Le mimose di ’sto cazzo

Perché questo sciopero generale dell’8 marzo mi lascia perplesso

Soldata curda con ovaie al cromo vanadio

Quest’anno l’otto marzo si sciopera contro la violenza sulle donne. Quando ho realizzato che il tema fosse quello, sono rimasto contrariato. L’ho scritto anche su twitter, e la naturale propensione all’approfondimento del mezzo ha portato valanghe di commenti del tipo “Ah, quindi non c’è un problema femminile?!” oppure “Adesso me lo deve dire un uomo quello che posso fare?!”. Scrivo quindi qui quello che penso, così ho più spazio per spiegare il mio punto di vista prima che qualcuno mi scriva “Aaaah, certo, quindi per quelli come voi Birkenau non è mai esistito! COMPLIMENTI!”. Perché l’andazzo è quello.

Ho letto in questo articolo di Vice che lo sciopero è frutto di un movimento internazionale che spinge per una giornata senza donne, per così dire: per un giorno si fa in modo che le donne non ci siano né sul lavoro né in famiglia come mogli o figlie, ma siano come persone e come donne a manifestare o a fare quello che pare loro per sensibilizzare la società sul problema. La forma di protesta non è diversa da quella dei latinos californiani che, per sottolineare il proprio valore, immaginano giornate in cui la società se la deve cavare senza di loro, così che si possa rendere conto di quanto sono indispensabili. Sì ma per quale tema scioperano le donne questo otto marzo? Per lottare, appunto, contro la violenza di genere in tutte le sue forme. Nell’articolo, una delle organizzatrici italiane — aderiscono decine di paesi al mondo—a un certo punto esprime questo punto di vista.

“L’Italia si inserisce all’interno di un contesto internazionale, perché chiaramente la violenza maschile sulle donne, ma anche le discriminazioni che subiscono le donne lesbiche o i membri di tutte le comunità LGBTQI, sono problemi di portata globale,” spiega Sara Picchi, che aggiunge: “Nel momento in cui le donne non sono considerate, ma anzi vengono continuamente ostacolate dalla schiacciante cultura sessista di questo paese, a questo punto ci fermiamo per un giorno e vediamo cosa succede.”

Il tutto mi suonava strano, perché le donne lesbiche e la comunità LGBTQI non c’entrano esattamente con l’otto marzo, meritano e hanno giorni dedicati a loro. Estendere così tanto il tema mi pareva un modo per diluirlo, fare una bella manifestazione piena di soprusi da sconfiggere, frasi pugnaci dal palco, applausi, arrivederci all’anno prossimo.

Quindi sono andato sul blog di Non una di meno per capire meglio. E la prima cosa che ho trovato è stato uno scambio di lettere tra l’associazione e Susanna Camusso, segretaria generale CGIL (il più grosso sindacato del paese), che non aderisce al loro sciopero, adducendo tra le righe del sindacalese la mia stessa motivazione: non è un giorno simbolico ma un giorno di rivendicazione di diritti specifici. (Il primo post del blog Non una di meno è la lettera di risposta a Camusso.) Per capirci, nel manifesto CGIL che vedete qui accanto non si parla di sciopero ma di lotta per la parità di salario. E nel comunicato ufficiale del primo sindacato italiano la parola “sciopero” c’è una volta sola:

La CGIL promuoverà assemblee in tutti i luoghi di lavoro e, laddove ve ne siano le condizioni e le possibilità, garantirà l’effettuazione dello sciopero.

Per quanto mi sembra che non si dica per paura di sentirsi dare del maschilista, questo non è uno sciopero indetto dai maggiori sindacati italiani. Questa è una manifestazione che viene dai movimenti, diventata uno sciopero generale grazie al sostegno dei sindacati di base. È uno sciopero lecito, ma io credo sia inopportuno. E spiego perché.

