Da McDonald’s sì, ma senza caffè vegano (o qualcosa del genere)

Niente paura, la mattina possiamo sempre bere l’acqua!

Questo pezzo di The Vision spunterà in questi giorni nelle vostre bacheche, condiviso da amici con degli “Ooooh, finalmente!” a corredo. Molti di voi faranno sì con la testa e alcuni rideranno. Ma il pezzo, ultimo di una serie sterminata, ha molti problemi. Provo a elencarne alcuni, così che qualcuno usi questo mio pezzo per correggere il tiro, se gli va. Premetto che non ho niente di personale contro Matteo Lenardon o The Vision.

1 — I vegani non sono numericamente significativi in nessuna voce di nessuna statistica di nessun dato relativo ad alcun fenomeno di portata globale. I vegani sono numericamente così esigui da contare come i belgi valloni mancini. Forse meno. Qualsiasi articolo che si occupi dell’impatto dei vegani su fenomeni globali non può non indicarlo come nullo o trascurabile. Questo pezzo non lo fa.

2 — Anche se pochissimi, i vegani tendono a essere abbastanza loquaci e chiassosi nella loro propaganda. Hanno contro l’industria alimentare planetaria e le colture tradizionali di ogni continente, che allevano animali a scopo alimentare. Loro sono pochissimi e non possono che alzare la voce. Per quanto la loro propaganda possa essere fastidiosa, ideologica e aggressiva, sarebbe intellettualmente sano riconoscerne le caratteristiche e prenderla per quello che è.

3 — L’odio per i vegani è una forma di bullismo da social network molto diffuso. Per anni questo atteggiamento ha interessato i vegetariani. Ma i vegetariani oggi sono tanti, sono normali, sono meno ideologici e sono in mezzo a noi. In poche parole, sono meno diversi, meno assurdi e non risultano ridicoli. E allora come si fa? Ci sono i vegani! I vegani sono una minoranza fastidiosa che è buffo prendere a calci mentre gli altri guardano: una pratica antica che fa schifo in ogni sua manifestazione.

4 — La globalizzazione si criticava in toto negli anni Novanta. Oggi si è scoperto che è molto difficile farlo così, in assoluto: ci sono molti contesti nei quali se togli i legami commerciali tra un paese povero e uno ricco, tra primo e terzo mondo, tra sviluppo e via di sviluppo, quello che ci perde è il paese messo male. Noi abbiamo la sensazione di essere più bravi perché vediamo i cappelli di paglia e non le ciminiere, c’è tutto un rinvigorimento pasoliniano che vede nella povertà contadina una forma di dignità stupendissima, ma quelli stanno peggio di prima. E allora come si fa? Bisogna capire cosa è meglio e cosa è peggio, se si può intervenire o no, come migliorare le cose. È sempre meglio la “globalizzazione”? Nemmeno per sogno. È sempre peggio? Niet. Caso per caso, situazione per situazione, bisogna studiare a fondo i contesti e farsi un’idea. Il mondo è un posto complicato.

5 — I prodotti citati nell’articolo sono prodotti esotici, che consumiamo in grande quantità dai tempi della Via Della Seta. I vegani non c’entrano nulla. Oggi però siamo molti di più, e questi prodotti sono tanti e vengono consumati in quantità molto maggiore. Inoltre, come è sempre stato, il gusto per i prodotti cambia nel tempo, e con esso cambiano le tratte commerciali e i flussi economici. Alcuni tengono in piedi economie da secoli o decenni; altri costituiscono un problema per una infinità di variabili che vanno valutate laicamente, senza cercare di dimostrare una tesi espressa in un titolo a effetto. Il caffè e il tè presentano gli stessi problemi della quinoa e dell’avocado. Quindi c’è una forma di esotismo nell’articolo e nella sua impostazione, esattamente come nei gusti dei consumatori ricchi che hanno abitudini modaiole. Un buon punto di contatto.

6 — Se si vuole promuovere la filiera corta, se si spinge per il chilometro zero, cosa molto contestata da diversi osservatori, lo si può fare con molta calma come fa Carlo Petrini da anni. Ma Carlo Petrini è un vecchio signore piemontese che rompe le palle e che non ha niente di punk o di figo. Tuttavia lo fa con spalle decisamente più larghe di questa invettiva che mescola antipatie, link e sfottò.

7 — Non essere consumatori etici, non professare nessun tipo di orientamento diverso dal proprio gusto personale non ha niente di alternativo: è il modo in cui ci comportiamo quasi sempre quasi tutti. Mangiare la carne tutti i giorni fregandosene altamente di qualsiasi problema morale o ambientale è altrettanto comune in modo quasi ubiquitario. Invece difendere la normalità della maggioranza con la retorica di chi abbatte i moralismi è una cosa semplice e riconoscibile: populismo. Non è un caso che spesso chi ce l’ha con i vegani ce l’abbia anche con la Presidente della Camera Laura Boldrini e “i benpensanti”. La maggioranza non ha bisogno di essere difesa, e chi ha posizioni critiche rispetto al senso comune può avere ragione, torto o infinite vie di mezzo. Ma nel prenderlo in giro a qualunque costo c’è qualcosa di sciocco e vagamente totalitario, come in ogni forma di populismo.