Federico Bo
Jul 10 · 3 min read
Robert Rauschenberg, White Painting (1951)

Nove anni fa, di questi tempi, stavo lavorando al lancio della startup Cineama, fondata insieme ad altri soci.

Prima di iniziare questa avventura, per almeno tre/quattro anni ho studiato la Rete, le sue filosofie come l’open, i creative commons, le community, la collaborazione e la condivisione. Ho letto libri e megabyte di documenti sul web 2.0. Ho frequentato eventi come i vari “camp” che allora andavano per la maggiore e mi sono confrontato con molte persone provenienti da diversi campi ma uniti dal desiderio di sperimentare le “infinite forme bellissime” del digitale. Ho iniziato a utilizzare in prima persona strumenti come i wiki e i blog. Sono sceso nel dettaglio delle piattaforme emergenti come Joomla e Wordpress, progettando e programmando.

In breve, ho studiato. Se aggiungiamo che, al di là del lavoro e della sfera professionale amavo (amo) leggere, guardare film, serie tv e documentari (che insieme possono dare un’idea dello “spirito del tempo”) direi che al momento di ideare la startup avevo ben chiaro l’ambito generale nel quale mi sarei mosso.

A quel punto ho (abbiamo) cominciato il lavoro di focalizzazione, documentandomi tantissimo sull’oggetto della startup, il cinema e l’audiovisivo, visto dalla prospettiva dell’innovazione di “processo” che il web 2.0 e i nascenti social media avrebbero potuto attivare in quel settore. Ho setacciato la rete cercando esperienze, startup, le sperimentazioni in atto e quelle fallite. Ho cercato competitor, punti di forza e debolezza del progetto (insomma, l’analisi SWOT), possibili alleati e partner, in Italia e all’estero. Abbiamo iniziato a partecipare a contest, a bussare alla porta di investitori, fondi di venture capital, business angels e via discorrendo.

Questa lunga e noiosa premessa mi serve per esprimere un mio dubbio: avessi sbagliato approccio?

Sia da discussioni private che da quel che leggo in rete mi sono accorto che molti progetti nello stato iniziale si basano su scarse informazioni del contesto e degli strumenti che si intendono utilizzare (per esempio AI, blockchain, IoT ma anche social media o app) e che diverse startup si buttano in un settore senza averne una grande conoscenza. Questo fa loro affermare, sui loro siti (a volte anche sciatti e sgrammaticati) o nelle interviste di avere un progetto “innovativo”, “rivoluzionario”, unico ecc. La sensazione è che non abbiano fatto ricerche serie ma solo abbozzato un’idea “in vitro” e con quella siano partite in quarta, abbaglòiati dall’illusione del “first mover. Inoltre non sembrano avere coscienza del meta-ambiente del digitale e dell’innovazione. Per la verità molte volte mi sembra di trovarmi di fronte progetti copia-incolla (l’uber di x, la blockchain per y, deliveroo per z). La cosa che ancor più mi lascia perplesso è che alcune di queste startup vengono “incubate” o supportate da acceleratori di impresa, factory e simili; in questo caso mi chiedo: “ma chi e come ha valutato il progetto?”.

Voglio essere chiaro: io con il mio approccio ho fallito, quindi non posso certo dare lezioni. Forse buttarsi nell’arena della competizione senza preconcetti e con una forte dose d’incoscienza è una buona strategia (meno con una forte dose di impreparazione, forse…).

D’altro canto riconosco subito un progetto costruito con professionalità, umiltà, lavoro di ricerca e approfondimento, cura dei dettagli: trasuda impegno e fatica da ogni bit (non byte).

La domanda che mi pongo — non retorica e non ironica — è questa: dato che fisiologicamente il tasso di successo delle startup è comunque bassissimo, esiste un discrimine a favore di quelle “secchione” rispetto al modello “tabula rasa” (o quasi)?

Mi piacerebbe molto avere un riscontro, un commento da parte di chi bazzica oggi il frenetico mondo delle startup.

Ulisse digitale

Tecnologie, culture, economie e (r)esistenze dal fronte digitale

Federico Bo

Written by

Computer engineer, techno-humanistic hybrid and blogger, crowdfunding expert. Interested in blockchain technologies.

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