Come il Giappone ha influenzato l’Occidente

Introduzione

Negli ultimi due secoli, da quando noi occidentali abbiamo “scoperto” il Paese del Sol Levante ne siamo stati subito affascinati. La sua cultura, fatta di tradizioni, arte, architettura e letteratura entrò in contatto con la nostra e la influenzò prepotentemente.
Il motivo di questa tesina è capire quali sono stati i cambiamenti e le influenze maggiori date dalla “scoperta” di meraviglioso Paese.
Sono sempre stata affascinata dal Giappone, oltre che per i suoi paesaggi incantevoli, anche dal fatto che lì tutto è diverso, ad esempio mantengono in vita alcune tradizioni come la Cerimonia del tè (Chanoyu), sono legati ancora alla tradizione, mentre noi queste usanze le abbiamo perse.

GIAPPONISMO, HOKUSAI

Il giapponismo è un termine coniato nel 1873 dall’abile incisore francese Philippe Burty, per indicare l’attrazione e l’interesse degli artisti, soprattutto francesi, verso l’arte del Sol Levante. Il giapponismo cominciò improvvisamente tra gli anni ’50 e ’70 dell’Ottocento, con la moda di collezionare opere d’arte giapponesi.
Nel 1868 il Giappone, in seguito alla Restaurazione Meiji[1], finì il suo lungo periodo di isolamento e aprì le porte all’occidente scoprendo così nuove tecniche artistiche, per la stampa e la fotografia. In seguito a questo avvenimento i collezionisti, gli scrittori e i critici d’arte europei intrapresero molti viaggi nell’Estremo Oriente.
Uno dei viaggiatori più importanti fu l’italiano Enrico Cernuschi. Quando tornò a Parigi possedeva una collezione di bronzi, sete, porcellane, libri illustrati e oggetti d’arte provenienti dall’Oriente. Dopo il suo viaggio in Giappone tra il 1873–74 Cernuschi organizzò una gigantesca mostra d’arte orientale al Palais de l’Industrie. Fondò il Museo Cernuschi a Parigi, che ancora oggi contiene opere orientali.
Questa passione per l’arte giapponese, soprattutto per le stampe ukiyo-e[2], non avrebbe avuto luogo se queste non fossero arrivate in Olanda tramite la Compagnia delle Indie, per poi diffondersi in tutta Europa. Queste stampe rappresentavano scene di vita quotidiana che erano caratterizzate da colori piatti e dall’assenza del chiaroscuro, dal dinamismo e dalle linee semplici e sinuose date dall’idea di movimento. Altri aspetti fondamentali di queste stampe era il taglio fotografico e la prospettiva, ma soprattutto l’interesse per la figura femminile e per l’elemento dell’acqua.
Alla fine del 1800 il tè proveniente dal Giappone veniva trasportato attraverso le navi in pacchi di iuta e come carta di imballo venivano utilizzate le prove mal riuscite di ukiyo-e.
Alcune di queste stampe finirono in mano a degli artisti europei che rimasero affascinati dalle tecniche di pittura degli artisti del Sol Levante. Queste stampe e queste nuove tecniche influenzarono il modo di interpretare le realtà e il modo di dipingere di molti artisti, tra i quali gli impressionisti francesi Degas, Renoir, Monet, Manet e Pissarro, il viennese Klimt e l’olandese Van Gogh. Costoro si ispirarono agli artisti giapponesi Utamaro e Hokusai.
Le prime stampe ad arrivare in Francia furono quelle dell’artista giapponese Hokusai.
Katsushika Hokusai (1760–1849) fu uno dei più versatili e innovativi pittori-illustratori del periodo Edo (l’antica Tokyo). Divenne famoso in Europa e Nord America alla fine del XIX secolo per le sue innumerevoli stampe ukiyo-e, come La Grande Onda di Kanagawa.

Katsushika Hokusai, La Grande Onda di Kanagawa, 1830–1831, xilografia, Biblioteca del Congresso negli USA

Ampliò l’ambito degli ukiyo-e disegnando cortigiane, attori di teatro, paesaggi e illustrò racconti umoristici; possiamo dire quindi che Hokusai disegnava quello che la realtà gli offriva.
 Alcune delle stampe che realizzava erano colorate e altre erano in bianco e nero.

