Perché la Filter Bubble è (anche) colpa tua

Filippo Marano
Dec 9, 2016 · 4 min read

Che ruolo svolgono i social media nell’orientare le scelte politiche dei cittadini?

Gli ultimi grandi eventi elettorali — la Brexit, l’elezione di Trump alla Casa Bianca, il referendum costituzionale in Italia — hanno portato grande attenzione su questo tema.

L’evoluzione, in particolare, di Facebook, che è ormai diventata la principale fonte di informazione per un numero sempre crescente di utenti (il 35,5% degli italiani), porta a interrogarsi su una tendenza evidente: la sua capacità di creare veri e propri ghetti, incapaci di interagire con il resto del Web, e soprattutto incapaci di interpretare il mondo là fuori secondo schemi non derivanti direttamente dal proprio News Feed personale.

Non è un segreto che per moltissime persone, appartenenti tanto alle giovani quanto alle vecchie generazioni, l’azienda di Mark Zuckerberg rappresenta ormai un sinonimo di Internet. La sua architettura — che tende a cannibalizzare gradualmente tutto ciò che vive e prospera sul web — ha evidentemente contribuito a questa stortura, ma non è possibile attribuire all’aspetto tecnologico il 100% della responsabilità.

La cosiddetta Filter Bubble (“la bolla dei filtri”, ndr) — ovvero il bozzolo dentro cui, per lo più involontariamente, molti (e)lettori si chiudono, delegando agli algoritmi che reggono i social media la decisione sui contenuti che riceveranno — è una conseguenza anche del modo in cui gli utenti stessi utilizzano il web. Un problema legato a doppio filo con quello della disinformazione o, per usare un termine che sta prendendo sempre più piede, della post-truth: un’epoca — quella attuale — in cui le opinioni, soprattutto quelle dei politici, contano più dei fatti, in particolare se vengono urlate. Il fact checking si sgretola sotto i colpi del consenso a tutti i costi. (Può sembrare incredibile, ma la situazione è degenerata tal punto che, per esempio, ci sono numerose persone che non riescono nemmeno a distinguere la pagina fake di Renzo Mattei da quella ufficiale dell’ormai ex premier italiano, e che quindi prendono i post della prima come veri).

Recentemente, gli appelli a Facebook affinché faccia qualcosa per contrastare questa deriva si sono moltiplicati. Secondo Walt Mossberg, editorialista di The Verge, ad esempio, “Facebook has the financial, technical, and human resources to ferret out and totally block almost all fake news and hate speech, both of which it says it wants gone from its service.” Anche Barack Obama ha affrontato la questione, sottolineando i pericoli dello status quo, se nulla dovesse cambiare (in Italia, una delle figure politiche più attive in questo senso è Laura Boldrini, Presidente della Camera dei Deputati).

Un determinismo tecnologico che si scontra con uno dei principi che hanno maggiormente informato la società occidentale, soprattutto a partire dalla Riforma Protestante: il libero arbitrio. Chi scrive è fortemente convinto che i media digitali, in quanto — appunto — media, siano (non un fine ma) uno strumento che, in mano ai suoi utilizzatori, ne asseconda gli usi e le gratificazioni (per citare una delle teorie più famose della Communication Research, nata già negli anni ’50), così come facevano già i media analogici. È difficile, dunque, affermare che un determinato atteggiamento da parte di una grande parte della popolazione — ad esempio, votare con la pancia — sia dovuto allo strumento in sé.

Come approfondito da Public Opinion Quarterly, benché la produzione e la distribuzione a basso costo di articoli sulla Rete abbia incrementato, potenzialmente, l’esposizione mediatica a diversi punti di vista, esiste — ed è ben tangibile — un diffuso atteggiamento di chiusura nei confronti delle opinioni divergenti. Secondo alcune ricerche pubblicate sul numero del 2016, intitolato Filter Bubbles, Echo Chambers, and Online News Consumption, l’uso dei motori di ricerca e del cosiddetto Web 2.0 ha portato a due fenomeni significativi:

  • l’aumento della distanza media tra le posizioni politiche dei cittadini;
  • la riduzione del numero di notizie che vengono effettivamente lette, in quanto in molti casi l’audience si limita a visitare le homepage delle testate di riferimento (magari condividendone gli articoli compulsivamente).

[Il Sole24Ore ha pubblicato una lista delle notizie e delle bufale sul referendum che sono circolate di più]

Cosa particolarmente utile ai fini del presente discorso, le azioni che le persone svolgono on line creano un vero e proprio contesto [dal lat. contextus -us, «connessione, nesso»] entro cui esse si muovono quotidianamente. Una, in particolare: la predisposizione a evitare i conflitti, rinchiudendosi in cerchie di cui fanno parte i contatti più simili a se stessi e praticando una sorta di auto-censura che spinge a buttarla sempre in vacca, attraverso il ricorso alla facile ironia, ai meme e agli stereotipi.

Ipotizzando uno scenario in cui l’aspetto tecnologico venisse improvvisamente incontro alle esigenze della democrazia partecipativa, l’educazione all’utilizzo di queste piattaforme sarebbe comunque imprescindibile. Come il sottoscritto ha sostenuto altrove, è probabilmente giunto il momento di insegnare Facebook a scuola.

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    Filippo Marano

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    Sìculo™. Scientific Communicator, Brand Manager at @imille, @acmilan supporter, feminist. Odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

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