🇮🇹7🔻Sorveglianza Massiva, È Possibile Combatterla? Si (Forse) Con DLT

Analisi Sulle Proposte di Opposizione al ‘Capitalismo della Sorveglianza’ e il Ruolo della Distributed Ledger Technology

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By Christophe Jacrot, thanks.

Premessa e Stato dell’Arte

Prendo a prestito il termine coniato nel 2018 da Shoshana Zuboff, ‘Capitalismo della Sorveglianza’ (da adesso in poi CDS), per descrivere la condizione per cui, secondo la definizione che essa fornisce, siamo in presenza di:

  • un nuovo ordine economico che sfrutta l’esperienza umana come materia prima per pratiche commerciali ‘ di estrazione, previsione e vendita;
  • una logica economica nella quale la produzione di beni e servizi è subordinata a una nuova architettura globale per il cambiamento dei comportamenti;
  • lo scenario alla base dell’economia della sorveglianza.

Zuboff nella sua definizione inserisce altri 5 punti che esplicitano il concetto: a mio avviso essi sono conseguenze prospettiche del CDS e non articolazioni dell’ ‘How it work’, per cui li affronterò successivamente.

Le due parole inserite tra virgolette invece sono aggettivi, soggettivamente inseriti da Zuboff: penso che in ottica oggettiva ‘competitive’ e ‘competitiva’ siano più appropriati.

Parallelamente non bisogna scordarsi della ‘sorveglianza massiva’ esercitata dai governi per i loro propri fini istituzionali, attraverso i servizi di intelligence. Faccio rientrare anche essa nel CDS per i motivi già esplicitati in precedenti post e cioè, sommariamente, perché è impossibile svolgere attività di intelligence finalizzata alla sicurezza nazionale senza avvalersi e delegare gran parte delle funzioni tecnologiche (e relativi budget) a contractor privati, essi stessi attori del CDS. Le due attività sono indissolubilmente connesse: data la natura tecnologica delle interazioni socio-economiche in essere, senza gli attori del CDS a supporto le intelligence istituzionali non potrebbero fare il loro lavoro. Se politicamente gli è imposto di essere efficienti la sola via per raggiungere la mission è quella della commistione (diversamente articolata), come quella attualmente in essere.

Infine, in questo ambito l’etica non ha un posto. A livello privato essa ha rilevanza individuale: ogni attore del CDS valuta, secondo la propria convenienza (i propri pesi), se e come darvi valore. A livello pubblico è un problema politico, e anche in questo caso ogni decisore, in base alla propria convenienza, agisce di conseguenza.

L’ovvietà è la solita: la tecnologia è neutra e la sua eticità dipende da come la si impiega. Le metodologie d’uso attuali hanno condotto al CDS che, per essere arginato, necessita di framework di opposizione efficaci ed efficienti per preservare i diritti (digitali) individuali.

La Soluzione delle Policy Governative

Parafrasando Edward Luttwak, il frame della regolamentazione in generale è in ritardo di 15 anni sulla tecnologia: non è esattamente così, perché la differenziazione settoriale è notevole, ma in linea di massima l’asserzione si può prendere mediamente come vera.

I motivi sono noti, e le conseguenze della digitalizzazine su etica e norma le ha spiegate Lawrence Lessig ormai 20 anni fa: i risultati sono sotto gli occhi di tutti con la continua rincorsa che normative del tipo CCAP e GDPR (per non parlare di quelle sulla cryptoeconomy) devono sostenere per (pensare) di riuscire a essere in linea temporale con la tecnologia.

Quindi è inutile sperare nel legislatore: non è in grado, e lo sarà sempre meno, di sopperire alle conseguenze de CDS. Inoltre il politico ha la coperta corta se vuole essere rieletto: se da un lato deve ottemperare alle eventuali richieste dell’opinione pubblica in tema di digital-right, dall’altra il medesimo richiedente pretende sicurezza; inoltre, sotto altro aspetto, la burocrazia deve essere provvista di poteri tecnologici per poter svolgere il proprio servizio verso il cittadino e, si sono considerati prima, i motivi per cui invece le sicurezze nazionali non possono fare a meno di essere parte del CDS.

