Il mito del perdono, perdono, perdono

Nelle canzoni d’amore italiane non si fa altro che perdonarsi

Caterina Caselli: un filo meglio di Bianca Atzei

Ogni volta che c’è un omicidio, un crimine sanguinoso che finisce con una condanna, il telegiornale e l’approfondimento di cronaca si preoccupano prima di tutto di una questione specifica. Non c’è più niente da raccontare del caso perché i fatti sono chiari a tutti, quindi non resta che perseguire il piano B: la ricerca della dichiarazione sul perdono. “Riuscirà a perdonarlo?”, alla donna sfigurata dall’acido. “Potrà arrivare un giorno il perdono per sua moglie?”, al marito della madre assassina.

Urlare alla televisione è un‘attività che identifica una certa dose di squilibrio in chi la pratica con convinzione, me ne rendo conto. Ma sapeste quanto è piacevole quando ti viene naturale. E uno dei casi in cui mi esplode da dentro il petto è proprio questo. Brandisco il telecomando con aria minacciosa, mentre il servizio vira dalla sintesi di cronaca con immagini del tribunale, verso la mini intervista fuori dall’aula. «Non chiederle del perdono, brutto stronzo. Non ti azzardare», dico. Ma le minacce non servono, e invariabilmente mi ritrovo poco dopo a dire (a voce più alta): «Gliel’hai fatta, stronzo! Sei uno stronzo! L’avevo detto che eri uno stronzo!». Se non sono solo, qualcuno accanto a me mi guarda tra il divertito e il francobasaglia (aggettivo).

Il perdono, che è uno strumento per guadagnarsi l’eternità per i cristiani, negli altri contesti è semore una scelta individuale, intima. Chiederne conto prevede che gli si dia un valore pubblico, un senso collettivo di relazione con la comunità. Ma il giudizio collettivo sui temi personali è il primo passo verso i forconi, e non va mai bene. Eppure si valuta come più rilevante il perdono in senso cristiano rispetto al perdono civile, laico, personale, e per questo si spinge sempre su quel tasto. Si parla spesso di spietatezza dei media, e spesso sono luoghi comuni populisti. Ma se c’è un tema su cui trovo i mezzi di informazioni spietati è l’indagine sul perdono delle vittime verso i carnefici. Sembra che la prima cosa da scongiurare in assoluto sia l’eventualità che qualcuno non perdoni il proprio carnefice: se ci fosse San Paolo in persona a fare la domanda, non saprebbe essere più inquisitorio sul tema.

Nelle canzoni d’amore italiane — riflettevo sentendo Chiara Galiazzo — c’è la stessa smania per le questioni relative al perdono. Tutti che perdonano qualcuno, e raccontano un amore che è tutto sacrificio e fatica e dolore. Che va benone per delle ballate r&b strappamutande, quello figuriamoci, ci può stare. Ma non è automatico che la canzone d’amore che fa piangere, la versione moderna dei lamenti, intesi come genere canoro, si debba occupare del perdono. [C’è tutta una storia di lamenti in un libro bello di Alex Ross.]

Someone like you di Adele è uno dei lamenti di maggior successo degli ultimi tempi, e dentro c’è tutto tranne il perdono. Anche perché il pezzo è un distillato di dolore e presa di coscienza che proietta il personaggio in avanti, in una nuova vita più ricca, con le spalle più larghe e il viso rigato dalle lacrime. Invece queste storie di perdono si portano sempre dietro un briciolo di resa, di lagna, di accettazione del meno peggio necessario. Tra l’altro sono quasi sempre donne che perdonano gli uomini, ribadendo uno stereotipo di genere che fa sbadigliare.

Il perdono, insomma, è sopravvalutato nel giornalismo e nel pop. Volevo dirlo durante la finale di Sanremo perché sono un malato di mente, ma è andata così.

Il discorso non vale, questo è ovvio, se il vostro obiettivo è proprio il regno dei cieli. In quel caso non c’è storia: fatevi fare le peggio cose da chiunque e perdonate sempre tutti a rotta di collo. Mi raccomando.