Il freno d’arresto dell’UE

L’Europa ha sempre alternato momenti di crescita a momenti di regressione. Senz’altro l’andare oltre l’originale obiettivo, ossia la mera costituzione di un’unione doganale e il passaggio sostanziale dal concetto di “Comunità europea” ad “Unione europea” ha rappresentato una tappa importante, ma ancor di più la vera forza dell’Ue è sempre stata quella di aver saputo affrontare normativamente le sfide sociali ed economiche imposte dalla realtà. Ad esempio il veloce incremento della criminalità transnazionale da un lato e la tutela dei diritti, tra i quali l’inviolabilità della libertà personale, dall’altro hanno rilevato come le forme tradizionali della cooperazione giudiziaria fossero poco appaganti. Da qui nacque l’esigenza di uno spazio penale europeo uniforme ed armonizzato, completato dalla centralità del mutuo riconoscimento. Le minacce paventate dalla criminalità organizzata alla comunità internazionale, più che europea, hanno accresciuto la necessità di strutture ed istituti di vigilanza basati sulla collaborazione e sul coordinamento delle autorità degli Stati interessati. L’Europa, e quindi gli Stati membri, hanno teso sempre più a tale cooperazione attraverso progetti che vanno oltre i meri crimini fiscali, investendo il diritto penale per tutelare la collettività europea. Decisiva in tal senso fu l’ultima revisione ai trattati. Gli strumenti di cooperazione giudiziaria sono, di fatto, imprescindibili per assicurare ai cittadini dell’Unione uno Spazio di libertà, sicurezza e giustizia.

Dal 2013 e tutt’oggi in discussione e progettazione è la proposta di regolamento della Procura europea per ottemperare all’art. 86 del Trattato di Lisbona. L’istituzione di una Procura europea rappresenterebbe un passo importante verso una più intensa armonizzazione dei sistemi giuridici nazionali, che risulta indispensabile al fine di evitare che l’insufficiente repressione penale da parte di un singolo Stato possa arrecare danno all’Unione o creare distorsioni nel libero mercato. Seppur è stata prevista l’istituzione per i reati finanziari europei, lo stesso art. 86 TFUE, al comma 4, sancisce l’opportunità di estendere l’applicazione anche per prevenire e reprimere altri gravi illeciti transnazionali, come il terrorismo.

Eppure questa capacità di crescita e di adattamento dell’Ue sembra trovare il proprio punto d’arresto all’indomani degli attacchi terroristici subiti dalla Francia il 13 novembre 2015. Un momento nel quale si avvertiva con forza l’urgenza di una riflessione sull’importanza della cooperazione in materia penale. Questi avvenimenti però, unitamente al fenomeno immigratorio di grande portata che da alcuni anni interessa l’Europa, hanno portato paesi come Svezia e Danimarca a chiudere temporaneamente le frontiere, sempre muovendosi all’interno delle possibilità fornite da Schengen, che prevede la possibilità di reintroduzione dei controlli alle frontiere in casi eccezionali e per una durata limitata. L’adozione di tale misura è stata però significativa, ha rappresentato il limite che incontrano gli Stati membri nell’affrontare uniti una situazione di emergenza, mettendo in discussione il sogno di Schengen e dell’Europa senza frontiere. Immediatamente dopo Austria, Svezia, Danimarca e Ungheria hanno apparentemente congelato gli accordi. Di fianco si pongono poi gli atteggiamenti e le decisioni di Stati fondatori, quali Francia, Germania e Belgio, che hanno ristabilito i controlli ai passaggi di frontiera, nonché la fuoriuscita dalla Gran Bretagna. È stato quindi messo in discussione l’intero sistema.

Di fronte all’emergenza non ci si deve rinchiudere nei propri confini, perché così facendo si guarda alla protezione dei cittadini, ma nazionali non europei. Sicurezza vs libertà: è questa l’antitesi contro cui lottano i cittadini, gli Stati e le istituzioni dell’Unione, ma che non riesce più a trovare una sintesi nella solidarietà e nella cooperazione, come si era auspicato con i trattati di Maastricht, Amsterdam, Nizza, fino a toccare l’apice con questi valori nel Trattato di Costituzione europea, poi trasfuso nel trattato di Lisbona. Oggi si assiste ad una involuzione della materia, che avrebbe invece dovuto rappresentare una delle più grandi conquiste dell’Europa in materia di civiltà e garanzie. Per questa strada si va inesorabilmente incontro al fallimento del progetto Europa, che deve essere in ogni modo evitato. La tabella di marcia “Back to Schengen” per ripristinare il suo pieno funzionamento presentato dalla Commissione cercava appunto di ristabilire una piena libertà di circolazione, senza sortire però alcun effetto positivo, come ripetere queste tre parole all’infinito, come se fossero un mantra non è sufficiente. Vi deve essere più solidarietà tra gli Stati membri di modo da non lasciare soli gli stati più interessati dall’emergenza, vi deve essere una revisione della Riforma di Dublino e delle convenzioni affinchè si aggiorni l’elenco dei porti di primo accesso per gli immigrati e si snelliscano e velocizzino le successive procedure di smistamento tra i vari paesi dell’Unione. Non si deve prestare il fianco al populismo di certi esponenti e rappresentanti, anzi bisogna reagire con politiche propositive. Agli slogan di chi dice “prima gli italiani/ i bavaresi/gli ungheresi/ etc” , anche in quei paesi in cui un’emergenza non c’è, si deve rispondere non con altri slogan ma dimostrando ai cittadini che la loro è solo propaganda.

L’approccio con cui si affrontano questi argomenti rivela la “politicità” della correlazione tra criminalità e immigrazione. Falsamente racchiusa in una contrapposizione mediatica tra garantisti, per forma, e giustizialisti, per convenienza. Ignorando che “garantismo” non significa solo tutela dell’immagine a qualsiasi costo, bensì descrive l’assetto ordinario di garanzie fondato su legalità ed uguaglianza, cioè sui connotati indiscussi della Democrazia.

Annarita Starita
annastarita93@gmail.com

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