Fiori di Rovo

Federico Montese
Oct 7 · 12 min read

Che una nuova storia abbia inizio.

Prologo

La fredda raggelante umidità del primo mattino straborda da silenziose pieghe nelle mura diroccate di un vecchio rudere di campagna, aderisce in aloni di fantasma ai vetri rotti delle finestre, e dalle travi di quercia si consuma nel perpetuo stillicidio di memorie appassite, mentre trasuda dagli intoncaci incrostati di sale come da ogni altro frammento di quello che un tempo fu il nido caldo di altre vite.

Un sottile velo di brina riveste la densa coltre di polvere sotto la quale giacciono sepolti le perdute rovine del mobilio e relitti d’oggetti caduti per sempre nell’oblìo. A terra, tra le macerie, pagine sparse e gonfie d’acqua non recano ormai che le ultime tracce di racconti scritti a mano, inesorabilmente svanenti sotto la traduzione ineluttabile di amabile calligrafia — custode eletta di vite trascorse, emozioni vissute e sentimenti attesi — in neri indecifrabili alfabeti di muffa.

E fuori. Nella foschìa. Una figura immobile. Indefinita. Spettrale. Fissa le spoglie mortali di quel sepolcro sommerso da un mare in tempesta di rovi, che a malapena lasciano filtrare la luce plùmbea dell’alba che sopraggiunge.

Siamo fatti della stessa materia di cui s’intessono i sogni,
e i sogni sollevano le palpebre
come i piccoli bambini sotto i ciliegi,
dalla cui corona il suo cammino oro pallido
la luna piena inizia attraverso la grande notte […]
E tre cose sono una: un uomo, un oggetto, un sogno.
— Hugo von Hofmannsthal, Terzine sulla caducità

XIII

Una notte sognai un fiore azzurro.

Al risveglio il ricordo ne era indistinto e innumerevoli volte tentai invano di rammentarne i particolari. Eppure, vivida nella memoria è sempre stata la sensazione di ciò che provai al suo cospetto: mentre ammiravo il suo fascino esotico, sfiorandolo e godendo delle sue inebrianti fragranze, io… io mi sentivo rapito da una pace a lungo desiderata.

Spesi anni nella sua ricerca, costantemente turbato da uno straziante dilemma: era stato soltanto un sogno o esisteva davvero? Una folle fantasia dopotutto, ma in cuor mio sentivo che non era solo un’illusione e che, da qualche parte nel mondo, in un luogo incantato, un fiore azzurro m’attendeva e mi chiamava, sussurando le dolci parole: «non ti scordar di me».

[…] la pendola batteva il suo monotono tempo, alle finestre scricchiolanti gemeva il vento; la stanza era a tratti rischiarata dal lume della luna. Il giovane se ne stava inquieto nel suo giaciglio e ripensava allo straniero e ai suoi racconti. Non son già i tesori che hanno risvegliato in me un così ineffabile desiderio, si diceva; ogni cupidigia m’è aliena: ma io agogno di vedere il fiore azzurro. Esso mi sta di continuo nel cuore, e ad altro non posso pensare. Mai ancora avevo provato qualcosa di simile: è come se avessi sognato, o piuttosto mi fossi addormentato in un altro mondo…— Novalis, Enrico di Ofterdingen

XII

Il fresco del mattino mi sfiora la pelle ancora calda del tepore delle lenzuola, mentre spericolate gocce di rugiada scivolano libere e sinuose sui vetri della finestra appannata. Orchestre dal piumaggio variopinto risuonano tutte intorno e inondano di sinfonie, opere liriche e inni trionfali l’atmosfera intrisa del profumo vaporoso e aromatico del bosco. Giovani raggi d’un vivo sole traspaiono attraverso frondosi labirinti di foresta, in caleiodoscopiche fantasie di luce calda che tutto sommerge.

Me ne stavo disteso nel rifugio contemplando la meraviglia di cui ero testimone e ripensavo a tutto quello che avevo lasciato, chiedendomi se davvero avessi perso qualcosa. Oppure se, al contrario, avessi finalmente trovato quel che in fondo all’anima cercavo da sempre. E non poterono che tornarmi alla mente le parole lette su quel libro: «Me ne andai a vivere nei boschi per succhiare tutto il midollo della vita e non scoprire in punto di morte di non aver vissuto».

Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.— Henry David Thoreau, Walden

XI

Da lassù si vedeva il mare, una distesa sconfinata d’azzurro, blu profondo e riflessi argentei che in lontananza all’orizzonte si confondevano col chiarore indaco del cielo. E in basso, la pianura fertile e generosa, coi sui campi a scacchiera e gli specchi d’acqua lucenti sotto il sole d’oro raggiante. Quella contrada di natura idilliaca, tra le alte colline; il casale circondato dal bosco e da lussuriosi prati; la strada bianca di ghiaia e la grande quercia; tutto apparteneva ad un’altra dimensione.

Mentre il tempo sembrava essersi fermato, nella quiete dei campi e dei sentieri che sussurrano ai cuori, lontano dalla frenesìa del mondo che mi ero lasciato alle spalle, scoprivo finalmente che un’altra vita è possibile.

Nelle azzurre sere d’estate, adrò per i sentieri,
Punzecchiato dai frumenti, a calpestare l’erba tenera:
Trasognato, ne sentirò la frescura ai piedi.
Lascerò al vento bagnare la mia testa nuda.
Non parlerò, né penserò a niente:
Ma l’amore infinito monterà entro la mia anima,
E andrò lontano, ben lontano, come uno zingaro,
Nella Natura, — appagato come con una donna.
— Arthur Rimbaud, Sensazione (traduzione originale dell'autore)
Lascia che la pace della natura entri in te come i raggi del sole penetrano le fronde degli alberi. Lascia che i venti ti soffino dentro la loro freschezza e che i temporali ti carichino della loro energia. Allora le tue preoccupazioni cadranno come foglie d’autunno.

— John Muir, Our National Parks

X

Passeggiavo per le fiorenti vie di quella meravigliosa città. Con passo lento. Alla ricerca di risposte o, forse, di domande migliori. E osservavo timidamente il volto dei passanti, cercando d’indovinare le loro storie.

Voltato l’angolo, mi trovai all’ingresso d’un giardino botanico e decisi d’entrare. Rose, margherite, spezie profumate ed alberi gustosamente mediterranei risvegliarono, ai miei sensi, teneri ricordi sopiti.

Non potevo crederlo, ma erano invero anni che non mi sdraiavo sull’erba, tra il profumo dei fiori, a fantasticare. Così ripensai alla mia di storia. A quei giorni di vita semplice traboccanti di una felicità tropicale; alle dolci giornate di Primavera.

Perché andai via?

IX

Ormai da troppo tempo, al mattino, non ho voglia di levarmi e cominciare un nuovo giorno. Indugio consapevolmente tra le lenzuola ubriache di sonno, chiedendomi con amara apatìa se non fosse stato meglio non svegliarsi affatto. A che scopo alzarmi e vivere, quando ciò che mi prospetta l’avvenire — se non è già dietro l’angolo che m’attende da mezz’ora — è un mondo scontato, fatto d’impegni e orari da rispettare; il treno delle otto e zerosei che arriverà come sempre in ritardo; il caro benzina; le bollette in scadenza sul tavolo della cucina; e la consolazione serale in vuoti aperitivi e interruzioni pubblicitarie?

Ma stamane, tra i vapori narcotici del mio dormiveglia, affamato di vita come chi sta soffocando, un’indomabile risoluzione mi ha strappato dal letto. Ed ora sono dove non avrei potuto essere, a milleseicento metri d’altezza, col cuore che batte ancora forte.

Mai avrei immaginato che un tramonto potesse consistere di così numerose sfumature e riverberi di luce. Il cielo non era più il cielo, ma la tela bianca di un pittore astratto. E proprio sul più bello, quando il rosso giunge alla sua gradazione più intensa, infiamma la troposfera e tinge di rosa le catene montuose, m’accorgo di non essere il solo ad ammirare l’orizzonte.

Ad un passo da me. Una creatura maestosa. Selvaggia. Libera. È fuggita in un baleno — ma appena prima, per un instante, ci siamo guardati negli occhi.

VIII

Ogni giorno, finito di lavorare e dopo pranzo, avevamo il resto del pomeriggio libero. Gli altri scendevano giù in paese a far baldoria, mentre io salivo, incamminandomi verso il monte. Esploravo i suoi versanti, passeggiavo, mi soffermavo sui dettagli e scoprivo piccoli tesori.