Il lavoro è stato il primo ambito di lotta per l’emancipazione femminile, o per meglio dire è stato il primo luogo in cui la lotta è stata possibile, visto che per la società e la famiglia ci è voluto (ci vorrà) molto di più. L’otto marzo si commemora originariamente un gruppo di operaie bruciate vive in una fabbrica dove lavoravano in condizioni quasi schiavistiche (anche se è un falso, è un racconto molto condiviso e simbolico). E l’otto marzo, per non diventare un’occasione per rivedersi tra amiche e fare una pizzata, deve essere a mio parere un momento in cui si parla di temi specifici e si lotta per dei diritti puntuali. I migranti possono manifestare come migranti; i trans anche; gli europei a Londra che rischiano di essere cacciati; i lavoratori di un’azienda che sta per chiudere. Ma le donne possono scioperare e manifestare come donne? Come fossero una specie a parte?

Andare contro la “violenza di genere” e mettere insieme lo stupro, i salari e la discriminazione delle persone transgender mi sembra un errore. Per prima cosa perché mescola talmente tanti temi da diventare quasi una mobilitazione “contro i cattivi”. E poi perché lottare tutte insieme per tutto quello che c’è serve a dare identità a chi lotta, lasciando in secondo piano i temi. Anche questo è lecito, ovviamente, ma comporta dei rischi.

Quando i movimenti degli anni Novanta trovarono nel G8 di Genova un punto identitario comune, le suore col tau al collo, i contadini di Bové, forse perfino dei fascisti, i centri sociali, Rifkin e Agnoletto si ritrovarono (chi idealmente, chi fiscamente) nello stesso posto e con gli stessi nemici. Lo trovai allora un modo di manifestare rischioso e insensato. Poi arrivarono la morte di Carlo Giuliani e la carneficina fascista di stato di Diaz e Bolzaneto (per fortuna almeno in parte poi condannata), quindi i temi della manifestazione sparirono comprensibilmente non in secondo ma in ventesimo piano. Nella manifestazione dell’otto marzo ci saranno abortiste polacche, lavoratrici italiane, femministe arrabbiate, lesbiche militanti, un pezzo del mondo LGBT+, sindacati che si oppongono alle politiche del governo, varie ed eventuali. Certo, questo è un movimento internazionale che si mobilita, e di questo ci si può rallegrare.

A gennaio c’erano state enormi manifestazioni dopo l’insediamento di Donald Trump, ma in quel caso erano donne che si opponevano alla presidenza di un maschilista specifico, Trump, a “leader del mondo libero”. Questa volta è diverso. C’è sì l’otto marzo, ci sono tantissime persone che manifestano, ma poi? Ricordo la deriva moralista di Se non ora quando? e il gigantesco errore di quei pupazzi di olgettine e Minetti sventolati per le strade di Milano, come se le nemiche delle donne fossero loro. E temo che questa volta si verifichi un’altra volta lo stesso effetto di retorica a valanga, per cui vale un po’ tutto, basta siano donne, un giorno l’anno un mazzo di fiori non si nega a nessuna.

Sono un rompipalle e continuo a pensare che il fine non giustifichi i mezzi, e gli effetti siano importanti. La società è complessa e lo sciopero generale è uno strumento serio, da usare solo se costretti: non è la versione deluxe di un movimento popolare più piccolo, il concerto a San Siro alla fine del tour di Ligabue. Almeno così mi pare. Temo anche che ci siano rese dei conti e lotte di potere tra i sindacati piccoli e i confederati, che si appoggiano a giornata e tema per questioni loro. E questo mi lascia ulteriormente perplesso. Perché altrimenti sciopero e manifestazione diventano un calderone che comprende tutto, in cui si chiede talmente tanto da non chiedere nulla di specifico, se non di essere riconosciute come donne. E mi pare poco, nel 2017.

Al di là di questa perplessità, c’è invece un tema sul quale credo si faccia un errore molto grave. È una cosa che proprio non accetto. Sono fermamente convinto che la lotta contro la violenza sulle donne, quella intesa in senso pratico, non metaforico, quella di chi le pesta e le ammazza quotidianamente, debba essere una lotta contro gli assassini e i violenti alla quale partecipano i cittadini, non una manifestazione delle donne contro l’oppressione dei maschi. Mi pare una distinzione troppo importante per essere messa da parte in nome della quantità.

Per finire, anche se non c’entra niente, non si regalano le mimose. È da stronzi.

PS: Questo è per chi ha fretta e si infervora. A) sono femminista, B) non sono contro gli scioperi, C) sarei molto favorevole a uno sciopero generale per la parità salariale e contro la disciminazione delle donne sul lavoro.