La Soluzione del Mercato

Luttwak risolve tutto come sempre, augurandosi l’affidamento al libero mercato che si dovrebbe autoregolare (leggi: ti rubo i dati e i comportamenti, lo vieni a sapere e non compri più il servizio, mi adeguo per non chiudere) ma, in questo caso, c’è un problema e cioè i 15 anni. Anche supponendo che l’individuo accorto in termini di digital-right (o le organizzazioni a cui esso fa riferimento per la loro tutela) sia più proattivo del legislatore, in termini di resilienza, verso il progredire del CDS (facciamo 5 anni?) comunque il tempo di asimmetria è alto.

Nel tempo di asimmetria non solo gli attori del CDS fanno profitti a scapito dell’individuo, e in una maniera per cui l’individuo non è conscio di essere ‘il prodotto’, ma anche progrediscono in un continuum, sia tecnologico che di lobby, finalizzato a contrastare la resilienza stessa dei digital-rights e, successivamente, delle leggi. La competitività di mercato quindi si trasforma in ‘competitività canaglia’, o ‘capitalismo canaglia’ come da definizione di Zuboff.

Quindi anche credendo nell’utopia che le regole di mercato sanino tutto in questo caso la speranza è vana. L’asimmetria non potrà mai essere colmata per la sua stessa natura, e cioè per la tipologia di vantaggio competitivo che in fase definitoria ha portato Zuboff (come si diceva prima e con la sua visione del mondo) a completare con gli altri 5 punti la definizione del CDS:

  • una mutazione pirata del capitalismo caratterizzata da concentrazioni di ricchezza, conoscenza e potere senza precedenti nella storia dell’umanità;
  • un’importante minaccia per la natura umana nel Ventunesimo secolo, proprio come il capitalismo industriale lo era per la natura nei secoli Diciannovesimo e Ventesimo;
  • l’origine di un nuovo potere strumentalizzante che impone il proprio dominio sulla società e sfida la democrazia dei mercati;
  • un movimento che cerca di imporre un nuovo ordine collettivo basato sulla sicurezza assoluta;
  • un’espropriazione dei diritti umani fondamentali che proviene dall’alto: la sovversione della sovranità del popolo.

La Soluzione dell’Attivismo

L’attivismo digitale ha ormai 30 anni, è meritevole ma fino ad ora è servito a molto poco. David Assange, Edward Snowden, Chelsea Manning, James E. Cartwright, Anonymus (per fare i nomi dei più noti e, con riguardo l’ultimo, quando operava in tal senso) hanno fatto la differenza e sono serviti con i loro ‘leaks’ a scoperchiare il vaso di Pandora: l’attivismo no. È vero che se lo si confronta con altre forme paragonabili, per esempio quello ambientale che risale ai primi anni ’70 del novecento, molto probabilmente sconta ancora in giovinezza. È vero anche che, rispetto ad ambiente e diritti civili non digitali, l’immaterialità del tema e il suo alto grado di tecnicismo la rendano ostica nell’essere percepita come soppruso. La sensazione è però che, oltre di maturazione storica, manchi soprattutto di capacità di coinvolgimento sociale: essa è data in aumento, almeno nei paesi più sensibili, però langue se confrontata con cosa c’è in gioco e cosa, soprattutto, potrà esserci.

Sotto altro aspetto l’attivismo digitale interviene sempre quando i buoi sono scappati, con proposte o suggerimenti tecnologici che, nelle migliori delle ipotesi, sono da retrodatare di almeno 5 anni rispetto alla realtà fattuale all’attivismo stesso ignota.

Il lato della tecnologia è sempre il peggiore, a dimostrazione della fattura ancora grezza del movimento: la miriade dei tool proposti, con fini di protezione individuale sono, nella maggior parte dei casi, superati, e/o artigianali e mal funzionanti, e/o di difficile gestione per l’utente medio e/o determinano nell’utente una privazione di servizi essenziali (per le contro-misure adottate da coloro verso cui sono indirizzati) da rendere irritante il loro uso.

