Il giornale sbagliato

L’intervista a Renzi, Eugenio Scalfari che attacca e i foglianti che non sanno più che pesci prendere.

Sabato 13 maggio 2017 Il Foglio è andato in edicola con due peculiarità: la prima, una lunga intervista a Matteo Renzi; la seconda: in alcune zone di Italia per apparenti problemi di stampa è uscito dopo essere stato lavato a 90°, e cioè con il formato adottato da Libero e La Stampa, tra gli altri. I caratteri erano talmente piccoli che c’era bisogno di una lente di ingrandimento per leggere gli articoli e, non avendo alcuna lente a portata di mano, ho lasciato quindi perdere l’intervista a Renzi.

Sono tentato di leggerla ora, dopo la segnalazione di Cerasa di cui sopra, che rimanda all’omelia domenicale di Eugenio Scalfari su Repubblica. Il quale Scalfari, a proposito dell’intervista rilasciata dal segretario del Pd al Foglio, scrive:

Infine ci sarebbe da commentare un’ampia intervista a Renzi di Claudio Cerasa, direttore del Foglio, che di per sé è già una notizia: è un giornale che vende poche migliaia di copie e non ha una rappresentanza culturale di assoluto rilievo. Non è il solo nel panorama della stampa italiana. C’è Libero, c’è La Verità, ed altri giornali che non sto a nominare. Si dirà che anche Il Mondo ai tempi di Mario Pannunzio negli anni Cinquanta è passato alla storia del giornalismo nonostante la scarsità delle vendite. È evidente la ragione: Il Mondo aveva una visione culturale della società italiana. Forse ce l’ha anche Il Foglio ma almeno per ora ce ne accorgiamo piuttosto raramente. È chiaro che interviste con Renzi giovano alla bisogna e perciò, caro Cerasa, datti da fare.

Sono contento che Scalfari abbia rinunciato a tenersi cotanta rosicata per sé e l’abbia resa pubblica, con effetto liberatorio. La costruzione, però, è di quelle già viste e ci provoca uno sbadiglio («yawn», come scriverebbe Cerasa): attacco gratuito e senza sviluppo all’avversario in questione, con particolare enfasi sulla mancanza di un progetto culturale; paragone con qualcosa del suo passato (Il Mondo, oggi), ma solo in apparenza; paternale carezza finale all’avversario. Il solito Scalfari, e tanta solidarietà a Calabresi e a chi deve passare in pagina.

Lasciamo perdere Scalfari e torniamo ora al tweet di Cerasa. Avrete capito dove voglio andare a parare, l’alzata ormai è evidente. Sono un lettore del Foglio dalla notte dei tempi, ne ho scritto più e più volte dando l’impressione di essere un fan boy più che un appassionato. Mi considero «fogliante», come in gergo si identificano tra i loro gli appartenenti alla comunità di lettori del Foglio? Probabilmente sì. Il fatto, quindi, è che probabilmente non solo Scalfari avrebbe voluto leggere quella intervista su un altro giornale, ma anche il sottoscritto.

Che l’operazione condotta dal Foglio sia quella di sostituire Renzi a Berlusconi e dunque se stesso nel ruolo di mosca cocchiera di un prossimo governo guidato dal segretario del Pd è evidente a tutti. Mi permetto solo di far notare un paio di cose: che quell’operazione ai tempi di Berlusconi era talmente esplicita da costituirne il punto di forza. Giuliano Ferrara di Berlusconi era stato ministro, di certe battaglie del Cavaliere persino complice e a tutti noi lettori essere considerati berlusconiani in quota Foglio piaceva da matti, fosse solo perché ci distingueva dai berlusconiani in quota altro.

Il berlusconismo del Foglio che fu era un berlusconismo perfettamente in linea non solo con la promessa rivoluzione liberale della allora Forza Italia, ma anche con uno spirito che apparteneva solo a noi lettori. Uno spirito sbarazzino e libertario (pop?), in grado di mischiare Lucio Coletti, Gianni Beget Bozzo, dotte disquisizioni sulla dottrina cattolica, innamoramento per Benedetto XVI, il liberissimo mercato, e fotografie di fellatio (dovrei avere da qualche parte il numero dove apparì quest’ultima, accompagnato da un editoriale siglato con l’elefantino). Un insieme di generi e fatti che, codificandosi informalmente, ha col tempo definito una intera comunità di lettori.

Quello che da più di un anno ogni mattina noi lettori ci troviamo apparecchiato è solo un lontano parente del menù che fu; e non solo per il cambio del direttore, ma anche per l’evidente cambio di linea editoriale (dico volutamente editoriale e non «politica», ciò di cui mi fregherebbe nulla). Di tutta quella giocosità e di quell’intellettualismo in Renzi e nei suoi uomini — per non parlare del Pd, che di quell’atmosfera era il nemico giurato — non v’è nulla. Ed è quindi difficile che una redazione di giovani e valorosi millenials riesca a cavare del — come si suol dire — sangue dalla rapa renziana. E poi c’è anche questo, certo: c’è che noi vecchi foglianti eravamo e siamo snob, molto snob; e ci dispiacerebbe finire accomunati con la generazione di renziani ruspanti, gente che non vedeva l’ora di avere un Berlusconi in piccolo tutto per sé, e che dei peones di Forza Italia ha ereditato tutti i peggiori difetti (moltissimi) ma non il pregio della leggerezza.

Caro Cerasa, forse quell’intervista avremmo voluta leggerla anche noi su un altro giornale. E sul tuo, una bella esegesi dell’intervista stessa: perché il ruolo della mosca cocchiera è ben diverso da quello del megafono. È un ruolo per definizione più sfigato, probabilmente non è prodromico ad andare a dirigere il Corriere della Sera; ma per noi lettori era infinitamente più divertente.