Contro i petextrian

Urban Dictionary è una fonte inesauribile di definizioni che descrivono perfettamente i diversi aspetti della nostra vita quotidiana — in particolare quella delle generazioni più giovani e dei cosiddetti Millennials — meglio di qualunque manuale di sociologia.

Per chi non lo conoscesse, si tratta di un dizionario online dedicato ai neologismi e allo slang in lingua inglese. Lanciato da Aaron Peckham, contiene ormai circa 5 milioni di entrate, aggiunte — come una piccola Wikipedia del linguaggio — da un esercito di volontari.

Un‘area semantica particolarmente ricca è, prevedibilmente, quella legata ai social media e alla tecnologia, e ai comportamenti a essi connessi. Ecco che, tra le pagine virtuali del vocabolario più street che ci sia, emerge una figura che chiunque ha incarnato, almeno una volta nella vita: il/la petextrian.

Petextrian: n. One who texts while walking, usually unaware of their surroundings. Il successo contemporaneo, da un lato, di Facebook & co e, dall’altro, degli smartphone, ha creato questa nuova figura urbana, ormi avvistabile whenever e wherever nelle società occidentali (o occidentalizzate).

“Most people use social media not to open their horizons wider, but to lock themselves in a comfort zone”. Parole di Zygmunt Bauman, uno dei filosofi e sociologi più famosi del mondo e padre della “società liquida” (che teorizza l’assenza di qualunque riferimento solido per l’uomo di oggi). Un’affermazione confermata, plasticamente, da tutti coloro che continuano a chattare e mandare messaggi anche mentre camminano per strada, spesso ignari di ciò che avviene loro intorno. Scene simili, è vero, a quanto avveniva già da decenni con i quotidiani cartacei, ma solo apparentemente.

Qui entra in gioco, infatti, il concetto di comunità. Secondo lo studioso polacco, l’identità personale non è più uno status di cui si è forniti sin dalla nascita — come avveniva prima — ma un obiettivo da raggiungere nel corso della propria vita. Una continua opera di personal branding, insomma. Grazie all’uso costante dei social media, i singoli individui hanno ormai l’esigenza di costruirsi una propria community (non è un caso che questo sia il termine usato per descrivere gruppi di utenti di Internet che si scambiano messaggi e partecipano a discussioni su argomenti di comune interesse).

Ma una comunità non può essere creata: o la si possiede oppure no; quella che nasce sui social media è, invece, una rete. La differenza? Una persona può far parte di una comunità, ma è una rete che fa parte di una persona. Il grado di controllo, nella seconda, è molto maggiore che nella prima. Aggiungere e rimuovere “amici” è un’attività rassicurante nel breve termine, ma emotivamente povera nel lungo: svuota i rapporti di qualsiasi valore, creando tanti piccoli nuclei isolati. Con l’effetto collaterale, socialmente distruttivo, di svuotare le piazze e le strade: i luoghi del vero confronto.

Non è il Web, nella sua versione mobile, ad essere deterministicamente fautore di queste tendenze. Ma il suo uso da pedextrian. Al di là delle questioni legate alla sicurezza, c’è un tema relativo alla conoscenza degli ambienti urbani in cui viviamo: soprattutto nei grandi centri, la diffusione dei mezzi pubblici — che fortunatamente permettono di delegare a entità collettive gli spostamenti quotidiani su brevi e lunghe distanze — facilita, in modo quasi direttamente proporzionale, la separazione cognitiva tra il cittadino/viaggiatore e la topografia cittadina.

Progetti come Venetian floors, di Sebastian Erras, servono anche a colmare questo gap. Il fotografo tedesco ha passeggiato per la città lagunare catturando i suoi pavimenti più belli, consapevole che si tratta di un elemento del cosiddetto arredo urbano a cui normalmente non si presta attenzione. Un modo di valorizzare i social media, attraverso un’operazione di riappropriamento dei luoghi quotidiani pieni di ricchezza. Per farlo, però, è necessario abbandonare l’isolamento causato dalle nuove tecnologie per rientrare nella dimensione imminente, nell’hic et nunc della propria vita.

Non si tratta di una semplice azione fisica, ma di un vero e proprio cambio di paradigma, non facile da intraprendere soprattutto per i diginatives. Utilizzare gli strumenti che si hanno sempre a portata di mano non come filtro nei confronti della realtà, ma:

  1. come prolungamento dei sensi già in possesso degli esseri umani;
  2. come mezzi per raccontare, a se stessi e agli altri, quanto vissuto;
  3. come piattaforma di condivisione reale delle proprie esperienze.