Katsushika Hokusai, Quartiere Sumida di Tokyo, ukiyo-e, 1805

Fu conosciuto anche per il suo Hokusai manga ovvero una raccolta di tutti i suoi schizzi, che comprende 15 volumi, pubblicati tra il 1814 e il 1878. Inizialmente doveva essere una raccolta di solo 10 volumi, ma la richiesta popolare di altri volumi era troppo alta, quindi decise di farne altri.
Questi venivano chiamati schizzi vari al di fuori del Giappone. Dipingeva gente della quotidianità solo per il puro “capriccio” di disegnare. Da questo capriccio nascono i manga che significano proprio immagini capricciose.
Hokusai chiamò Manga la sua collezione più famosa delle sue stampe. In questi schizzi la cosa che colpisce di più sono lo studio del movimento e delle smorfie dei volti che appaiono buffe, si pensava infatti che il termine manga potesse essere sinonimo di disegno comico o cartoonesco.
Quando gli europei vennero a conoscenza nel tardo XIX secolo dello Hokusai manga ne rimasero subito estasiati e affascinati dalla rappresentazione della vita quotidiana del lontano Giappone.
Il termine manga però non fu coniato da Hokusai, ma fu utilizzato da altri pittori, precedenti a lui.
All’inizio del XIX secolo quando il termine si diffuse, veniva utilizzato principalmente per un’ampia gamma di disegni. I disegni di carattere comico erano chiamati giga oppure tobae.
 I tobae, chiamati così per il monaco buddista Toba Sōjō, rappresentavano figure con facce rotonde e arti innaturalmente lunghi.
Dopo il 1842 i giga divennero oggetto di grande attenzione, quando le stampe di bellezze e attori, così come le stampe erotiche, furono sottoposte a crescenti restrizioni governative.
 Per tutto il XX secolo il termine denotò disegni umoristici, caricature, vignette e infine narrativa grafica.

Hokusai manga, Studio degli animali, Hokusai Manga, Studio di animali
Hokusai manga, Studio di uomini
Hokusai manga, Studio della natura

A partire dagli anni Settanta, fuori dal Giappone, il termine manga significava narrativa modellata sul romanzo, ma sotto forma di fumetto, che unisce disegno e parte scritta attraverso un’ampia gamma di nuvolette, pittogrammi, font ed effetti sonori resi graficamente.
 Nel Giappone del XIX secolo fu l’equilibrio tra volgare e stravagante, insegnamento e intrattenimento che rese possibile ad Hokusai di diventare famoso con il suo Hokusai manga.

Quindi possiamo dire che gli ukiyo-e sono come manga e che i manga sono come ukiyo-e?
 Gli ukiyo-e, l’arte della gente comune, hanno anticipato le tecniche fumettistiche moderne, nell’espressione dei movimenti. Le differenze che possiamo trovare tra i manga del passato e quelli contemporanei sono ad esempio le “nuvolette”, che sono usate nel fumetto contemporaneo come forma di dialogo tra personaggi, mentre nel passato venivano utilizzate più per raffigurare il flusso di pensieri. Sono presenti anche le “linee di movimento”, scontate per i fumetti contemporanei, mentre venivano utilizzate raramente nel passato; erano linee puramente astratte e simboliche che servivano a suggerire gli eventi naturali, come il vento e la pioggia.

I manga di Hokusai erano più volumetti didattici per disegnatori dilettanti che riportavano immagini monocromatiche raffiguranti animali e persone.
 I manga di Hokusai influenzarono sia i manga odierni che le animazioni americane, in particolare quelle di Walt Disney.

Quindi sì, si può dire che gli ukiyo-e sono come i manga.

POETI GUERRIERI: D’ANNUNZIO E SHIMOI

Un altro personaggio importante che, come Hokusai, permise all’Europa a fine ‘800 inizio ‘900 di conoscere il Giappone fu Harukichi Shimoi, poeta, letterato, docente universitario, traduttore di Dante e di D’Annunzio.

Shimoi è noto anche con il soprannome di “Samurai di Fiume” per aver partecipato all’occupazione fiumana del 1919–1920.

