Rebirth

Cohousing per Milano

la “nuova” Milano

Introduzione

La Seconda Guerra Mondiale è finita e le nazioni, distrutte dai bombardamenti, sono pronte a ricostruire il mondo che si era perso negli anni precedenti.

Le grandi città sono già in movimento, riemergono dalla polvere e dalle macerie mattone dopo mattone, si modificano e innescano fenomeni urbani che avranno ricadute non solo sulla forma della città ma anche e soprattutto sulla vita dei suoi abitanti.

Milano, la mia città, è la protagonista della mia tesina: come ha saputo interpretare il fermento di quegli anni? Quali fenomeni ne hanno modificato in maniera decisiva l’aspetto e hanno contribuito alla crescita?

Urbanità… tra urbs e civitas

Occorre innanzitutto definire il concetto di città per chiarire il metro di giudizio con cui misurarla.

La città si manifesta secondo una duplice forma, quella urbana e quella civile [la prima intesa come luogo fisico (urbs), la seconda intesa dal punto di vista sociale (civitas) di chi la abita] ed è il sapiente equilibrio tra i due (urbs e civitas): la gentile tensione tra “materiale” e “spirituale” a cui ogni buon urbanista deve ambire nella «difficile arte di fare città», quel carattere cortese ed educato che dovrebbe animare la città in quanto luogo privilegiato dei rapporti sociali, del vivere urbano e civile. Non è un caso che i termini incivile, inurbano, cafone e villano derivino da ciò che un tempo era al di fuori delle mura.
Inquadrare la città attraverso i suoi caratteri essenziali è indispensabile per comprenderne il valore ma soprattutto per provare a disinnescare un processo di disamoramento iniziato nel XIX secolo [prima con la dissoluzione della “città chiusa” e la formazione della “città industriale”, poi con la formazione della “metropoli matura”] che ha portato il cittadino a sentirsi estraneo, impotente davanti ad una crescita urbana rapida e impulsiva [dettata più da logiche corporative che da bisogni collettivi] a cui non è riuscita a tenere il passo la crescita civile. Cogliere l’importanza di questo equilibrio significa ritrovare fiducia nella città, nel suo potere generativo, capirne la complessità e accogliere criticamente le seducenti panacee che nelle decadi si sono susseguite (utopie igieniste, Garden City, Smartcity, Green City…).[1]

I tre squilibri

La città è come un’enorme macchina che, se mal manutenuta, non permette quella crescita relazionale auspicabile e necessaria alla sua vitalità. Muovendosi attraverso questa similitudine azzardata, ho individuato nella “macchina Milano” tre principali fonti di squilibrio tra urbs e civitas evidenti dal secondo dopoquerra a oggi:


Spazialità aperta

La prima è data dalla mal interpretazione della spazialità aperta in città diffusa/dispersa (sprawl) che ha messo in crisi i “buoni rapporti di vicinato” pensando che la sola qualità urbana [banalizzata in “verde”, “privacy”, “tranquillità”, etc…] potesse sostituirsi a quella civile. Il risultato è stato, al contrario, l’annullamento della forma civile della città [“recinzioni”, “telecamere”, “antifurto”, “filo spinato”, “residence”, etc…]. [2]

tessuto urbano di Milano: frammentato nella metropoli, unitario in città

Politiche urbanistiche

La seconda è data dalle politiche urbanistiche che, come già accennato in precedenza, sono dettate più da logiche corporative che da bisogni collettivi. I progetti di disegno urbano su vasta scala sono ormai prerogativa degli investitori privati che, comprensibilmente, ricercano il profitto come unica finalità di investimento. A tale scopo hanno troppo spesso ricevuto manforte dalle grandi firme architettoniche, utilizzate per sancire l’indiscutibilità di alcuni progetti, in deroga a qualsiasi regolamento. [1]

Expo Village a Cascina Merlata

Integrazione

Infine il tema dell’integrazione, a cui la città ha sempre risposto molto lentamente fin dai primi fenomeni migratori confondendolo con il tema dell’accoglienza e creando un cortocircuito tra inserimento e integrazione che ha portato puntualmente a chiusure con derive di ogni genere, anche razziste. [3]

vecchi e nuovi migranti

La risposta

L’idea progettuale, in risposta alle criticità evidenziate, è la realizzazione di un cohousing: una pratica già largamente diffusa in Nord Europa che consiste in un complesso abitativo capace di far dialogare spazio privato e spazio pubblico attraverso la condivisione di servizi, attrezzature, funzioni.
Pur essendo una progettazione su scala ridotta, i principi in esso contenuti, rivolti alla collettività, possono propagarsi su una scala territoriale più vasta, andando ad incidere sia sull’urbs [come strumento connettivo] che sulla civitas [come occasione di socialità] restituendo alla città l’equilibrio necessario: una “città nella città”.

In favore della fattibilità di questa pratica è bene evidenziare come il cohousing sia vantaggioso anche come investimento per soggetti privati, come dimostrato dal progetto 8House realizzato dallo studio danese BIG: nei progetti di cohousing, le tipiche unità abitative di dimensioni contenute, [in favore delle aree comuni] permettono da una parte la riduzione dei costi di realizzazione e dall’altra l’accessibilità economica alle classi meno abbienti.

8House

Costruito a forma di “otto”, l’edificio è rigorosamente studiato per offrire il massimo.
Le residenze private, tipologicamente molto varie, sono collocate in cima, permettendo i residenti di godere di una vista privilegiata sul territorio circostante e di aria pulita. Ai piani inferiori invece sono inseriti i servizi comuni e un apparato commerciale che instaura un rapporto di reciprocità direttamente con il tessuto urbano. Molto interessante è l’inserimento di un percorso ciclopedonale che corre lungo le terrazze per tutto lo sviluppo dell’edificio: una connettività sociale orizzontale garantita dall’interazione delle strade del quartiere con piacevoli rampe che rendono accessibili i percorsi interni anche ai non residenti.


Urban Village Bovisa

Il primo progetto di cohousing a Milano. Accoglie una trentina di famiglie, le cui residenze private si affacciano tutte su un cortile esterno comune di 400 mq. Condividono cucina comune, sala hobby, lavanderia, giardino con orto e piscina coperta con solarium.


Cohousing Chiaravalle

Progetto più recente che prevede il recupero di una cascina del 1600, di fronte alla famosa abbazia di Chiaravalle, con sistemi innovativi dal punto di vista energetico, quindi impianti di clima a costo zero, utilizzando il potere termico delle acque depurate destinate all’irrigazione, garantendo così il rispetto dell’ambiente e il massimo risparmio energetico. Per quanto riguarda gli spazi comuni, viene chiesto agli stessi “cohouser” la progettazione di quest’ultimi, quindi si ha anche la possibilità di creare i spazi comuni inediti e personalizzabili.

Bibliografia

[1] Giancarlo Consonni, La difficile arte. Fare città nell’era della metropoli
[2] Jane Jacobs, Vita e morte delle grandi città
[3] John Foot, Milano dopo il miracolo. Biografia di una città