Sono pigro e preferisco l’analogico

Laguna Blu, Islanda, Agosto 2014 — scansione da stampa ai sali d’argento su carta baritata

Questo titolo può sembrare paradossale: perché secondo la vulgata comune digitalista, “analogico” fa rima con “sbattimento”. Altro che pigrizia.

Eppure…

Trovo che il bianco e nero digitale consenta grandi possibilità. Non voglio affatto sminuirlo e può non piacermi, ma le potenzialità sono notevoli.

Il problema per me, è che sono troppe.

Ci ho provato, eh… a suo tempo ci ho provato. Ma la mia pigrizia mentale tende a portarmi verso attività semplici. Anche lunghe, se serve; ma fondamentalmente semplici e ripetitive. Odio la complessità: allontana dalla fotografia quell’aspetto emozionale che invece trovo essere determinante.

A tentoni

Il bianco e nero digitale non esiste (eccezion fatta per la Leica Monochrom, che costa come un’automobile usata). Si deve necessariamente passare per una conversione… e già qui casca l’asino, perché questa conversione la si può fare in molti modi, gestendo ad esempio i tre canali RGB indipendentemente uno dall’altro.

E allora succede che, una volta capito il meccanismo (cosa non banale) e tarato opportunamente il monitor (idem), ci si mette lì a manovrare questi slider finché, in teoria, il risultato non è quello voluto.

Ma poi non basta, perché anche il bilanciamento del bianco può influire; e va regolato pure quello. Curve e livelli, ovviamente, sono imprescindibili. Poi ovviamente bisogna pensare alla riduzione del rumore… e alla nitidezza.

Ci sono libri anche complessi che trattano il bianco e nero digitale. Ne possedevo un paio, molto ben fatti, molto articolati… ma mostruosamente tecnici ed un po’ frustranti. Del resto l’argomento è quello che è!

Ho pensato di assimilarli fino in fondo per poi sedermi al PC forte delle competenze acquisite, ma mi pareva di essere tornato all’università. Torno al discorso di prima: la fotografia spogliata di ogni aspetto emozionale e comunicativo. Che è poi, a mio parere, il principale difetto dei corsi iper-tecnici che vanno tanto di moda oggi: “T’imparo fotosciòp in dieci giorni!”, si vabbé, ma per farci cosa??

A suo tempo, insomma, io finivo per fare così: procedevo per tentativi, usando direttamente un preset. Basta un clic, e la foto diventa <<come se fosse stata scattata con una PAN F Plus 50, ma prima che piovesse, non dopo!>>.

E’ meraviglioso: il fotogeek può incrociare marche e grana di tutti i fabbricanti, insieme a tutti gli altri parametri visti prima… avendo insomma davanti a sé una paletta pressoché sterminata di possibilità! (Anche se nemmeno sa cosa diavolo sia, la PAN F Plus 50).

E allora cosa fa? Prova e riprova, clicca e riclicca, cambia e ricambia… solo che poi gli resta sempre il dubbio, dopo che ha convertito il JPEG, che il filtro scelto sia quello “giusto”.

Ma “giusto” per cosa?

San Francisco, Coit Tower, Agosto 2013 — scansione da stampa ai sali d’argento su carta baritata

Ecco che casca l’asino

Il problema è che a me la scelta “a monte” ed analogica, pare infinitamente più semplice.

Una volta fatta, è fatta; e in camera oscura devo preoccuparmi di soli due parametri: il tempo di esposizione, e il contrasto.

Certo, è una scelta vincolante: se uso una HP5 35mm in Rodinal 1+25, poi non posso aspettarmi la grana fine.

Ma lo so prima. Che io debba scegliere lo strumento adeguato per ciò che mi riprometto di fare — e che tale scelta debba essere fatta a monte — mi pare pleonastico.

Fotografare è un atto consapevole. DEVE esserlo. Mi rifiuto di pensare che si possa procedere per tentativi ex post. Mi sta bene all’inizio; ma quando le possibilità sono sconfinate, la tentazione di andare a sempre a tentoni è alta.

E allora sì: sono pigro, e preferisco l’analogico!


Originally published at www.nicolafocci.com on April 13, 2015.

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