L’angolo del Fumetto — Transmetropolitan #8
Warren Ellis è pazzo.
Non il tipo di pazzo che prende una motosega e va a squartare i vicini, per fortuna, ma non per questo meno folle. Warren Ellis è il tipo di pazzo che una mattina si sveglia e decide di raccontare la storia di un sociopatico professione giornalista i cui passatempi preferiti sono imprecare in maniera alquanto colorita, trasmettere per via aerea orribili malattie veneree ad amici e nemici e avercela a morte con i cani. Nome di battesimo (o d’arte, ma non c’è differenza): Spider Jerusalem. Il pittoresco personaggio partorito dalla mente dello scrittore britannico inizia la sua storia in un eremo in mezzo ai monti, protetto da torrette automatizzate, mine antiuomo e vari tipi di trappole caricate ad ebola. Squilla un telefono: è l’editore di Jerusalem, che conosciamo solo per il nomignolo che quest’ultimo gli affibia, “puttaniere”. Il nostro schizofrenico protagonista si sarà pur nascosto in mezzo ai monti, lontano dal caos della Città, ma ad alcuni impegni nemmeno lui può sfuggire; specie se sta finendo i soldi. E allora eccolo abbandonare il suo eremo, di nuovo giù verso quel megacomplesso urbano che così tanto odia, a riprendere il suo ruolo di giornalista d’assalto (sia figurativo che letterale). Non prima, però, di aver fatto saltare per aria quella schifosa bettola che per due anni è stata il suo unico punto di contatto con il mondo esterno.

Basta poco tempo per capire perché Spider Jerusalem ha scelto di fuggire dalla Città. Immaginate una classica città presa dall’immaginario cyberpunk: insegne al neon ovunque, tecnologie avanzatissime a stretto contatto con la miseria e il degrado più squallidi, quel senso opprimente di una vita vissuta all’ombra di quelle poche figure - politici, corporazioni, canali d’informazione; non è importante il chi - in grado di esercitare un controllo tirannico sulla vita delle persone. Ora aggiungete il giusto (vale a dire, un sacco) grado di follia e di grottesca immaginazione ad ogni sua caratteristica, e vi troverete davanti a intelligenze artificiali così simili agli esseri umani da fare loro stesse uso di droghe, a mutazioni genetiche così avanzate da essere limitate solo dalla malata fantasia di chi ne fa uso, a una cultura così aperta da ufficializzare decine di nuove religioni ogni minuto, a pubblicità così invasive da diventare vere patologie mentali, alla transumanità che è ormai la novità di ieri.
E al di sopra di tutto questo, il Presidente degli Stati Uniti. La Bestia, come la chiama Spider Jerusalem. Un essere ripugnante, abietto. “Se domani il 51% della gente di questo paese si sveglia soddisfatta della sua vita, io ho fatto il mio lavoro”, dichiara tranquillo durante un’intervista a porte chiuse con il nostro cinico giornalista. E chissenefrega se il restante 49% muore di fame e di malattia in mezzo ad una strada.
Per fortuna è quasi tempo di elezioni.

Sfruttamento dei minori, complotti governativi, censura. Sono solo alcuni dei temi che Spider Jerusalem si troverà di fronte nel corso della sua spasmodica ricerca della Verità, accompagnato nella sua crociata dalle due recalcitranti stagiste affibiategli dal The Word, il quotidiano per cui scrive. Non mancano i momenti ricchi d’azione o di tensione in questa crociata, fra rivolte represse nel sangue, attentati alla vita di Jerusalem, interviste a suon di cazzotti, e un’ex moglie ibernata ma non per questo meno pericolosa. Non c’è un attimo di tranquillità, in Transmetropolitan; la fantasia di Ellis nel mostrarci le miserie, le stramberie e le meraviglie della Città sembra essere inesauribile.
O meglio, un attimo di tranquillità c’è. Nei primi sette albi, Jerusalem non abbandona per un istante il suo essere completamente fuori di senno, l’odio per tutto ciò che non sia un secchio di occhi di caribù, la sua frenetica ricerca di una notizia degna di questo nome, anche a costo di passare una giornata intera a fare zapping in televisione - nel nome della Verità, ovviamente. Ma l’albo numero 8 è diverso, e, nonostante io adori la sregolatezza del resto della serie, è senza ombra di dubbio il mio preferito. Ed è di questo che voglio parlarvi.

