Dall’Aquila ad Amatrice… su due ruote

Si parte sabato mattina presto alle 7.30 alla volta di Rieti. È il 29 ottobre, mercoledì 26 ci sono già state altre due forti scosse… la terra aveva già iniziato a rivendicare la sua presenza. Dopo aver caricato tutto, bici comprese, arriviamo a destinazione verso le 9. Dopo qualche piccolo problema tecnico (tipo un filo del freno che pendeva stranamente dal manubrio…) si parte.

29 ottobre sabato — Rieti. Il paese sembra tranquillo, la paura del 24 agosto forse è un po sopita, nessun danno strutturale agli edifici. Nonostante questo in piazza qualcuno parla di terremoto.

Dopo un breve giro pedaliamo alla volta di L’Aquila. Dopo una sosta per uno spuntino ad Antrodoco ci aspetta il valico Sella (1000 mt) circa 10 km di salita. L’arrivo a L’Aquila è per le 16 circa.

Il panorama che ci si apre di fronte è inquietante… quella che abbiamo davanti è la “CITTÀ DELLE GRU”.

A 7 anni dal sisma del 2009 i palazzi mostrano ancora tutte le loro ferite, alcune mortali. Edifici sventrati, lacerati nel profondo, bagnati delle lacrime non ancora esaurite di coloro che hanno dovuto salutare in anticipo le persone che li abitavano. È sabato pomeriggio e il centro città dovrebbe vivere il momento più vivo della settimana. La gente effettivamente passeggia per quello che rimane del corso principale, tuttavia giriamo fra palazzi distrutti e puntellati da travi di rinforzo, strade chiuse, alcuni operai al lavoro. Sembra che tutto sia successo ieri…eppure sono passati 7 anni.

Dopo aver scattato diverse foto e girato qualche video si è fatto tardi, la stanchezza si fa sentire e ci fermiamo a fare un aperitivo. È l’occasione per scambiare due parole con un signore, anche lui al bar, e con la gentile ragazza che ci ha serviti. In modo un po’ rassegnato lei ci dice che niente è stato ricostruito… solo i MAP (moduli abitativi provvisori). Mini appartamenti impilati su due o tre livelli agglomerati in aree limitrofe alla città, la cosiddetta “new town”.

Si è fatto buio, non abbiamo dove dormire. Anche un po volutamente abbiamo preferito non cercare un luogo chiuso, così giriamo a caso fuori del centro finché non troviamo da accamparci a terra vicino al campo sportivo. La giornata è finita… restano nelle gambe 65 km e 1130 mt di dislivello, negli occhi tanto sgomento e sofferenza, nel cuore l’ansia di una città che sembra non avere la forza di rialzarsi.

30 ottobre domenica — L’Aquila. Ore 7.41 stiamo chiudendo la tenda. La terra inizia a “ondeggiare”, si… ondeggiare, per la prima volta nella mia vita VEDO la terra che si muove… e sono all’aperto; sentire fa paura…ma vedere ti lascia senza respiro. Non è solo una sensazione, ho visto con i miei occhi il suolo che ondeggiava… e non si fermava. Con Margherita ci guardiamo negli occhi increduli di quello che sta succedendo per tutti gli interminabili secondi che dura la scossa.

Al bar le persone fanno colazione come se fosse un giorno qualsiasi… l’abitudine ho pensato, in realtà ci spiegano che è una cosa a cui non ci si abitua. Il telegiornale parla di 7 gradi, poi ridimesiona a 6.5, resta comunque la quarta scossa più forte che in Italia si ricordi, superiore anche a quella che ha raso al suolo la città che stiamo per lasciare.

Si parte alla volta di Amatrice. La tappa intermedia sarà il lago di Campotosto; per raggiungerlo dovremo passare il valico delle Capannelle (1300 mt s.l.m.).

La strada sale decisa senza mollare la pendenza, arrivati al valico finalmente una breve discesa ci dà tregua prima di un ultimo strappetto ai piedi della diga. Passiamo sul “ponte delle stecche” per raggiungere l’altra riva del lago, alla fine del ponte c’è ad attenderci un grazioso chioschetto dove ci fermiamo a pranzare.

Nonostante il forte vento il sole splende e mitiga l’aria fredda. Incontriamo un simpatico signore anziano che sta raccogliendo delle firme per valorizzare l’area del lago e non gli neghiamo il nostro appoggio.

