligato. “Di per sé il pranzo è un momento di aggregazione importante anche dal punto di vista didattico, per bambini che provengono da Paesi diversi”, spiega Gabriella Iacono, presidente di Milano Ristorazione, che continua “Mangiare insieme piatti di culture differenti può aiutarli ad avvicinarsi.”. Ma non tutti sono della stessa opinione. Giovanni Del Bene è il preside della scuola più multietnica d’Italia, l’istituto comprensivo Cadorna di Milano, dove quattro bambini su dieci sono stranieri. Al dirigente scolastico, il progetto “Menù speciali” non convince: “Chi lavora con il cibo è più bravo con le diete che con la didattica. I bambini sono già integrati grazie al rapporto quotidiano con i loro compagni di classe provenienti da atre nazioni. Un piatto di riso alla cantonese non cambia le cose”.

Ecco perché nella sua scuola, il preside organizza tutta una serie di attività didattiche ed extra, dedicate allo scambio multiculturale. Una di queste è il mercatino etnico che si svolge ogni primo venerdì del mese nel cortile dell’istituto Cadorna. Si scambiano prodotti gastronomici e oggetti d’artigianato, ma soprattutto, continua Del Bene: “Si creano occasioni di incontro e di conoscenza fra genitori e alunni, la base di partenza per nuovi rapporti sociali e nascita di amicizie”. La pensano come lui anche le maestre della scuola elementare Sandro Pertini, che evidenziano come i bambini non riflettano molto su quello che si ritrovano nel piatto e decidano istintivamente solo di mangiarlo o meno.

“Poi, capita spesso che i bambini italiani vadano a cena fuori con la famiglia nei ristoranti etnici. E che i loro compagni stranieri siano, invece, abituati a mangiare tagliatelle e spaghetti al pomodoro nelle loro case”, commenta una maestra dell’istituto Pertini. Proprio agli insegnanti si appellano i genitori: “Per dare un valore didattico, che vada oltre la nutrizione, bisognerebbe prepararli sul cibo che troveranno a tavola e su tutto ciò che rappresenta”, commenta Lucio che fa parte della Commissione mense ed è molto attento a quello che Angela e Paolo, i suoi due figli di 6 e 9 anni, mangiano tutti i giorni a scuola. Per far sì che il pranzo diventi davvero un momento di formazione e incontro, non basta quindi cambiare menù. Scuola, impresa e famiglia sono tutti d’accordo. L’educazione, sia alimentare, sia sociale non può prescindere dall’insegnamento.