Si ripropone il tema dell’asimmetria che però in questo caso dovrebbe essere affrontata in maniera proattiva, offensivamente, e non subita: prendere come modelli le azioni di sensibilizzazione mediatica ambentale di, per esempio, Green Peace nella seconda metà del novecento potrebbe essere una via che nessuno però sembra (voler) percorrere. Quello che sembra, ed è, è l’esistenza di organizzazioni con un ruolo definito nell’establishment, che svolgono il loro compitino specifico secondo e seguendo regole stabilite da altri. Come si diceva, comunque meritevoli ma inefficaci per la comunità e per il singolo, a parte appunto i ‘leaks’ su cui però si può fare affidamento occasionalmente e con il solo fine informativo.

La Soluzione Zuboff

Tanto le analisi di Zuboff sono servite a portare alla luce, diffondere e strutturare le problematiche quanto la soluzione da lei suggerita lascia smarriti.

Per sommi capi ella propone l’addomesticamento del CDS attraverso forme di azione collettiva, assistite e supportate da regolatori (ed etici) tecnologicamente ‘illuminati’ (proattivi) che, a loro volta, si auspica abbiano riscontro in leader aziendali altrettanto ‘illuminati’.

Ora, primo, si è visto che le forme di azione collettiva per adesso latitano nei risultati: chi dovrebbero essere gli illuminati proattivi, in un’oblio ormai trentennale durante il quale personaggi del genere se ne sono visti pochi (e i pochi sono anche finiti in prigione)? Secondo, dove si possono trovare i leader aziendali illuminati che riscontrino l’addomesticamento? Zuboff cita come esempio Tim Cook, motivandone la scelta con l’atteggiamento che Apple ha nei confronti della privacy dei suoi clienti. La scelta appare un po’ ardua da sostenere, considerando che quando c’è stato da scegliere tra profitto e protezione dei clienti, in Cina, Tim Cook non ha avuto dubbi da che parte schierarsi; inoltre se possiamo credere in una protezione verso l’esterno dell’ecosistema Apple (evidentemente dove questo non collide troppo con il profitto) niente viene detto con riguardo la privacy dei clienti all’interno dell’ecosistema stesso, come le problematiche di Siri (appunto evidenziate a opera di ‘leaks’) stanno a dimostrare.

Supponendo per assurdo che A) un extraterrestre del pianeta XYY cada sulla terra e si prenda la briga di ricoprire il ruolo di capo popolo illuminato e proattivo; B) Jeff Bezos, improvvisamente folgorato sulla via di Damasco, si metta a predicare il rispetto dei digital-right, diventandone il paladino; in tutti i casi come la mettiamo con le necessità imposte alle intelligence istituzionali? Questi, progressivamente, smettono di fare il loro lavoro?

Scenario si presenta irrealizzabile sia per assenza, potenziale ad oggi, di attori attivi che di adattamento ad una realtà fattibile.

Soluzione ‘Smantelliamo i Monopoli’!

Questo è il punto di vista che emerge da un interessante e recente articolo di Cory Doctorow. Egli in sintesi fa il seguente ragionamento: alla crisi economica degli anni ’30 dello scorso secolo ne conseguì, come misura per evitare che il problema si ripetesse in USA come in altri paesi (tra cui l’Italia con la Legge Bancaria del ‘36), lo smembramento dei monopoli finanziari. Questo portò ad attori specializzati per attività e controllati, nelle loro connessioni, da una disciplina antitrust: la questione durò (e funzionò) negli USA fino all’era di Ronald Regan il quale, a sua volta, diede inizio allo smantellamento progressivo della disciplina antitrust, seguendo le proprie convinzioni di politica economica e industriale.