Mi piaceva trascorrere il mio tempo lì, sommerso dal bosco. Le correnti d’aria fanno danzare i giovani tronchi ancora sottili col ritmico cigolìo dei portentosi vascelli in legno che un tempo solcavano i mari del Sud. Aliti di vento, messaggeri alati d’aromi balsamici di foglie e corteccia, attraversano fronde fruscianti e carezzano il viso. E d’inebriante muschio pervade l’aria il calore che dalla terra evapora.

Tutto è Silenzio e tutto è Vita. Puoi finalmente sentirti al sicuro, lontano da un mondo isterico che non crede più nella magia, nascosto dalla fitta selva di quiete e incantesimi che protettiva si chiude in cerchio su di te.

Lì, nel cuore di quelle foreste, lontano da tutto quello che conosci, da tutto quello che ti è stato insegnato — a scuola, o dai libri, o dalle canzoni, o dalla poesia — trovi la pace; l’affinità; l’armonia; finanche la sicurezza. — Instinct (1999), di Jon Turteltaub, con Anthony Hopkins, Cuba Gooding Jr.
Serenamente contemplava la corrente del fiume; mai un’acqua gli era tanto piaciuta come questa, mai aveva sentito così forti e così belli la voce e il significato dell’acqua che passa. Gli pareva che il fiume avesse qualcosa di speciale da dirgli, qualcosa ch’egli non sapeva ancora, qualcosa che aspettava proprio lui.— Hermann Hesse, Siddhartha

VII

Di arcane creature celate nell’ombra percepisco gli sguardi, mentre mi faccio strada nel cuore profondo di una selva oscura, della cui volta gotica la luce del giorno non penetra le maglie. Avanzo nella tenebra opalescente seguendo il fragore assordante delle onde che s’infrangono con paurosa violenza sulla scogliera. È un canto di sirena, offusca ogni pericolo e mi sprona verso luoghi ove più nessuno sguardo umano s’è posato, verso misteri che ancora devono suscitare il loro fascino o orrore. L’ignoto mi terrorizza e mi attrae.

Perché ho il desiderio morboso di attraversare foreste vergini e montagne inesplorate? Perché cerco il fiume? E le sorgenti? Perché sento il bisogno primordiale di avvicinarmi al bordo del precipizio e guardare giù? Sono arrivato alla scogliera. L’aspra rocciosa falesia precipita vertiginosamente nel baratro e tutta trema per la furia del titanico scontro fra Terra e Mare. Terrorizzato faccio un passo avanti, chiudo gli occhi, respiro profondamente e… mi sporgo sull’abisso.

L’Eternità si racchiude in un istante. Emozione pura. Sentimento infinito. Sommergono ogni cosa.

Le montagne sono le grandi cattedrali della Terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle.

— John Ruskin, The Mountain Glory
Sui monti le foreste ondeggeranno,
ondeggeranno al sol l’erbe lucenti,
le ricchezze a cascate scenderanno
e i fiumi diverranno ori splendenti.
I ruscelli felici scorreranno,
i laghi brilleran nella campagna
e dolori e tristezza svaniranno
al ritorno del Re della Montagna.
— J.R.R. Tolkien, Lo Hobbit

VI

Conosco un luogo, lontano da tutto, protetto dalle montagne, nel cuore di una foresta, dove so per certo che ora — proprio adesso — regna una pace senza tempo.

Ma ne ho un ricordo molto vago. Lo trovai quando ancora rincorrevo sogni da fanciullo, per caso, vagando per vaste praterie senza scopo, quasi perdendomi nell’atto di seguire, senza ragione alcuna, farfalle e nuvole. Ma sono cresciuto, diventando adulto, ed ora sono troppo stanco per correre senza profitto, la testa mi duole e forse non so più nemmeno come si fa.

Eppure, vorrei tanto ritrovare quella spontanea leggerezza dell’animo, per scoprirmi ancora una volta nell’angolo segreto che soltanto io conosco, dove la Natura mi fece dono del suo misterioso incanto, immergendomi nell’alone sacro della luce del giorno filtrata dalle fronde degli alberi, che illumina una radura nel bosco, al centro, proprio al centro, dell’Universo.