Era nato a Fukuoka nel 1883 da un’antica e nobile famiglia di samurai, e dopo gli studi in Giappone, si era trasferito in Italia all’età di trentadue anni, con lo scopo di studiare Dante e insegnare la sua lingua all’Istituto Orientale di Napoli. Nel lungo periodo trascorso a Napoli, Shimoi fondò una rivista, Sakura, che si basava sullo studio della cultura giapponese.

In Italia è stato completamente dimenticato, ma non in Giappone. Fu lui che permise al Sol Levante di scoprire i testi di D’Annunzio.
 Non si sa in quali circostanze Shimoi e D’Annunzio si incontrarono, ma la loro amicizia si accese sicuramente sotto le armi, ed entrambi condivisero fino in fondo la fede nell’ideale estetizzante del “poeta guerriero”.
 
Una cosa però è certa, D’Annunzio fin da giovane si era innamorato della cultura nipponica, infatti nel Vittoriale possiamo trovare molte “giapponeserie” tra cui porcellane, soprammobili, kimoni, stoffe, stampe…

Il 3 novembre del 1918, Harukichi Shimoi fu uno dei primi ad entrare in Trento liberata, e andò, con la coccarda tricolore sul petto, sotto il monumento dedicato a Dante.
 Non fu l’unica battaglia a cui partecipò Shimoi, infatti con la fine della Prima Guerra Mondiale, insieme al suo stimatissimo amico e comandante D’Annunzio, si recò nella città di Fiume il 12 settembre 1919 per occuparla. Al termine della Prima Guerra Mondiale l’Italia chiese di annettere Fiume al territorio italiano, in netto contrasto con il Patto di Londra del 1915, fatto tra il governo italiano e la Triplice Intesa (Gran Bretagna, Francia e Russia) che avevano assegnato Fiume alla Croazia. Gli italiani non erano d’accordo. A questo punto D’Annunzio e Shimoi, con il sostegno di Benito Mussolini, procedettero all’occupazione del territorio (che durò per circa 16 mesi) proclamandola unita all’Italia. Nel 1920 con il trattato di Rapallo, Fiume fu dichiarata stato libero e indipendente, ma D’annunzio non lo riconobbe. Ci furono innumerevoli scontri; la questione si concluse solo nel 1924 con gli accordi di Roma in cui la Iugoslavia riconosceva Fiume come territorio italiano, in cambio di Porto Barosa e del Delta.

A Fiume Shimoi fu accolto con grande entusiasmo dai legionari, tanto che D’Annunzio pronunciò un discorso di benvenuto in suo onore: “Da Fiume d’Italia, porta d’Oriente, salutiamo la luce dell’Oriente Estremo”.

Insieme, Shimoi e D’Annunzio organizzarono nel 1920 l’impresa del volo Roma-Tokyo, alla quale tuttavia non parteciparono in prima persona.

Dopo l’impresa fiumana e il volo Roma-Tokyo, Shimoi aderì al Fascismo partecipando anche alla Marcia su Roma. Questo probabilmente fu uno dei motivi per cui è stato dimenticato da noi italiani.
 In questo nuovo movimento riconosceva alcuni punti in comune con l’etica del Bushido[3].
 Tornato nella sua città natale divenne divulgatore degli ideali e della cultura italiana, facendo conoscere i grandi della letteratura come Dante Alighieri; proprio in onore del poeta della Commedia fu costruito a Tokyo un tempio.
 Il cuore di Harukichi Shimoi si fermò nel 1954 all’età di settantuno anni.

L’ESOTISMO IN D’ANNUNZIO

Come già accennato prima, D’Annunzio era appassionato del mondo nipponico, perché intorno al 1884–86 in Italia, in particolare a Roma, arrivò la moda degli oggetti artigianali giapponesi.

