Ricordando Veronelli
di Silvia Ricciardi ed Enrico Tata
Si dice, dei giornalisti, che debbano consumare le scarpe sui marciapiedi per imparare il mestiere. Luigi Veronelli no. È diventato un grande cronista, ma l’asfalto di Milano, la sua città, se l’è lasciato alle spalle. Per raccontare ha scelto un’altra angolazione, una strada diversa — la meno battuta -, tra vitigni e mani segnate dalla fatica, spinto dall’amore per la terra e dal rispetto per l’uomo che se ne prende cura.
«Sono un contadino che per sbaglio ha fatto il giornalista», diceva. Uno “sbaglio” che ha commesso fino all’ultimo. Per quasi 60 anni, dal 1956 al 2004, ha avuto una missione precisa: trasformare l’Italia «grande madre di vini, a grande madre di grandi vini».
Un gigante gentile, che «cammina la terra» avvolto dal tabarro nero — «la cravatta, solo coi nemici» -, alla ricerca continua di quelli che chiama i «giacimenti gastronomici» della patria, rifiutando l’omologazione alimentare e la ricerca senza limiti del profitto nell’agricoltura industrializzata. Uno spirito anarchico, per la disobbedienza alle leggi inique, ma contro ogni forma di violenza e limite alla libertà altrui. Il timore che «la terra non basti agli uomini» lo ha spinto all’azione concreta, ad assumersi la responsabilità del racconto dalla parte dei deboli, a farsi cantore di un mondo agricolo in piena trasformazione.
Gli occhiali spessi a coronare lo strumento di lavoro più importante. «Sua nasità», come lo chiama il giornalista e amico Gianni Mura, fa del vino il «problematico compagno» che lo accompagnerà per tutta la vita. «Ho bevuto un gran vino, il bicchiere è vuoto ma non ho delusione, bensì il piacere di averlo scoperto, di averlo conosciuto. Così come per un libro, mi ha arricchito; ne conserverò la memoria».
A dieci anni dalla scomparsa Luigi, per gli amici Gino, rimane alla storia come la personalità più autorevole e rivoluzionaria del panorama enogastronomico italiano, non solo un cronista. Filosofo, editore, scrittore, poeta del vino e del mondo contadino. Con la penna tagliente ha scritto tutto quello che i sensi gli hanno permesso di cogliere.
«Un giorno un porco bevve dell’alcol. Ne morì. Morale: l’alcol non è fatto per i maiali». Avrebbe voluto saper scrivere favole, Gino. Forse non è Esopo, ma la morale è chiarissima.