V

Lavoravamo nei campi già da molte ore — fin dall’alba — e la stanchezza si faceva sentire, mi dolevano le braccia e la schiena, l’aria afosa era opprimente e mancava ancora molto a finire. Ma ormai lo vedevo da mesi, era sotto i miei occhi ogni giorno, chiaro e definito come il disco dorato del mezzodì: c’è un tempo per seminare e un tempo per raccogliere; uno per durar fatica e uno per ristorarsi. Accadeva di dover sgobbare sotto il sole cocente o al freddo vento di tramontana, ma poi si rincasava tutti insieme nel tepore del camino o al fresco della veranda, lieti di rallegrarci davanti a tavole imbandite di gioie e buona compagnia.

Nonostante le cose non fossero sempre quelle desiderate, eravamo felici, perché sentivamo che tutto nei nostri giorni scorreva come scorrono le stagioni ed eravamo per questo in pace, ché ad ogni temporale sarebbe sempre seguita una schiarita.

IV

Era notte fonda, l’insonnia persisteva e tentavo di fare ordine ai miei pensieri. I ricordi scorrevano insieme alle fotografie come lampi in una bufera silenziosa. Mi accorgevo di quanto quella vita di campagna, semplice e spensierata, mi mancasse — e quale nostalgia avessi delle piccole cose: le visite al modesto orto che sembravano le visite a un amico; preparare il forno a legna per il pane fatto in casa; le briciole sul tavolo della cucina la mattina a colazione; le merende gustate su una tovaglia posata sull’erba; pulire le arnie all’ombra del grande albero d’Acacia; le corse nei prati e le passeggiate profumate della pioggia appena caduta.

La malinconìa di tanto in tanto m’assaliva come una tempesta e m’impediva di fare sonni tranquilli. Ma non faceva altro che ricordarmi, come un’amica premurosa, che quando avessi voluto, avrei potuto ridare gioia ai miei giorni.

III

Questo viaggio è ormai giunto al termine. E sulla via del ritorno, il bianco stradello di campagna, nel silenzio estivo interrotto solo dal canto delle cicale — che lo rendono ancora più intenso — non posso trattenere le mie lacrime.

Non rivedrò mai più questi Campi Elisi, nei quali avevo ritrovato la serenità, né le fronde luminose dell’arboreto che ondeggiano al soffio di Scirocco, mentre la sabbia di sogni ad occhi aperti si raccoglie tra le rughe della pelle di vite che s’amano senza incertezze.

Si alza il vento. Una brezza improvvisa mi accarezza il viso umido e mi fa chiudere gli occhi, le lacrime si perdono nel turbine d’aria e io non voglio continuare. Ma quando riapro lo sguardo, migliaia di fragili fiorellini volteggiano intorno a me. Lì, mentre tutto sta finendo.

E capisco. Niente finisce mai davvero. E nel viaggio infinito, come già è accaduto, così accadrà ancora — e ancora — alle cose che si amano, di ritrovarsi insieme, perché come si può dire dove finisce l’una e inizia l’altra?

Riconosci il ritmo della vita.— Archiloco, Apostrofe al cuore
Panta Rei. Tutto scorre.— attribuito a Eraclito

Epilogo

L’alba ha raggiunto il suo culmine miracoloso e sotto la calda luce dei primi raggi del sole invitto la nebbia si dissolve, le ombre si ritirano e la gelida malinconìa allenta la sua morsa sul rudere abbandonato. Dove tutto appariva rivestito d’un grigio pallore d’oblìo, vibranti colori si fanno strada sulla superficie sensibile delle cose.

Quel che sembrava un arido sepolcro si scopre essere un’oasi nascosta, custodita e protetta dai rovi in fiore, e in attesa d’ospitare ancora una volta la vita.

Un sorriso si dipinge sul volto dello spettrale visitatore, mentre con un palpito di tenerezza ripensa a quei racconti — che forse ha scritto o forse… ha letto — e con il cuore tremante d’emozione si fa strada nell’erba alta.

Che una nuova storia abbia inizio.

[…] cantavano come non sanno
cantare che i sogni nel cuore,
che cantano forte e non fanno
rumore.
— Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio

Scritto e illustrato da Federico Montese

federicomontese

Aspirante… scrittore e artista grafico.

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Aspirante… scrittore e artista grafico. www.federicomontese.it

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