D’Annunzio non si limitò a collezionare prezioso artigianato giapponese: egli fu anche influenzato dalla letteratura nipponica, e per un breve periodo si dedicò alla composizione di opere che riprendevano le caratteristiche della poesia giapponese. D’Annunzio cercò di riproporre in italiano la struttura del haiku.
 L’ haiku è la tipica forma poetica giapponese di soli tre versi -quinario, settenario e quinario- derivata per semplificazione da un componimento precedente, il tanka.
 Questo interesse per la poesia giapponese si colloca in particolare tra il 1885 e il 1890, quando il poeta era ancora giovane. Il 14 giugno 1885 D’Annunzio pubblicò una serie di composizioni poetiche, tra cui Outa occidentale, composto in struttura tanka, ovvero cinque versi disposti secondo lo schema 5,7,5 / 7,7 senza rime.

Outa occidentale è diviso in due parti; i primi tre versi formano la strofa superiore, mentre gli altri due formano quella inferiore. Le due parti devono produrre un effetto contrastante tra loro. Outa occidentale è l’unica opera dannunziana ispirata al mondo giapponese; D’Annunzio fece questo “esperimento letterario” perché riteneva importante assorbire elementi nuovi e diversi, e questo testimonia il suo interesse per ciò che è esotico.

Nella forma pubblicata per la prima volta, la poesia presenta 12 strofe, quindi 31 sillabe in 5 versi ma in rima, elemento che nella poesia giapponese non c’è.

“Guarda la luna
 tra li alberi fioriti;
 e par che inviti
 ed amare sotto i miti
 incanti ch’ella aduna.
Veggo da i lidi
 selvagge gru passare
 con i lunghi gridi
 in vol triangolare
 su’l grande occhio lunare.
Veggo pe’l piume
 le donne entro i burchielli
 vanno su’l fiume,
 dati all’acqua i capelli,
 tra i gridi delli uccelli.”

Le immagini che ci descrive sono notturne e oniriche: amanti che navigano di notte a bordo di burchielli lungo il fiume, passando sotto i rami degli alberi in fiore, illuminati dalla luce della luna, mentre in alto nel cielo si vedono volare delle gru.

“Tende ogni amante
 all’amante le braccia
 e a sé l’allaccia
 entro la bianca traccia
 de l’astro radiante.
Oh di roseti
 profondi laberinti
 ove i poeti
 in giacigli segreti
 stanno alle belle avvinti!
I tuoi capelli
 sciolti hanno il fresco odore
 dei ramoscelli,
 che ondeggian lenti, in fiore,
 con sommesso romore.
La tua man breve,
 passando, i fiori coglie:
 per tra le foglie,
 tra i calici di neve
 una farfalla, lieve.”

In questo poema si riconoscono innumerevoli immagini orientali e giapponesi che sono contrapposte ad altre immagini di derivazione diversa: gli amanti che abbracciano le donne i cui capelli sciolti scivolano sull’acqua, i fiori che ricordano quelli di un ciliegio o di un pesco e le mani della donna che colgono i fiori vengono paragonate alle esili farfalle.
 Nella versione de La Chimera, D’Annunzio espone la sua motivazione per il tipo di composizione e spiega la scelta della forma poetica con una citazione:

“Leggendo l’elegantissima traduzione che Judith Gautier ha fatto di talune poesie giapponesi, tentai di riprodurre in italiano la struttura di una outa; ed aggiunsi le rime… La più elementare forma di poesia giapponese è la strofa di cinque versi, di cui il primo è di cinque piedi, il secondo di sette, il terzo di cinque, e di sette gli altri due. In complesso, trentun piedi.”

Gabriele D’Annunzio, Versi d’amore e di gloria, cit., 1989

Altro poeta che non ha esitato a scrivere con una forma poetica orientale fu Giuseppe Ungaretti.
 Scrisse con la forma haiku, ma diversamente da D’Annunzio non affronta tematiche orientali, ma tematiche di guerra come nel “Porto sepolto”, dove alcune delle poesie contenute nella raccolta possono essere classificate come haiku.