Un altro signore al bar dice che la scossa della mattina non ha lasciato scampo ai paesi vicini, anche Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto (nostre mete), sono state completamente distrutte. Il barista è un ragazzo giovane dell’Aquila, stamattina venendo in macchina racconta di aver rischiato di andare fuori strada durante la scossa… adesso sembra tranquillo, anche se ripete che in zona è un continuo sussulto… la terra non si è mai fermata. Un attimo dopo ci rendiamo conto del subliminale stato di allerta che lo attanaglia… i bicchieri appesi alla mensola iniziano a “tintinnare”… lui ci guarda e dice: “eccone un’altra”.

Risaliamo in sella e ci avviamo un po turbati verso Amatrice. Il paesaggio sembra presagire qualcosa, sul nostro cammino troviamo solo prati e pascoli con mucche, cavalli, pecore e cervi apparentemente incustoditi;

quando attraversiamo qualche paesino non si incontra più nessuno, gli scuri sono tutti chiusi, l’unica automobile che si vede è della polizia, ferma a scoraggiare eventuali auto dirette in quella zona, ma le auto che incrociamo vanno solo nella direzione opposta. Sembra di attraversare paesi fantasma.

L’attraversamento di Amatrice lascia poco spazio ai commenti.

Naturalmente non è stato possibile passare per il centro e per questo abbiamo deciso di riprendere la via del ritorno. Costeggiamo i campi di assistenza allestiti lungo una via laterale, non sembra ci siano molte persone, ma sono tutti in fermento, piccoli gruppetti di gente intenti a parlare fitto fra loro.

La strada per Rieti è troppo lunga e soprattutto fra poco sarà buio per cui, dopo aver attraversato altri paesi “disabitati”, decidiamo di fermarci nei pressi di Montereale. Anche lì però il terremoto ha lasciato il segno e ai piedi del paese, vicino al campo sportivo, la protezione civile ha allestito un campo assistenza. Su indicazione dell’unica persona incontrata lungo la strada di ritorno giungiamo ad un ristorante-pizzeria; il gestore ci consiglia di passare la notte nel campo assistenza.

Al campo incontriamo un signore anziano molto spaventato, occhi gonfi e rossi, un lieve tremore generale… come se non parlasse con noi ma con se stesso dice: “sono solo, non ho nessuno… ho paura a stare in casa da solo… così sono venuto qui”. Dopo un po’ arriva anche una famiglia, padre madre e due bimbi. La donna smarrita non sa cosa fare, continua ad andare avanti indietro nel campo, entrare ed uscire… poi la bimba corre verso di noi e dice candidamente: “volete vedere cosa è successo a casa nostra?” prende il cellulare della madre e ci mostra una foto del soggiorno con l’intonaco del soffitto caduto a terra; per fortuna l’allegria e la spensieratezza non l’hanno abbandonata… questa è la forza della vita che sgorga dai bambini!

Al momento di dormire al campo sono arrivate forse una trentina di persone, non molte a dire il vero, forse gli altri sono andati via.

La giornata si è conclusa con 85 km di strada e 1344 mt di dislivello. Alle 4.20 circa però, ecco un’altra scossa, il tendone trema tutto, si sente qualche mormorio, qualcuno si alza… il mostro è tornato per ricordare a tutti che ancora non è finita…

31 ottobre domenica — Montereale. 0re 07.30 circa, lasciamo il campo assistenza.

Dopo appena un km ci fermiamo in un bar, dopo pochi minuti entrano quattro-cinque persone della protezione civile, uno di loro di mostra sul cellulare che l’applicazione per la rilevazione delle scosse indica oltre 100 attività rilevate nel corso della notte.

Sulla strada di ritorno facciamo una sosta a Posta per prendere un caffè e decidere se passare da Leonessa.

Anche lì però capiamo che è inutile passare e forse inopportuno, i giornali parlano di centro chiuso e chiedendo ad alcune persone appartenenti a qualche associazione di assistenza apprendiamo che il sindaco ha bloccato l’accesso per motivi di sicurezza.

A questo punto prendiamo la Salaria e tiriamo dritti fino a Rieti con una breve sosta sul “lago dei cigni” di Canetra. Mano a mano che ci allontaniamo la vita sembra riprendere il suo ritmo normale.

All’arrivo alla macchina il contachilometri segna altri 64.2 km percorsi e “solo” 400 mt di dislivello. A questo punto, dopo aver pranzato, non ci resta che riprendere la via di casa e riflettere su quello che abbiamo visto, vissuto e condiviso.

Forse quello che resta dentro più di ogni altra cosa, quello che porteremo con noi… è aver condiviso, seppur per solo due notti ed in minima parte, i sentimenti delle persone che vivono nell’attesa della prossima scossa… senza mai sapere come andrà a finire e cosa sarà domani…

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