La terra

Sono andata in piazza Emanuele Filiberto a cercare le ghiacciaie sotterranee dove, un tempo, gli ambulanti di Porta Palazzo depositavano merci e carretti. Solo che mentre le cercavo ho trovato un orto urbano, il più grande di Torino.
Si tratta di una striscia di terra al centro della piazza, gestita dalla Coldiretti in collaborazione con gli abitanti dei dintorni. Scopro su Internet che uno di loro, in particolare, è ormai diventato il custode di questo giardino: l’unico che, insieme al proprietario di un locale lì vicino, detiene le chiavi della parte interna dell’orto.
Si chiama Giuseppe Tropea: 75 anni di cui 58 vissuti a Torino. Operaio Fiat per 35 anni e oggi pensionato col pallino dell’agricoltura. Scopro dove abita ma in casa non lo trovo: è andato in campagna e non tornerà prima di sera, mi spiega sua moglie. Matilde Tropea ha 68 anni ed è sinceramente stupita dalla quantità di informazioni che una sconosciuta ha saputo raccogliere sul conto di suo marito. Come Beppe, anche lei è originaria di Siderno, in Calabria, e una vita intera a Torino non è bastata ad affievolire la cadenza meridionale. Sarà perché ogni estate tornano al Sud, in vacanza al mare.
Hanno sempre vissuto lì, in piazza Emanuele Filiberto. All’inizio erano in affitto, poi, grazie a risparmi e sacrifici, hanno potuto comprare l’appartamento dove ancora oggi abitano. Le chiedo come mai, dopo la pensione del marito, non si siano trasferiti in campagna, e Matilde se la ride: a Beppe piacerebbe, si capisce, ma lei non ci pensa proprio a lasciare la casa in cui ha sempre vissuto, al centro di Torino, per andare a stabilirsi in mezzo al nulla! Sentendola parlare, capisco finalmente cosa intende la Coldiretti nel definire l’orto urbano “un compromesso tra città e campagna”.
Ripensando a suo marito che è fuori dal mattino, a Matilde sfugge un lamento: anche oggi, come al solito, Beppe tornerà a casa dopo il tramonto, sfinito e completamente a digiuno. “Proprio come mio padre!” le faccio. “Ma tuo padre è giovane… mio marito ha settantacinque anni!” ribatte Matilde, che non sa bene se essere apprensiva oppure orgogliosa per la caparbietà dell’uomo che ha sposato. Anche Giuseppe Tropea, proprio come mio padre, ha sempre dedicato ogni minuto libero all’agricoltura. Niente bar, nessun vizio: solo la campagna. Come un amore che ti ruba le energie ma senza il quale non riesci a vivere. Matilde lo sa, di questo amore; e anche mia madre lo sa: per questo a volte si lamentano, ma alla fine non si arrabbiano mai.

Il giorno dopo Beppe è in casa: mi fa vedere i garofani sul balcone, che ha piantato perché sono i preferiti di sua moglie. Poi mi porta giù nell’orto, per farmi vedere le sue “bambine”: ovunque, mezze nascoste dal terriccio, spuntano le cipolle. Quelle di Tropea, ovviamente. Vorrebbe regalarmene qualcuna ma non trova una busta dove metterle, perciò mi dice di tornare un altro giorno. Se non lo trovo posso dire al proprietario del bar lì vicino che sono una sua parente, così mi dà le chiavi del cancelletto. Proseguiamo il tour ortofrutticolo: Beppe mi mostra i ciliegi ornamentali, due varietà di radicchio, il susino in fiore e le verze intervallate dalle viole del pensiero. C’era anche un albero di limone, mi dice, ma qualcuno l’ha rubato. Quando l’hanno scoperto, suo nipote di dieci anni ha avuto una crisi isterica. E’ ancora piccolo ma sembra proprio che abbia ereditato la passione del nonno.

Beppe si scusa se ieri non l’ho trovato all’orto: di solito o è lì o è in giro per Porta Palazzo. Ieri, però, doveva andare in campagna a seminare quattro chili di fave e tre di piselli. Non è sua, la campagna: è di un amico che però non sa coltivare, quindi Beppe lo aiuta e poi dividono a metà il raccolto. Una volta aveva un pezzo di terra in concessione dal comune, vicino alla Pellerina. Poi l’hanno fatto spostare ai Laghetti della Falchera e infine anche il terreno alla Falchera gli è stato tolto perché bisognava farci passare la pista ciclabile.
Visto che ci siamo, Beppe mi fa anche vedere dov’è che stavano le antiche ghiacciaie: oggi sono diventate un parcheggio, non c’è molto da vedere, lì sotto. Ma al di sopra dei cunicoli, in una striscia di terra dietro Porta Palazzo, stanno crescendo le fragole di Beppe.