NASCITA DEL MOVIMENTO MODERNO

Alla fine del periodo di chiusura del Giappone, in Europa e Stati Uniti si stava manifestando un processo di trasformazione, ovvero quello di rompere i legami con la tradizione e di mutare ed elaborare nuovi stili per fare architettura. Questo aveva spinto molti architetti a ricercare forme semplici, strutture leggere e flessibili in modo da interagire meglio con l’ambiente nel quale venivano inserite. Nasce così il Movimento Moderno, di cui fanno parte architetti come Frank Lloyd Wright, Ludwing Mies Van der Rohe, Le Corbusier, Alvar Aalto e Walter Gropius.
 Alcuni di questi architetti, come Gropius e Wright, quando arrivarono in Giappone capirono che essi avevano adottato da sempre queste “nuove” caratteristiche e capirono quanto fosse importante la loro architettura.

In occasione della realizzazione della Sala della Fenice, ovvero il padiglione che doveva rappresentare il Giappone nel 1893 in occasione dell’Esposizione di Chicago; fatto di soli pilastri che sorreggevano un ampio tetto sporgente, senza alcun muro portante, Wright capì che era giunto il momento di rompere con la tradizione e di orientarsi sugli ideali del modernismo.

Realizzò tra il 1936–39 la sua opera più famosa, la Casa sulla Cascata — Fallingwater — commissionata da Edgar J. Kaufmann, situata sul torrente Bear Run nei boschi della Pennsylvania.

Frank L. Wright, Fallingwater, 1936–39, Pennsylvania

Fallingwater è divenuto sinonimo di equilibrio tra architettura e arte, grazie alla continuità tra interno ed esterno provocata anche dall’uso dei materiali: pavimenti rivestiti in pietra così come i muri, il camino del grande soggiorno-pranzo che è incassato nella roccia.

La Casa sulla Cascata è disposta su tre livelli.
 Gli ambienti abitabili sono pieni di luce e spaziosi e si affacciano sul torrente. Nel primo piano è possibile andare in due direzioni diverse con l’aiuto delle terrazze esterne; la prima da sul lato monte, la seconda sovrasta le rocce e il torrente. Le camere al piano superiore hanno tutte una terrazza.
 Nel 1939 fu costruita la casa per gli ospiti, situata più in alto rispetto alla Fallingwater, sono collegate da un percorso coperto a semicerchio.
 All’interno di questo edificio possiamo trovare innumerevoli elementi che richiamano lo stile giapponese come la continuità tra interno ed esterno, gli spazi luminosi e vuoti e poi l’elemento del camino incassato nel muro del soggiorno; nelle case del tè giapponesi venivano messi al centro della sala principale in modo da rendere partecipi tutti nelle attività che si svolgevano.

Fallingwater, particolare camino

Altro architetto che riprese elementi orientali fu Mies Van der Rohe con i suoi edifici privi di pareti portanti, diventato famoso per il Padiglione di Barcellona fatto per l’Esposizione Internazionale di Barcellona, in Spagna nel 1929, e conosciuto principalmente per Casa Farnsworth.

Casa Farnsworth è considerato uno dei capolavori del Movimento Moderno.

Fu commissionata dalla dottoressa Edith Farnsworth come casa per il weekend, realizzata tra il 1950–51 a Plano, Illinois.

Ludwing Mies Van der Rohe, Casa Farnsworth, 1950–51, Illinois

La struttura dell’edificio è molto semplice, si compone solo di due piastre orizzontali, un pavimento sospeso a 1 metro da terra e un solaio, che è sostenuto da otto pilastri d’acciaio verniciati di bianco. La casa è rivestita totalmente da semplici lastre di vetro, che rendono l’edificio trasparente su tutti e quattro i lati.

L’interno è un vasto open space privo di murature, impreziosito dai pavimenti in travertino; al centro troviamo un unico spazio che contiene la cucina a nord, i bagni ad est ed ovest separati da uno spazio di servizio e un camino a sud. Uno stanzino nell’angolo sud-est delimita la zona notte senza chiuderla. Il locale soggiorno, che si estende davanti al camino, ha la vista sul fiume.

Casa Farnsworth, particolare nord

Le lastre del tetto e del pavimento evidenziano gli angoli completamente vetrati e trasparenti del locale.
 Mies non ha progettato nessun impianto di condizionamento, perché la ventilazione si può regolare aprendo la porta d’ingresso e due finestre situate alla base del muro est, all’altra estremità della casa.