Doctorow afferma che essendo i Big One i principali attori del CDS la strada da seguire sia quella intrapresa nella seconda metà degli anni ’30. Il ragionamento teorico non è privo di logica: se l’algoritmo di Google gestisce le ricerche secondo i miei comportamenti e la medesima azienda analizza i medesimi (attraverso i dati in suo possesso, quelli degli inserzionisti e quelli comprati da terzi) per profilarmi siamo in presenza di un’aberrazione. Essa potrebbe avere soluzione nell’obbligare Google ad un frazionamento funzionale per unità indipendenti: ma i ‘se’ sono molti.

Anzitutto tutte le azioni in questo senso intraprese dalle agenzie europee (e non) hanno avuto nella configurazione globale dei Big One per ora conseguenze nulle. Poi, non siamo più negli anni ‘80: attualmente la tecnologia e il suo abbinamento con le articolazioni off-shore permettono aggiramenti normativi per cui gli antitrust necessiterebbero di poteri investigativi, tecnici e non, con una pervasività attualmente impensabile a livello policy e di ‘politically corrected’. Infine, il potere dei monopoli per la sua natura digitale è oggi molto più penetrante, invasivo, subdolo, esteso e compenetrato nel sociale quotidiano rispetto a quello finanziario degli anni ’30; il potere economico degli attuali monopolisti, sia singolare che combinato (come prevedibilmente si presenterebbe in caso di un’azione di smantellamento), è superiore a quello di molti stati che, in caso di ricatto, dovrebbero capitolare per non essere paralizzati. In quest’ottica si lasci perdere momentaneamente il rapporto capitalizzazione/PIL e si pensi ai ruoli, funzionali, che Amazon ha assunto nella distribuzione durante i lockdown pandemici o Facebook e Google hanno ricoperto riguardo i rapporti sociali remoti nel medesimo periodo.

La soluzione di scenario prospettata da Doctorow quindi in linea teorica ha una sua logica ma è di difficile attuazione e non affronta il problema delle necessità legate alle sicurezze nazionali.

Soluzione DLT

Trattando questo contesto si ritorna alla tecnica. L’abbinamento delle soluzioni blockchain, smart-contract, AI, nelle loro infinite articolazioni e interazioni, permettono già da ora tre cose basilari nei confronti del CDS: poter prevedere forme di ‘data-dividend’ automatiche, e cioè entrate per l’utente derivanti dall’utilizzo dei dati personali; patti contrattuali definiti a monte ad esecuzione automatica, derivanti dall’accettazione delle parti delle condizioni; registri dell’eseguito non modificabili a valle, e cioè estrema difficoltà di manomissione postuma dell’attività svolta.

Queste tre caratteristiche non sono da sottovalutare nella loro importanza fattuale:

  • possono essere applicate assieme e disgiunte, dando luogo a combinazione di soluzioni nei prodotti che su di esse sono sviluppati;
  • sono presenti in soluzioni in essere sul mercato, non sono ipotesi o speranze;
  • costituiscono una delle basi dei think-thank tecno-sociali che stanno sviluppando, a livello internazionale, il macro-protocollo WEB 3.0 (contenente processi tecnologici e tecnologie di diversa natura), quindi hanno valenza e validazione tecnologica di prodotto verificabile.

Si ritorna di conseguenza al pensiero espresso da Luttwak, modificandolo nel senso che, in questo caso, il mercato attraverso l’innovazione tecnologica innesca un’azione down-up tecnico (e non di opinione) nei confronti dei comportamenti concludenti che hanno dato origine alla sorveglianza massiva e al CDS. Anche in questo caso i ‘se’ e i ‘ma’ sussistono e possiedono un peso rilevante nella valutazione complessiva.

