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Performare

di Tonia Peluso, da VIVA un quindicinale di Fantastico!

«Eurovision: Laura Pausini ha dovuto lasciare il palco per un calo di pressione»

«Il calo di pressione della Pausini e la sua assenza di 20 minuti»

«Laura Pausini scompare dal palco di Eurovision per un calo di pressione. “Scusate, troppa emozione”»

Esattamente una settimana fa la stampa italiana si svegliava e scopriva che si può star male, anche mentre si lavora, perfino in televisione, addirittura in eurovisione. Succede. Una scoperta che ha fatto un certo clamore, visti i titoloni sensazionalistici usati da alcuni e le varie teorie che hanno riempito i social in quei venti minuti di assenza. Litigio? Capriccio? Se n’è andata via? Che fine ha fatto Laura Pausini? È stato un calo di pressione, hanno spiegato il giorno dopo. Un calo di pressione dovuto al troppo lavoro e all’emozione, ci hanno tenuto a specificare. E se avesse avvertito semplicemente l’esigenza di andare in bagno? Si può andare in bagno mentre si lavora, in televisione, in diretta europea? Manco il tempo di dare una risposta a queste e altre domande che rientrano in un mio specchio più o meno ampio di curiosità, due giorni fa è arrivato un aggiornamento a riguardo: Laura Pausini ha avuto un calo di pressione, ma neanche per il troppo lavoro o per l’emozione, probabilmente aveva il Covid, visto che è attualmente risultata positiva. La motivazione è servita, il suo star male giustificato da una retorica in cui Covid batte pressione bassa nella scala della legittimazione delle malattie socialmente riconosciute. «C’era qualcosa che non andava» ha dichiarato Laura. «Non mi sentivo bene da sabato», ha aggiunto. Si è giustificata, per essere stata male. Non la sto giudicando, l’avrei fatto anche io. Probabilmente mi sarei giustificata così tante volte da oscurare quasi del tutto l’impegno e i successi di mesi di lavoro e tre dirette in eurovisione. Che poi, in effetti, è un po’ quello che è successo a lei. Non ho seguito l’Eurovision e le uniche due notizie che mi sono arrivate sono: la presunta vittoria politica dell’Ucraina — sia chiaro, per me una canzone folk che dice troverò sempre la strada di casa, anche se tutte le strade sono distrutte vince al di là del fatto che quelle strade metaforiche poi siano distrutte realmente — e il malore di Laura Pausini.

Perché ci dà così fastidio l’imprevisto? Stiamo vivendo, mai come ora, una società che ci chiede di fare: fare cose, farle bene, farle sempre meglio di qualcun altro che poi ti fregano in un attimo. Più che a fare siamo spinti a performare. L’importante è ottenere buoni risultati, meglio se prima degli altri. Una performance non è di per sé un fatto negativo, è solo la realizzazione concreta di un’attività, di un comportamento o di una situazione determinata. È, per estensione, una prestazione particolarmente valida che porta un risultato considerevole. La situazione si fa pericolosa quando una società fa della performance un valore fondante, facendola diventare l’assunto di base di una produttività frenetica e senza fine. Bisognerebbe avere la lucidità di valutare ogni performance in maniera oggettiva, come un fatto a sé stante; invece, troppo spesso una singola prestazione sotto la media diventa il pretesto per valutare l’intero operato di una persona e la persona stessa.

Essere all’altezza delle performance richieste sta diventando un imperativo categorico volto a giustificare la propria presenza al mondo: esisto perché sono in grado, ci sono perché tengo il ritmo. Cosa fai nella vita? Ottengo risultati. Poi che siano voluti o meno non importa. Chi stabilisca le mete desiderate neppure. Pare quasi che il devo abbia sostituito il voglio, camuffandosi da esso. Devi lavorare, devi fare un figlio, devi metterti in forma, devi essere felice, devi avere una rete stabile di conoscenze, devi fronteggiare l’imprevisto, devi correre, devi produrre, devi consumare. Tutti questi devi in un tempo piccolo e definito, perché devi anche essere veloce e disponibile al cambiamento. Sarà che io, certi giorni, vorrei solo stendermi a terra e fissare il cielo, ma tutti questi devi mi opprimono solo a pronunciarli. Provo a tirarmene fuori, quando riesco. Cerco continuamente di mediare tra ciò che è mio dovere e ciò che rientra invece nella sfera della volontà. Bisogna conoscersi così bene da stabilire una zona propria che sfugge al controllo della contingenza. Non è facile, ma necessario a restare interi.