Tutti gli elementi utilizzati da Mies sono moderni e semplici, realizzati però tutti con metodi artigianali, come la verniciatura bianca, mascherano le origini industriali dell’acciaio, mentre allo stesso tempo trasformano i pilastri portanti in qualcosa che assomiglia alle colonne classiche.

Anche lui, come Wright, riprende ancora di più il tema della continuità tra interno ed esterno con le vetrate, l’elemento del camino sempre ricorrente, e a differenza di Wright, Mies riprende il concetto open space destrutturato proprio come negli edifici giapponesi tradizionali.

MIO PROGETTO: introduzione

Il mio progetto riprenderà alcune delle caratteristiche dei due architetti moderni, come ad esempio il concetto di open space e della semplice struttura, ma a differenza loro andrò a ricercare gli elementi dell’architettura tradizionale giapponese.

Che cos’è l’architettura tradizionale giapponese?
 Si può dividere in tre semplici filoni:
 -lo scintoismo (shinto) e l’architettura dei templi shintoisti;
 -il buddismo Zen (zenshu) e l’architettura dei templi e dei giardini Zen;
 -la cerimonia del tè (chanoyu) e l’architettura delle case del tè (chanshitsu).

I templi shintoisti, i templi e giardini zen e le case del tè rappresentavano l’universo estetico tradizionale. Veniva utilizzata un’architettura squadrata, sobria, anti-decorativa e simbolista, tuttavia l’architettura tradizionale giapponese comprende anche opere di grande ricchezza decorativa.

Il mio progetto sarà un misto di elementi della casa del tè come:
 -il giardino del tè (roji)
 -l’ingresso alla casa del tè (nijiriguchi), la porta quadrata era così bassa e piccola tanto che gli ospiti dovevano chinarsi per entrare. esistono molteplici leggende sull’origine di questa porta, una di queste era che la piccola entrata costringerebbe anche un generale a lasciare la sua spada sulla soglia per passarci attraverso. Così da distaccare la realtà: gli ospiti lasciano al di fuori le rispettive condizioni sociali e interagiscono come se fossero tutti uguali.

Andrò a realizzare una terme che sarà collocata sul Lago Sorapis a Cortina D’ampezzo.
 Ho scelto questo luogo di montagna proprio per far emergere quell’elemento della casa del tè, ovvero quello di lasciar fuori la realtà, anche se per un breve periodo, e di abbandonarsi totalmente al paesaggio in modo da potersi purificare e rilassare.

BIBLIOGRAFIA

- Andrea Cionci, Il samurai di Fiume, in <<La stampa>>, 2017

- Jacqueline Berndt, Manga Hokusai Manga: il fumetto italiano legge il maestro, Istituto Giapponese di Cultura, 2017

- G. Langella, P. Frare, P.Gresti, U. Motta, letteratura.it, Pearson
 
SITOGRAFIA

- LILITHF, Haiku in Italia, in https://haikusparsi.wordpress.com/2014/10/31/559/, 31 ottobre 2014

- Claudia De Luca, Farnsworth House la casa di vetro di Mies Van der Rohe, in Things I Like Today, 16 febbraio 2017 
 http://www.thingsiliketoday.com/farnsworth-house-casa-di-vetro/

- Junko Kawakami, Dentro uno Chashitsu: Storia e Magia delle Case del Tè Giapponesi, in Houzz, 16 aprile 2016 
 https://www.houzz.it/ideabooks/63976118/list/dentro-uno-chashitsu-storia-e-magia-delle-case-del-te-giapponesi

[1] Tra il 1853–68 ci fu un radicale cambiamento nella struttura sociale e politica del Giappone che riconsegnò il potere all’imperatore dopo secoli di dominio da parte degli shogun (dittatori militari che governarono il Giappone);

[2] Letteralmente significa “mondo fluttuante”; è una stampa giapponese su carta impressa con matrici di legno, fiorita nel periodo Edo, tra il XVII e il XX secolo;

[3] letteralmente significa la “via del guerriero”, è l’insieme delle norme delle discipline morali e marziali che erano presenti in Giappone nei secoli di cavalleria e feudalesimo, dopo la restaurazione imperiale il bushidō venne identificato come patriottismo, non solo della classe militare ma di tutta la nazione.