Bugie bianche

Storiella sul come siamo abituati ad ascoltare male la musica, con protagonisti un gruppo cow-punk e la miglior band degli anni Novanta.

foto Flickr

Siamo abituati a considerare il consumo di musica come qualcosa di immediato, tutto e subito: non appena ci viene in mente il titolo di un brano che vorremmo ascoltare, apriamo Spotify o Youtube, digitiamo il nome e lo ascoltiamo. Da qualche anno, ormai, questo comportamento ci appare il più normale del mondo, soprattutto nei riguardi di un consumo modello cherry-picking: non la voglia di ascoltare qualcosa tranquillamente, ma il fulmine che ci colpisce al ricordo di una canzone che non ascoltiamo da tempo e che vogliamo subito ricordare.

L’altra settimana ho acquistato alcuni cd-single su Discogs. Mania di completismo e constatazione di un fatto: tra alcune b-sides c’era un brano introvabile altrove. Non su Spotify, non su Apple Music, non sui siti di download illegale e nemmeno su Youtube — quest’ultimo caso è stato la scoperta più sconvolgente. Si trattava di un po’ di materiale dei Wildhearts, molto del quale in internet viene venduto di seconda mano praticamente gratis: è il solito vecchio discorso del cd che non vale niente, tutti si sono buttati sul vinile che è una bolla pronta ad esplodere e probabilmente c’entra anche il fatto che il recupero nostalgico e retro-maniaco degli anni Novanta non è ancora stato compiuto. Sta di fatto che su uno di questi singoli, Anthem, la b-side era la cover di “White lies”, un vecchio pezzo di un gruppo cow-punk che ebbe qualche, piccolissima, fortuna nella metà degli anni Ottanta: Jason & the Scorchers.

Ho una passione folle per i Wildhearts, documentata recentemente anche da un muro di cd pubblicato sul mio account Instagram, e avevo già sentito quella cover suonata dal vivo qualche anno fa in quel di Londra. Conosco benissimo la passione di Ginger e degli altri ragazzi per Jason & the Scorchers e anche l’amicizia che da tempo li lega — tanto che per un certo periodo lo stesso Ginger fu imbarcato in un’operazione chiamata Ginger & the Scorchers. La versione pubblicata come b-side di Anthem però mi incuriosiva, soprattutto perché volevo sapere se anche in quel caso era stato riservato al brano lo stesso trattamento che aveva avuto Endless Nameless, l’album contenente il singolo madre: un delirio di effetti noise e industrial che ne fanno uno dei suicidi più affascinanti dell’industria musicale degli anni Novanta (non è questa l’occasione, ma spero di tornarci più avanti).


Comunque, per ritornare all’abitudine cui ormai siamo sopraffatti nel consumare musica. Il giorno in cui mi è arrivo il pacchetto sono arrivato a casa, l’ho scartato, ho acceso l’impianto stereo, atteso che si aprisse il cassetto, inserito il cd, aspettato che il piatto lo leggesse, schiacciato play e skippato fino alla traccia numero due: “White lies”, appunto.

Mi è sembrato un tempo non lungo, lunghissimo: e per un attimo mi sono chiesto se non era il caso di rippare la traccia e caricarla su Youtube, per averla pronta per la prossima occasione in cui avrei avuto modo di ascoltarla. Ma è stato solo un momento.

In attesa che qualcuno carichi la versione da studio, con tutti i feedback e le esplosioni noise.