È un lavoro continuo e profondo che parte dalla destrutturazione di assunti così interiorizzati da farci credere che il sé individuale sia un prodotto dell’unicità psicologica del singolo, trascurando la sua origine sociale e la contingenza storica e culturale in cui l’individuo fa esperienza. Il sé è un’entità sociale: chi siamo convinti di essere e chi vogliamo diventare non è solo frutto di aspirazioni interiori, ma dipende in larga parte dal contesto che ci circonda e dalle persone con le quali interagiamo. Quotidianamente dobbiamo mediare tra chi siamo e la rappresentazione strategica che vogliamo dare di noi nelle diverse occasioni relazionali e comunicative. Erving Goffman propone, a riguardo, il modello drammaturgico: un approccio microsociologico con cui analizzare gli scambi comunicativi interpersonali. Secondo il sociologo canadese, gli individui recitano continuamente. Le diverse istituzioni sociali, perciò, possono essere analizzate come rappresentazioni teatrali dotate di attori. La vita quotidiana è un gioco di rappresentazioni, nel quale l’identità dell’individuo coincide di volta in volta con le maschere che egli indossa mentre impersonifica ruoli particolari, cercando di creare una percezione pubblica di sé stesso che sia in conformità con i propri desideri. Le persone, per Goffman, vanno continuamente in scena, salgono sui vari palchi e provano a ottenere consensi. L’individuo è libero solo nel retroscena, dove, in assenza del pubblico, può smettere di controllare le impressioni, uscire dal personaggio e tornare a essere sé stesso — se ricorda cosa voglia dire esserlo — per aggiustare e mettere a punto le rappresentazioni che lo porteranno a indossare la prossima maschera, non appena salirà su un nuovo palco.

Marina Abramović e Ulay, MoMA 2010

Che maschera bisogna indossare per performare al meglio? Probabilmente un vestito intonso che non lasci traccia dell’imperfezione. Siamo belli, veloci, realizzati, sicuri, produttivi, fino a che siamo sul palco. Facciamo i conti con la fragilità solo quando le luci si spengono e restiamo scoperti. Nascono qui molte ansie, nell’idea di non doversi mai mostrare fino in fondo per chi si è. È una recita che logora, toglie il sonno e la creatività, fino ad appiattire l’individualità a una massa di persone che fanno cose, le fanno bene, le fanno meglio di qualcun altro che può fregarle in un attimo.

Mi chiedo, di contro, si potrebbe stare al mondo seguendo solo i propri istinti più intimi e scoprendosi a tutti nudi e vulnerabili? Mi pare evidente che sia anacronistico, semmai sia esistito un tempo in cui ciò sia stato possibile, ma non credo. Il segreto per me non è essere libri aperti sempre, con tutti. La strategia serve, le interazioni sociali hanno bisogno di mediazione e devono assumere forme diverse rispetto alla contingenza. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è, a giochi fermi, avere accanto poche persone — anche una mi pare sufficiente — con cui sospendere totalmente la paura del giudizio e vivere liberi, mostrando realmente chi siamo, pregi e difetti, punti di forza e fragilità, desideri e paure. La chiave di tutto sta nel riuscire, una volta tornati nel retroscena, a spogliarci di tutto ciò che è superfluo per guardarci davvero dentro e capire chi siamo, nell’attesa di salire sul prossimo palco, più forti, meno sprovveduti.

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