Se tecnologia e prodotti, si è detto, esistono e sono pronti all’uso non è detto che siano massivamente usabili, quindi utili al fine. Attualmente DLT, come resto delle componenti del WEB 3.0 è agli albori quindi soffre, come tutte le nicchie, di mancanze basiche specifiche:

  • interoperabilità interna: è sviluppato su protocolli diversi che devono ancora trovare un comune denominatore colloquiale tra loro. Non è importante avere una dApp che accetti tutti i diversi protocolli, come adesso succede, è importante sviluppare un protocollo che accetti tutte le diverse dApp (e le loro blockchain di riferimento);
  • interoperabilità esterna: i ponti con il WEB 2.0/1.0 sono limitati e farraginosi e manca il punto di contatto con lo cyberspace esistente e su cui le persone interagiscono nel quotidiano;
  • non è user-friendly: le interfacce di utilizzo sono per ora sviluppate da una nicchia di tecnici per una nicchia di utilizzatori tecnici (il più delle volte sono componenti della medesima tribù che ricopre ruoli diversi). Se l’obiettivo è combattere la sorveglianza di massa la grammatica deve essere comprensibile, appunto, alla massa;
  • non ci sono dati e data-set dentro le blockchain per estendere il DLT (e lo sviloppo WEB 3.0 connesso) oltre l’aspetto che funge ora da main-drive, e cioè il finanziario;

per cui due conseguenze:

  • il grosso degli investimenti e delle fatiche di sviluppo si riversa su prodotti di natura finanziaria, essendo quelli a remunerazione maggiore;
  • non c’è consapevolezza, né nell’individuo né in chi lo dovrebbe rappresentare (politicamente e nell’attivismo), circa la potenzialità dello strumento per l’obiettivo di cui si sta scrivendo.

Ripeto che la tecnologia di riferimento è giovane (10 anni nella sua versione di genesi, molto meno in ottica applicativa generale) e deve maturare in tutti i sensi: tuttavia Gartner, nella recente annuale revisione dell’Hyper Cycle, pone l’ ‘Algorithmic Trust’ tra i 5 mega-trend. Pertanto sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire l’occasione perché, alla fine della fiera, è il DLT abbinato a WEB 3.0 nella sua interezza che può dare una svolta alla questione se raffrontato con le altre soluzioni prospettate.

Esso è un dato di fatto, e non un utopia; non deve inseguire nessuno: WEB 3.0, oltre DLT con le sue sotto-componenti, è composto da innovazioni che hanno tutti le caratteristiche di cambio di paradigma nel loro settore. Saranno casomai coloro che lo subiscono come disruption a dover inseguire, e non il contrario; non deve fare i conti con la speranza nel fato e/o nella disponibilità altrui; non deve ingaggiare battaglie a lungo termine di cui non si intravedono i risultati.

Gli esempi funzionanti già esistono (solo a titolo rappresentativo, nell’ambito dell’identità digitale, dei social network, dei dati catastali, della sanità, del texting…): semplicemente, e a livello sistematico, il fenomeno deve manifestarsi in modi e maniere che siano utili allo scopo, cosicché chi progetta in tal senso sia invogliato, perché ne ha un ritorno, e chi ne dovrebbe veicolarne l’utilizzo e usufruire primo sia conscio dell’esistenza e, secondo, accompagnato e facilitato all’uso.

Anche il problema della sicurezza nazionale potrebbe venir superato: in linea teorica le accezioni normative di privacy sulla pervasività dei diversi servizi di intelligence e di polizia sono termini contrattuali (del contratto sociale cittadino-stato) automatizzabili secondo la logica if-then, propria degli smart-contract. In Estonia questo succede così come il framework progettuale di DCEP, la CBDC cinese, prevede soluzioni in tale senso: queste sono realtà e non bizzarre utopie o speranze.

Le CBDC saranno un potente impulso di utilizzo e diffusione e costituiranno solide piattaforme di prova e di sviluppo. Esse non sono progettate e finalizzate all’acquisto e all’arbitraggio di token speculativi o di NFT e neppure per essere utilizzati da una piccola nicchia di specialisti: il loro scopo è intervenire, con la pervasività del contante, nella la vita di tutti i giorni delle persone, quindi anche per regolare automaticamente i piccoli e grandi contratti che definiscono la quotidianità di ognuno.

Stiamo a vedere, fiduciosi.

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