Transmetropolitan #8, Another Cold Morning, non è la storia di Spider Jerusalem. È la storia di Mary, un’anziana signora che vive ai giorni nostri, più o meno. Nel corso dei suoi 64 anni di vita, Mary ha visto lo sbarco sulla Luna, è stata testimone degli echi della Guerra in Vietnam, dei Beatles, della caduta del muro di Berlino. Fotoreporter di professione, ha girato per il mondo, assaporandone le meraviglie che ha da offrire. Una donna tutto sommato normale, che ha viaggiato e visto molto, certo, ma non più di altri nostri contemporanei.
Mary sta anche morendo. Il suo cuore, così carico di amore e di voglia di vivere, la sta tradendo. Un primo attacco, mentre è tranquilla in casa. Un secondo, mentre osserva il panorama dal ponte di Brooklyn. Il terzo, fatale attacco sarà solo questione di tempo, dicono i dottori. Ma Mary non vuole andarsene, ha ancora così tanto da vedere, e allora decide di iscriversi ad un programma di criogenizzazione sperimentale. La sua testa finisce in una lattina sigillata piena di azoto liquido, nell’attesa che la scienza compia il suo inesorabile corso, nell’attesa che la clonazione non sia più solo fantascienza.
Ma le cose non vanno come previsto. La testa di Mary, così come tante altre, viene dimenticata lì su quello scaffale in un buio seminterrato. Passano anni, decenni, forse secoli prima che qualcuno decida che è giunto il suo turno. Mary si risveglia in un nuovo corpo, quello di una venticinquenne, come richiesto dal contratto da lei firmato prima di dire “ci vediamo più tardi” a suo marito. Ma suo marito, morto di una terribile malattia in una terra lontana, non è stato in grado di seguirla in questo viaggio nel tempo. E allora Mary si trova sola, ma non le importa. È pronta per questa nuova avventura. Quando diverso potra mai essere, il futuro?

Come tanti altri tirati fuori dal freezer prima di lei, lo shock culturale è stato eccessivo. Il mondo come lo conoscevano loro è morto, sommerso da pubblicità di carne umana commestibile, da mutazioni genetiche uscite da un film dell’orrore, da viste e rumori e odori incomprensibili per qualcuno nato e cresciuto nel ventesimo secolo. E allora Mary viene portata in un ostello per “Rivitalizzati”, dove altri che hanno subìto la sua stessa esperienza hanno un posto dove dormire, e poco più. Niente consulenza, niente supporto piscologico, niente affetto. Hanno tutti lo stesso sguardo vitreo, confuso, incredulo. E a nessuno interessa la loro sorte, se non per dirgli “tornatevene nei vostri congelatori”.
A nessuno, tranne ovviamente al nostro eroe, Spider Jerusalem. È lui che ci sta raccontando la storia di Mary, o meglio, che la sta scrivendo per la sua colonna sul The Word. È un Jerusalem silenzioso, quello che batte sulla tastiera la vita di Mary. Niente luci sparate a mille, niente roboante televisione in sottofondo, niente invettive contro le politiche del Centro Civico o la Chiesa di Tesla. Solo Spider Jerusalem, la sua sigaretta e il suo portatile, nel buio della sua stanza. L’unico pronto ad ascoltare le storie che Mary è disposta a raccontare, “storie di grande umanità, di Stephen Hawking che traccia il profilo dell’universo da una sedia a rotelle, di balli con i bambini fra la polvere dello Zimbabwe, di passeggiate sulla neve di Mosca in compagnia di Mikhail Gorbaciov […] Le storie che ci rendono grandi. Mary forse vivrà per un altro secolo, ma la sua storia è finita.” chiude in maniera raggelante, caustica, accusatrice Jerusalem, “Perché voi volete che sia così.”
Come spesso succede, le accuse di Jerusalem non sono rivolte solo al suo mondo, ma anche al nostro. L’ostilità per chi non capiamo, il rigetto per il diverso (simboleggiato da quel “tornatevene nei vostri congelatori”), la solitudine di chi, per ristrettezze economiche, disabilità fisiche o patologie mentali, sta ai margini della società, il disinteresse per il passato vero a favore di una visione idealizzata o strumentalizzata (giusto nell’albo prima avevamo incontrato brevemente il Culto di John Wayne per l’Adorazione del Cancro), sono tutti temi che, al di là della loro grottesca rappresentazione sulle pagine di Transmetropolitan, possiamo riconoscere anche attorno a noi. Oggi come vent’anni fa, quando quel pazzo scatenato di Warren Ellis si sedeva a un tavolo per scrivere Another Cold Morning.
