Non si parla di tutto

Alcune riflessioni sulla dialettica, la rete, le cose da ignorare

Cominciamo a scavare?

Secondo alcuni il pianeta Terra è vuoto. Al suo interno ci sarebbero abitanti, un sole, delle strutture, un eldorado raggiungibile soltanto tramite alcuni passaggi particolarmente nevralgici che stanno sotto alle piramidi o a qualche abisso vertiginoso. È dal ’700 che sappiamo che questa teoria della terra vuota è una stronzata. Così, negli anni in cui la propulsione tecnica ha dato corpo alla letteratura fantascientifica, è finita dentro a qualche romanzo. Successivamente l’idea è finita nella discarica meno selettiva in assoluto, il mondo delle fandonie dei paranoici e dei cospirazionisti, la pseudoscienza. Questa pseudoscienza è anche interessante, divertente come le storie malate dei nerd, ma ha quasi sempre il problema di fornire soluzioni semplici a problemi complessi. La realtà delle cose è infinitamente articolata, non sai come venirne a capo senza avere grandi conoscenze, e la cosa più semplice che ti resta da fare è convincerti che la scienza sia in errore e la soluzione sia altrove.

Questo meccanismo è favorito da due nevrosi opposte: Dunning-Kruger e impostore. La sindrome dell’impostore è il fenomeno per cui chi sa abbastanza di un argomento, riconoscendo la vastità dell’ignoto e la complessità della materia che ha studiato, ha la sensazione di non sapere abbastanza, di non sapere quasi niente, di essere in effetti un impostore che occupa un ruolo per sbaglio, per una serie di eventi fortuiti, per un inganno. Prima o poi, pensa chi soffre della sindrome dell’impostore, verrà smascherato. L’effetto Dunning-Kruger è opposto: chi non sa quasi niente di un argomento non vede le difficoltà, gli sembrano poco comprensibili gli ostacoli che stanno fra noi e le astronavi, vivere cent’anni, la pace nel mondo. Pensando «È così facile! Perché la fanno lunga?», chi ricade nell’effetto Dunning-Kruger tende a sentirsi depositario di una nuova verità e vedere dei disonesti nelle persone titolate che dicono che non si può fare.

In questo modo chi rappresenta la scienza ha due problemi: sa che l’estensione del sapere è finita, e le certezze sono destinate a essere riviste, arricchite e affinate di continuo. Se per caso ha anche la sindrome dell’impostore, è segretamente convinto di non essere poi così preparato. Chi invece va a caso ha dalla sua l’effetto Dunning-Kruger, quindi si sente Einstein e non sa una mazza, e in più racconta soluzioni facili per problemi complessi, sempre molto efficaci presso gli ignoranti.

Qui sotto c’era una grotta che andavi in purgatorio. Poi l’hanno chiusa. Fine purgatorio.

Anche sulla storia, cioè quello che è o non è successo, chi racconta fandonie può esibire della creatività, mentre a volte anche eventi fondamentali non sono rocamboleschi né avventurosi. O al contrario, essendo estremamente arzigogolati, sono più facilmente spiegabili con complotti e interpretazioni champagne, piuttosto che ammettendo l’11 settembre sia andato proprio così.

Per questo, e alla luce del fatto che la nostra attenzione oggi più di dieci anni fa funziona per curiosità e fantasia, dopamina e noia, post e commenti sagaci, dovremmo forse decidere di non parlare più di stronzate pubblicamente.

Vaccini? Non se ne parla più. Tanto gli immunologi ne parlano, ne parlano da sempre e per sempre ne parleranno, e affinano le campagne vaccinali secondo scienza, coscienza e stato delle epidemie e della ricerca.

Terra vuota? Silenzio. Nascondi. Disamica.

Prendere le armi e difendersi da soli come in America? Silenzio. Nascondi. Disamica.

Profughi negli alberghi di lusso? Silenzio. Nascondi. Disamica.

Chiacchierare è bellissimo, e lanciarsi in fiammate polemiche infinite su qualsiasi sciocchezza ci ha reso molto felici. Non me ne parlate. Piacere di stare insieme solo per litigare, dice Franco Battiato in “Mal d’Africa”. E ci tocca limitare alla sfera privata questo piacere, perché il rischio di generare mostri del pensiero, o contribuire da moscerini a uno sciame di antiscienza e stupidità, è troppo grande.

Quindi viva i filosofi greci, viva le discussioni, ma anche meno. Grazie.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.