Giardini di tutti
di Luigi Brindisi e Alexis Paparo
Da aree abbandonate o degradate a verde di proprietà di tutti. “Giardini condivisi” è la prima delibera in Italia che risponde al bisogno dei cittadini di spazi autogestiti. Adottato dalla Giunta a Milano il 25 maggio 2012, l’atto del Comune permette ai cittadini di prendere in gestione gratuita, per un periodo massimo di tre anni eventualmente rinnovabili, uno spazio abbandonato di proprietà del Comune e convertirlo in giardino.
A quasi due anni dalla delibera però gli spazi ufficiali sono soltanto tre: Isola Pepe Verde, in via Cristoforo Pepe, Giardini in Transito, in viale Montello e Giardino Nascosto, in via Bussola. Eppure la realtà dei community garden di Milano è più ampia e variegata: oltre agli orti comunali dati in gestione agli anziani, in città sono presenti circa sessanta fra aiuole, giardini e orti comunitari curati da associazioni e cittadini con voglia di verde e socialità.
Ci sono “Coltivando”, l’orto creato al Politecnico di Milano da un gruppo di ricercatori e studenti con la collaborazione degli abitanti del quartiere Bovisa, “Libero Orto” che, negli spazi dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, coinvolge residenti del quartiere e persone con handicap fisici e psichici, gli orti e giardini di Cascina Cuccagna, ma anche gli angoli verdi nati in aree occupate, come quelli di Villa Vegan Squat in via Litta Modignani, il giardino Primo Moroni davanti al centro sociale Cox18 in via Conchetta, l’orto della Cascina Torchiera Senz’Acqua, davanti al Cimitero Maggiore, l’aiuola lunga e stretta davanti allo spazio occupato in via Micene.
Iniziative spontanee, che si coordinano anche attraverso il network Libere Rape Metropolitane nato nel 2010, ma spesso temporanee e per questo difficili da identificare. Spazi che possono essere monitorati anche attraverso la mappatura delle aree verdi condivise in città realizzata da Mariella Bussolati sulsuo blog Ortodiffuso.

“Anche se la delibera comunale è in vigore da più di un anno, la maggior parte di queste realtà è nata e resta in aree occupate”, spiega Mariella Bussolati, agronoma e giornalista che nel 2012 ha raccontato e analizzato il fenomeno nel libro Ortodiffuso, e nel blog omonimo ha realizzato la mappatura delle aree verdi condivise di Milano e Roma. Mappe interattive che possono essere integrate da chiunque voglia far conoscere il proprio giardino o segnalare spazi in disuso che potrebbero essere trasformati. Su questa idea si basa anche ”Giardini Condivisi”, che prevede siano i cittadini, riuniti in associazione, a individuare un’area e a presentare un progetto al consiglio di Zona. Una volta verificata la proprietà effettiva dello spazio da parte del Comune, è il consiglio di zona a stipulare la convenzione con i cittadini.

“Il problema è che l’iter per arrivare all’apertura del community garden è lungo: spesso il processo si blocca proprio in consiglio di Zona, che impiega molti mesi solo per valutare la proposta presentata. Per questo a volte è più semplice occupare e iniziare a fare” continua Bussolati, che nel 2009, in via Padova, ha visto nascere il primo giardino condiviso della città, oggi non più attivo, e ha seguito quelli che si sono creati negli anni. Il bisogno di partenza è lo stesso: riavvicinarsi alla natura e condividere percorsi di vita in un spazio autogestito, creato partendo dai bisogni della comunità che se ne prende cura. “Il territorio di Milano è sfruttatissimo dal punto di vista edilizio: in molti quartieri, uno tra tutti l’Isola, è in atto una cementificazione che spesso ha cambiato loro volto. I community garden nascono da qui, dalla volontà di decidere dello spazio nel quale si vive. Siamo nel cuore del dibattito più profondo sull’uso della città”, conclude.