Fantastico!
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A’ Mamma

di Tonia Peluso, da VIVA un quindicinale di Fantastico!

Chi tene ‘a mamma
è ricche e nun ‘o sape;
chi tene ‘o bbene
è felice e nun ll’apprezza
Pecchè ll’ammore ‘e mamma
è ‘na ricchezza
è comme ‘o mare
ca nun fernesce maje.

Pure ll’omme cchiù triste e malamente
è ancora bbuon si vò bbene ‘a mamma.
‘A mamma tutto te dà,
niente te cerca
E si te vede e’ chiagnere
senza sapè ‘o pecché,
t’abbraccia e te dice:
“Figlio!!!”
E chiagne nsieme a te.

Salvatore Di Giacomo

Questa è la prima poesia che ho imparato, il primo anno di asilo. Ogni volta che mi ci imbatto mi torna in mente un’immagine precisa. Ci sono io che cammino al mercato, la mano nella mano di mia mamma, mentre recito questi versi a oltranza. Un’immagine tenera, fino a che non ne sbaglio uno. A mamma tutto te cerca, niente te dà, affermo convinta, cambiando in un momento totalmente il senso della poesia. L’ho detta così per un po’, nonostante mia madre cercasse con calma di spiegarmi dove le mie parole inciampassero nell’assurdo. Sono andata dritta, con la presunzione di essere dalla parte giusta, già a tre anni. Una roba che se ora un nano di 95 centimetri d’altezza lo facesse verso di me staremmo lì a giocarci l’errore diplomatico con i servizi sociali.

La prima lezione che ricordo di mia mamma è questa: accettare che quel mio tentativo di indipendenza prendesse la forma che stavo decidendo di dargli, anche se poi non combaciava con la realtà delle parole, né delle sue intenzioni. Questo l’ho capito nel tempo.

Mia mamma è — e sempre è stata — per me una spalla su cui appoggiarmi quando sono stanca. È colei che traccia la strada lasciandomi la libertà di non percorrerla. Mia mamma mi ha insegnato la disobbedienza e l’insubordinazione. Da lei ho appreso, crescendo, che spesso ci sono ragioni per tacere, ma davanti alle ingiustizie bisogna trovarne sempre una in più per farsi sentire.

Mia mamma è la donna più convincente che conosca. Sa darmi spesso una chiave di lettura diversa dalla mia: più leggera, più altruista, figlia della speranza. Mi ha trasmesso il senso dell’ospitalità, anche mentre a me dava fastidio la gente per casa. Ha voluto per me un presente e un futuro diverso dal suo passato. L’arte della vita la sto imparando da lei, la bellezza invece me l’ha data in eredità (con l’umiltà).

La parola mamma per me coincide con la figura imperfetta e frastagliata di mia madre. Una figura che mi circonda, lasciando però aperti i varchi che portano all’indipendenza.

La mia emancipazione ha germogliato nell’idea che lei mi abbia voluta. Io so, con certezza, che mia mamma — pur giovanissima — ha scelto di avermi. In Lettera a un bambino mai nato, Oriana Fallaci scrive “La maternità non è un dovere morale. Non è nemmeno un fatto biologico. È una scelta cosciente” e ancora “Essere mamma non è un mestiere; non è nemmeno un dovere: è solo un diritto tra tanti diritti”. Io sono stata per mia mamma una scelta e un diritto, tra tanti diritti. Questo mi rasserena. Non avrei voluto essere per lei un peso o un obbligo, né tantomeno una bambola da esibire per dimostrare agli altri di essere riuscita ad allinearsi, nei tempi giusti, a traguardi considerati socialmente accettabili. Non avrei voluto mai che mia mamma mettesse totalmente da parte la sua vita per dedicarsi anima e corpo solo a me e, dopo, alla mie sorelle. Io ricordo che da piccola a volte andavo con mamma a lavoro e, nella sua fatica, scovavo la fierezza e coltivavo il desiderio di essere un giorno forte quanto lei, indipendente come lei.

Chi tene ‘a mamma è ricche e nun ‘o sape. Sono ricca, sono fortunata. Lo so.

Essere madre è un diritto, dicevo. Non è un obbligo, anche se ogni tanto Pillon ci attacca la filippica sul calo della natalità e la mia vicina mi ricorda che a 31 anni non ho figli, mentre lei alla mia età ne aveva tre e pure già grandi. Essere madre non è un’etichetta per darti di default un’aria di rispettabilità, come pensa Giorgia donna-madre-cristiana. Essere madre non deve essere un impedimento. Invece, ancora oggi, sono troppe le donne costrette a mettere da parte carriera e aspirazioni perché non vi è un sistema di Welfare in grado di sostenere non la maternità, ma un’equa responsabilità genitoriale, perché un figlio non è un fatto solo di chi lo sgrava.

Appena ieri sui social si è sollevata l’indignazione per le affermazioni di Elisabetta Franchi che parafrasiamo come: le ragazze giovani sono un problema per gli imprenditori perché si arrogano il diritto di voler fare i figli, allora il trucco è assumere ai vertici solo uomini o donne anta — già rodate, ma ancora fighe — che si siano già sposate, abbiano già figliato e si spera già divorziato così che possano dedicarsi al lavoro 24 ore al giorno. È un po’ come Checco Zalone che in Sole a Catinelle interrompe un comizio per dire:

«Quando io imprenditore assumo una donna e questa il marito la mette incinta, io, io, devo pagare gli assegni familiari, io devo sostituirla, io devo pagare la formazione a chi la sostituisce, io devo reintegrare, io devo riformare. Allora operaia sai che ti dico? Te vuoi andare incinta? La botta te la do io»

Checco Zalone è però solo un personaggio che, in maniera grottesca, porta sullo schermo la visione chiusa e misogina di una mentalità imprenditoriale di cui troppi fanno ancora parte, sentendosi legittimati da un sistema politico vecchio e inadeguato, che non è in grado di garantire tutele e pari opportunità. Elisabetta Franchi invece esiste e sta lì a dire, con la spocchia di chi ha posato il culo su un cumulo di soldi, cose tanto becere da sollevare l’indignazione popolare, fornendo però al tempo stesso una fotografia nitida del nostro bel paese: viviamo in una società in cui essere mamma può diventare un gran problema.

Essere mamma oggi sembra non essere più un diritto, resta ancora un obbligo che deve però fare i conti con la mancanza delle condizioni necessarie ad assolverlo.

Io non lo so cosa voglia dire essere mamma. Non lo sono. Sono zia, sono figlia. In entrambi i ruoli lo sperimento in una forma appena accennata e mi preparo a ciò che spero sarà il mio essere mamma: un porto da cui salpare e dove tornare, nel mezzo tutta la vita da scoprire gonfiando la vela.

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