Ecologia e banane

Se esistesse un pensiero ecologista in questo paese, la polemica di oggi sulle piante della’aiuola di piazza del Duomo non sarebbe nemmeno partita

Vivaio di palmi e banani. Pausa pranzo.

Oggi si è parlato parecchio, sui giornali e in rete, del fatto che l’aiuola di piazza Duomo a Milano cambi allestimento. Molti, giornalisti compresi, hanno pensato di discuterne come se fosse un tema rilevante. Gli animi si sono anche accesi e sono stati interpellati grandi esperti. Esperti di cosa? Di stocazzo.

Perché in Italia non si riesce a parlare di piante e di natura con un minimo di senso, visto che ci sono i due Angela e nient’altro. Quindi, siccome l’accademia è fatta di gente che non ha relazioni con il mondo, con la stampa, con la comunicazione e col paese, anche i professori universitari interpellati sfruttano l’occasione per dire qualcosa di grave e pesante e molto serio, anche se non ha relazione con la realtà. Ma mi sto facendo prendere dalla foga. Andiamo per gradi e cerchiamo di fare in fretta. Ci provo. Non garantisco.

In piazza del Duomo non c’è terra sufficiente per piantare qualcosa che duri nel tempo. Le radici comincerebbero a incontrare cemento o marmo, e con la stoica pazienza delle radici spaccherebbero tutto. Quindi bisogna scegliere delle specie che vivano bene con un apparato radicale ridotto. I bambù farebbero troppo Asia. Palme e banani invece sono piante del mediterraneo che usiamo nei giardini delle case di tutta Italia da decenni, e al sud da secoli. Non ci vuole molto per rendersene conto.

Quindi c’è una aiuola in piazza del Duomo che ha un senso soprattutto decorativo. Quei metri quadri scambiano il calore meglio della pietra o dell’asfalto, trasformano un po’ di energia(quel minimo di attività biotica), fanno ombra e sono belli da vedere. Forse ospiteranno qualche specie animale, ma niente panda e lamantini. L’aiuola ha quindi un apporto minimo sul piano ambientale o ecologico. È quasi solo di bellezza. Anche per capire questo non ci vuole molto.

Quegli spazi sono pagati da uno sponsor che è un’azienda o un esercizio commerciale della piazza, partecipa a un bando del comune, si occupa per qualche anno del verde pubblico e pianta un cartello nell’aiuola che lo testimonia. Le spese fanno parte del bilancio destinato alla comunicazione, e l’azienda le affronta per farsi benvolere dalla popolazione della città e dal pubblico, mentre abbellisce l’area davanti al suo punto vendita. In questo caso a vincere è stata Starbucks, una catena di Seattle che ha parecchie caffetterie nel mondo. Nella piazza per esempio c’è già McDonalds, una catena dell’Illinois che ha alcuni ristoranti di panini, sempre su questo pianeta qui che si chiama Terra.

Capirete che non c’è niente da dire. Niente. La polemica non esiste.

Eppure il centrodestra oggi è andato in consiglio comunale sventolando delle banane. Tra l’altro avevano un’aria divertita, cioè stavano evidentemente inscenando una provocazione “divertente”. E allora io, che detesto le cose che non fanno ridere ma fanno finta di sì, mi sono fermato a pensare a cosa per loro possa risultare divertente. Ho pensato — supposto — che con dell’uva o delle mele non l’avrebbero fatto con questo livello di spasso. La banana li fa più ridere, e direi per una di queste ragioni: 1) ci si scivola sopra e si sbatte il culo; 2) è a forma di cazzo e può idealmente infilarsi in un orifizio come il culo; 3) le mangiano le scimmie. Non dico altro. Torniamo alle piante.

Ho letto stamattina dei pareri di persone interpellate. A parte che qualcuno potrebbe ogni tanto rispondere “Non ho niente da dire”, se proprio le pagine vanno costruite così, uno pro e uno contro, mai la ricerca del senso, sempre il piripì e perepè. [Cacciari, per cortesia, via dalla mia testa.]

Insomma nel contro c’era anche Vittorio Gregotti, di cui con affetto ricordiamo lo ZEN di Palermo e il Teatro degli Arcimboldi. Gregotti, che credo non abbia mai progettato una cosa con una pianta in vita sua, era decisamente contrario. E va be’. Chi se ne frega.

Ma il botanico dell’università che dice che avrebbe preferito che fossero specie autoctone mi ha fatto venire la mestizia profonda.

La polemica nel suo complesso ha ribadito che questo concetto della post verità è un alibi: pubblichi cretinate nei contesti dei fatti, sui giornali “seri”, e tutto si trasforma in cretinate (vere o potenziali, conta poco). E poi si è scoperto ancora una volta che non esiste nella nostra opinione pubblica o nella nostra cultura nazionale un pensiero ecologico. L’ecologia oggi è come l’omosessualità trent’anni fa: riguarda solo chi è coinvolto personalmente. Anzi, nel nostro caso c’è stata per anni gente che era coinvolta personalmente nella politica “verde”, senza avere nulla a che fare con l’ambiente. Molti dei cosiddetti verdi erano comunisti estromessi dai partiti comunisti rappresentati in parlamento, che rientrarono nel dibattito nazionale con questa idea per loro marginale portata in palmo di mano. Indorando di populismo ambientale il solito progetto politico di lotta al capitalismo, costruirono un mondo di ulteriori poltrone e clientele, poterini minuscoli e pochissima ecologia vera, ma soprattutto distrussero la credibilità dell’ecologia italiana, che qualche testone onesto e preparato cerca di esercitare da sempre. [Dai, per cortesia, Cacciari!]

Il risultato è che niente che abbia a che fare con la natura viene mai discusso con un minimo di serenità e profondità, ma anche al livello di due piante in un’aiuola. L’incontro su una tavola anatomica di questa stampa peracottara, della politica ad minchiam e dell’ecologia da soci della Confraternita della nitticora di Bereguardo è sublime. Produce questioni come questa, che sono fatte di falsità e stupidaggini miste a meschinità.[MASSIMO, HO DETTO VIA! SONO ANNI CHE LO DICO!]