
Dell’importanza degli scatoli.
Giudicare un gioco anche dalla copertina.
Siccome sono senza lavoro, cose da fare, soldi da guadagnare e giochi nuovi da provare, ho deciso di investire il mio utilissimo tempo nel vecchio ColecoVision di mio padre. Sempre collegato alla presa e alla televisione a tubo catodico (era una di quelle da borghesucci, con registratore VHS integrato), questo antenato del videogiocare contemporaneo è sicuramente la console più vecchia che abbia mai provato. E probabilmente la più curiosa. E quella con i controller più strani. E scomodi. Eccetera.

Momento aneddoti da anziano: prodotto nel 1982 da un’azienda americana (la Coleco) che dalla pelletteria decise di passare al mercato dell’intrattenimento digitale, il (la?) ColecoVision era un bello scatolo in plasticone nero che vendette anche parecchio durante il suo primo anno di vita, riuscendo a superare agilmente il milione di copie piazzate. Fu certamente aiutato dal port di Donkey Kong, venduto in bundle con la console, ma la vera figata risiedeva nelle sue espansioni hardware. Con un trabiccolo attaccato davanti, il ColecoVision poteva far girare i titoli disponibili per Atari 2600, uno dei suoi più feroci rivali commerciali. Come se oggi si potesse attaccare alla PS4 un modulo per giocare alle esclusive Xbox One. Probabilmente Microsoft sguinzaglierebbe in tempo zero i picchiatori albanesi, ma tant'è. Ah, l’avventura videoludica di Coleco finì male per colpa della crisi dei videogiochi del 1983 e nel 1985 la società abbandonò definitivamente il settore. Peccato.
Con un trabiccolo attaccato davanti, il ColecoVision poteva far girare i titoli disponibili per Atari 2600.
Ho fatto questa scombussolata digressione introduttiva perché ho notato che le scatole dei giochi per ColecoVision e Atari 2600 sono belle. Belle per davvero, eh. Disegni coloratissimi ed elaborati, con raffigurazioni di scene che magari nemmeno esistono una volta in partita, ma squisitamente paragonabili ai poster vintage dei film, vere e proprie opere d’arte contemporanea.

Mi diverte constatare che illustrazioni come quella presente nello scatolo di Millipede siano persino meglio della grafica presente nel gioco. Vabbè è ovvio, direte voi, ma ragionare su questa cosa a posteriori non è mica così scontato. Oggi le copertine dei giochilli sembrano aver ottenuto una connotazione quasi superficiale, vuoi per il grande boom del mercato digitale (sticazzi della copertina se il gioco per te è un nome su Steam in mezzo a una tonnellata di altri nomi simili), vuoi perché l’informazione — e la consapevolezza — videoludica ha preso giustamente il posto della facciata bellissima e saturata che trent’anni fa contribuiva a far vendere il prodotto.
Adesso i giochi li vediamo su YouTube, li leggiamo online o su carta, li “viviamo” quindi molto prima rispetto alla loro data d’uscita. Certo, nel 1982 esistevano già le prime riviste specializzate, con recensioni e immagini anche molto dettagliate, ma quell'alone di mistero nei confronti dei videogiochi rimaneva e permeava costantemente una generazione videoludica che era aliena, futuristica ed estremamente affascinante. Oggi come ieri.

Questo pezzo nasce un po’ di getto e non approfondisce in maniera minuziosa l’arte delle copertine videoludiche, ma vuole essere un piccolo ragionamento esplosivo sulla deriva artistica visuale che interessa il medium ludico visto da fuori, dalla sua cover che torreggia negli scaffali dei rivenditori. Sarebbe fantastico se l’industria del gioco digitale tornasse sui propri passi per quanto riguarda l’artisticità delle proprie facciate, abbandonando i veloci e pigri sotterfugi che possono implicare l’utilizzo di banali modelli tridimensionali o visioni minimaliste troppo… minimali. Torniamo a vedere copertine intelligenti come quella di ICO (nella sua versione europea), profondamente intrisa di cultura artistico-accademica e ispirata ai lavori immortali di Giorgio de Chirico. Torniamo al bello a servizio del videogiocare. Torniamo a giudicare la bellezza visiva delle copertine, senza esser costretti a girare la confezione.

