L’uomo delle caverne

L’uomo protese il viso verso l’orizzonte per fermarsi a scrutare le prime montagne che galleggiavano fra le nubi del tardo autunno. Alzò il capo con lo sguardo fiero e penetrante come se tutto quello che aveva davanti gli appartenesse. Ma la realtà era un’altra.

Non gli apparteneva nulla, e lui non apparteneva a niente.

Il sole stava morendo, svogliato, senza la spinta per un ultimo grido di colore. Sta arrivando il freddo. Poi sarà il gelo - bortottò infastidito - mentre un’invisibile mano ghiacciata gli accarezzò lla schiena. Il fischio del vento lo stava invitando a muoversi, ma non se ne accorse, occupato com’era a sorvegliare lo spazio circostante. 
Inspirò profondamente un paio di volte, fiutando l’aria come un animale in attesa di un pericolo, poi sputò fra i piedi, scosse la testa, e sprigionò un lungo lamentoso sospiro: neppure il pensiero dell’accogliente tepore che avrebbe trovato nella sua dimora lo fece star meglio. 
Il percorso per ritornare a casa, alla sua tranquillizzante caverna, era lungo quel tanto che gli permettesse di elaborare qualche pensiero dopo un altro giorno di ordinaria vita selvaggia.

Non era di buonumore, e come poteva esserlo quando era costretto ogni santo giorno a condividere tempo e spazio con i suoi simili… Simili? Lui in realtà li sentiva così diversi, al punto che lo avevano reso cinicamente attento nel salvaguardare la propria esistenza in un mondo dove i deboli non contavano nulla.
Doveva arrivare all’imbrunire per accorgersi, ogni giorno di più, di quanto si sentisse come una belva costretta ad affilare i propri artigli per potersi garantire all’indomani un minimo di spazio vitale, fra altri animali disperati.

Si passò una mano sul viso ispido catturando, nello stesso istante, l’ombra di un uccello che -gracchiando in volo sulla sua testa- lo fece sobbalzare. 
Lo maledisse alzando un pugno al cielo, accompagnato da un sordo ma rabbioso mugugno. Si guardò intorno girando la testa con rapidi scatti come se temesse l’improvviso attacco di qualcos’altro, quella minaccia che percepiva quando si trovava a dover fare i conti con la presenza di altri essere umani.

Col tempo aveva affinato il suo innato istinto di cacciatore solitario: aveva imparato la lezione di dover far affidamento solo sulle sue forze, sul suo rabbioso istinto di conservazione, e di poter bastare a se stesso, per sempre.

Non possedeva molto, non gli importava neppure di avere un nome, poteva contare solo sul suo sangue. Aveva le gambe, le mani, gli occhi, il naso, le orecchie, la bocca, i tendini, il cervello e quel martello nel petto che lo faceva riflettere sulla provvisorietà della vita. I suoi fidati compagni di viaggio.

E di chi altri poteva fidarsi per rendere meno dura la sua sopravvivenza?

Proseguì ciondolando sul terreno sconnesso, si strinse nelle spalle come per ripararsi da un nemico impalpabile mentre altri uccelli, generati dal nulla, navigavano nel cielo fattosi velocemente color piombo elettrico.
Ah, gli uccelli! Poter avere le ali ed esser libero come loro. Ecco uno dei pensieri che lo irritavano, al punto da sentire sempre un sordo dolore che gli torceva le budella per poi salire fino a fargli stringere i denti dalla collera compressa nelle vene.

Poteva avere tutta la libertà possibile.

Allore perché si sentiva incollato come una mosca a una ragnatela? Perché l’idea di libertà era qualcosa di molto vago, indefinito, evanescente, come il volo degli uccelli già inghiottiti dalle fauci di quell’orizzonte incolore.

Annegato nei suoi pensieri colorati di angoscia, sospirò terminando con un colpo di tosse mentre una raffica di aria fredda, profumata di ghiaccio, fece alzare davanti a lui un vortice di polvere e fogliolame, facendolo imprecare contro tutto l’universo. 
Accelerò il passo, indispettito, andando a finire con un piede in una pozza d’acqua, nascosta da un sottile strato di foglie. Emise un borbottio lamentoso parzialmente soffocato dal pezzo di tessuto che si era messo davanti alla bocca per ripararsi dal freddo avanzare dell’imbrunire, col vento che ora si era animato di potenti frustate generate da mille spiriti maligni ululanti.

Lontano, sui monti, una vorticosa spirale di fumo saliva solleticando la corsa delle nuvole impazzite.

Fumo.
Fuoco.
Fiamme.

Il pensiero -che meravigliosa visione- lo portò al fuoco della sua tana e già si vedeva con le mani stese sui ceppi di legna ardente, con le saette roventi che schizzavano dal basso a bruciacchiargli persino i peli delle braccia.
Cominciò a correre spinto da un’insaziabile forza, come se alle spalle un branco di bestie infernali lo volesse ghermire e trascinarlo in un baratro dove poterlo scannare. Ansimante e con il cuore che balbettava sotto la pressione incontrollata del sangue, giunse alla sua dimora catapultandosi dentro.

Un silenzio che odorava di gelo lo avvolse come una veste invisibile mentre l’istinto di sopravvivenza gli fece dilatare le narici per scoprire se qualcuno aveva violato la sua intimità. No, nessuno aveva osato tanto. Ad ogni modo era pronto ad affrontare qualsiasi intrusione. Lui possedeva un cuore, il più fedele dei suoi amici di viaggio. E batteva solo per lui.

E come ogni sera c’era lei, così bella e spaventosamente desiderabile nel suo mantello protettivo, come una calda amante sorniona: la solitudine. Infinita come l’oblio spettrale che avvolgeva la sua dimora, mentre su una parete, un calendario lo inchiodava a vivere nell’anno duemilasedici.

Gianni


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