Il giornale e la valigia di cartone

“Signora, al limite le faccio due euro, non di meno”

“Ma se vicino al bar le fanno a uno e settanta al chilo!”

“Sì ma signora mia, per farle a quel prezzo non devono essere tarocco di Sicilia, guardi qua, guardi come sono belle rosse queste”

Il fruttivendolo mi dà il fianco e ho tutto il tempo di pescare un’arancia, mettermela in tasca e andare oltre.

Sbuccio l’arancia buttando la scorza in una delle tante cassette abbandonate ai piedi dei banchi e inizio a pensare. Me ne infilo uno spicchio in bocca e tra l’acre e il dolce mi immagino Porta Palazzo quando dal Sud iniziarono ad arrivare i meridionali.

Qui trovavano una casa, o meglio, due stanzette in cui abitavano in cinque-sei persone, col bagno sul ballatoio. Trovavano lavoro, perché servivano sempre persone che scaricassero cassette di frutta e verdura. Oppure i più fortunati, in piazza, trovavano un lavoro a giornata in qualche cantiere. Io lo vedo il caporale, che sceglieva per tre-quattro giorni le stesse persone e dopo le lasciava a casa per un po’, così non si abituavano ad avere i soldi in tasca. “Ma tutto questo è provvisorio, la FIAT si sta allargando, e pure l’indotto, e fra un po’ ci saranno posti per tutti…fissi, senza preoccupazioni”.

Mentre gli odori di prezzemolo, broccoli e trote mi stordiscono di piacere, mentre una babele di urla di prezzi mi avvolge, mentre il succo dell’ultimo spicchio d’arancia mi scende in gola, mentre sorrido perché se mi guardo attorno sembra che abbiano messo una bomba in un negozio di vernici, vedo lo sguardo bestiale di chi senza niente è venuto qui per strappare al mondo il suo pezzo di vita, sento la rabbia che ti asciuga le lacrime e ti mette in tensione i muscoli per finire la giornata, quella rabbia che quando cammini ti fa guardare a terra perché il cielo non è affar tuo.

Ho girato tutto il mercato cercando tracce di meridionali che mi dimostrino che questa piazza esiste, ora, perché retta dalle loro schiene nel corso del tempo. Non ho trovato nulla, ormai ci sono solo i figli dei vecchi migranti che di meridionale non hanno nulla e che provano fastidio quando gli ricordi le loro origini.

Scendo verso corso Giulio Cesare passando attraverso bancarelle ricolme di scarpe, vedo un’edicola e decido di comprare il giornale.

Così conosco Giulia e Andrea, fidanzati, hanno rilevato l’attività nel duemilatredici da altri due ragazzi che ora “hanno aperto un bar su Corso Giulio”. Continuo a chiedere e mi dicono che in realtà l’edicola è lì dal 1970.

Iniziamo a chiacchierare e scopro che non è vero che non ci sono torinesi a Torino, “nel palazzo qui dietro”, mi dice Andrea, “sono tutti piemontesi e se non sono piemontesi sono immigrati”. Mi vede stupito. Sapevo che Porta Palazzo era stata meta di una forte emigrazione dal Sud-Italia e infatti me lo conferma, ma aggiunge anche che “poi da qui sono andati via, sono rimasti i piemontesi… Sono una cultura silenziosa, ci tengono molto alla piazza… Però per farti capire diciamo che chi vende, al mercato, sono i meridionali, i compratori sono del Nord”.

Giulia, poco interessata alla conversazione, va a servire un cliente, e io chiedo ad Andrea a chi vendono i giornali visto che siamo in una zona ad alto tasso d’immigrazione straniera, quindi c’è una barriera, quella linguistica, difficile da abbattere. Tocco un nervo scoperto. Prima mi dice che vende proprio a quella cultura silenziosa e abitudinaria che è ancora rimasta nella zona, poi inizia a parlarmi del rapporto con gli immigrati: “Non c’è rapporto, li lasciano chiusi… Vengono qui, comprano la ricarica e ti chiedono pure di fargliela… Io a loro vendo solo ricariche del telefono e giocattoli per bambini… Gli italiani non li aiutano a integrarsi, qui dietro c’è un centro che dovrebbe insegnare italiano ai bambini, ma fa orari assurdi, non serve a niente”.

E ancora: “dicono che questa è ormai una casba, non si può girare tranquilli per le strade”. È un fiume, Andrea, queste cose le dice da anni anche perché ha sempre abitato in zona, ma chi doveva ascoltare per quanto l’abbia fatto non ha mai preso provvedimenti. “Gli fanno fare quello che vogliono”, ma per me il tempo è finito, devo andare via.

Ringrazio e saluto. E mentre torno a casa passando per il mercato vedo facce di ogni colore, occhi nasi e orecchie di ogni tipo e mi viene in mente che tracce di meridionali le ho trovate. Di quelli di ieri, di oggi e forse anche di domani.

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