Giudici, cuore e culo

Non me la si fa!

Negli ultimi giorni Piercamillo Davigo è stato abbastanza in tv. È il capo del l’Associazione Nazionale Magistrati, infatti parla sempre di giustizia e di quanto vada riformata in questa o quella direzione. A sentire lui, le armi della giustizia sono spuntate, sono indebolite dai regolamenti, dalle garanzie insensate messe nel sistema giudiziario da Berlusconi e dai suoi. Posso in astratto non credergli, conoscendo Berlusconi e i suoi? No.

Ho visto Davigo in un paio di situazioni in questi giorni e ho pensato quello che penso sempre di Davigo. Cioè che è un uomo colto, preparatissimo, onesto, che padroneggia la retorica con una destrezza che lo fa sembrare quasi un santo già così. Poi è anche un giudice. Capirai.

Nel suo stile forbitissimo però Davigo esprime un punto di vista che — ripeto — credo che dalla sua posizione sia lecito, ma in assoluto è un po’ irricevibile. Noi cittadini dovremmo pretendere di essere considerati cittadini comunque, sia che siamo incensurati sia che commettiamo un reato. E quando Davigo fa riferimento ai “mascalzoni” o ai “farabutti” sembra dividere la società in persone per bene e persone cattive. Sarà anche una semplificazione, ma è molto retorica e molto poco garantista, perfetta per Paperopoli e meno per un paese civile. Mi dispiace sapere che per il capo dei giudici, se ci sono denunce contro di lui, non ci sono problemi, indaghino quanto vogliono e come vogliono perché lui è “una persona per bene”, “una persona onesta” e non ha niente da temere. Perché per chi non è un giudice e non è nella sua condizione, e quindi rientra nella categoria di normale cittadino, sia egli incensurato o pregiudicato, sopportare anni di processo all’italiana piò essere un problema grave che rende la vita difficile. E il capo dei giudici dovrebbe tenerlo sempre presente, visto che il suo referente tipo non sono giudici ma cittadini comuni. Temere la giustizia, una giustizia così gonfia e così acciaccata, magari con tempi di prescrizione più lunghi e strumenti investigativi ancora più elastici come vorrebbe Davigo, può non essere il segno della colpevolezza o di “avere cose da nascondere”. Il capo dei giudici dovrebbe saperlo e non fare finta che siano solo scuse che un papero civile non dovrebbe accampare.

Cagasentenze? Pronti!

Da Mani Pulite a oggi ci sono solo stati trent’anni di guerra frontale tra giudici e politica, con tanto di tifoserie opposte che si sono scannate. Come sempre in questi casi, sono stati eretti due fortini contrapposti. Oggi siamo nella situazione per cui di giudici si parla sempre e solo per considerarli degli eroi della democrazia, dei pilastri dello stato che non si lasciano corrompere, oppure dei pirati che hanno strappato un pezzo di stato al popolo e vanno messi irregimentati ad ogni costo. Poi magari si cita la canzone di De André e si pensa di aver risolto: sono meschini dentro, rosi dalla voglia di potere, sono grossi culi ringofi di ragion di stato come nel processo di The Wall dei Pink Floyd. Invece i giudici sono figure importantissime per lo stato, mentre il loro cuore, il loro culo, la rappresentazione da commedia dell’arte delle loro lunghe toghe non servono a niente, se non a rinfolcolare un po’ di sarcasmo consolatorio (il quale appunto non serve a niente).

Vorrei che si potesse segnalare al capo dei giudici che la preoccupazione di non farsi sfuggire un colpevole dovrebbe sempre essere moderata dalla necessità di scongiurare l’errore contrario, quello per cui un innocente viene condannato o subisce enormi danni a causa della giustizia. Fatto questo, forse si potrebbe anche chiedere conto delle correnti, dei privilegi, di quello di cui i giudici hanno il dovere di rispondere davanti allo stato e ai cittadini.

Nello specifico poi ci vorrebbe qualcuno che chiedesse queste cose a Davigo essendo al suo livello, e senza vomitagli addosso la carogna che ha filato in pazientemente in cantina come un’Arianna del rancore dai tempi di Mario Chiesa e del Pio Albergo Trivulzio.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Matteo Bordone’s story.