Porta Palazzo la Calma


di Chiara Grondana


In questa zona di Porta Palazzo sembra di essere in un piccolo mercato di paese, dove signore dai capelli ingrigiti e mani callose ti porgono la frutta salutando in dialetto. I clienti sono pochi, i venditori paiono tutti autoctoni fatta eccezione per un terzetto di signori cinesi, che scopro più tardi avere un orto fuori città, uno dei quali spicca per essere vestito come il tipico coltivatore dell’Arkansas - coda di cavallo, salopette e cappello di paglia.

C’è un banchetto in lontananza, tenuto da quattro ragazzi vestiti con uno stile tra l’alternativo e l’hippie, che nel paesaggio spiccano quanto un quadro di Warhol in una mostra di preraffaelliti.

La donna che serve è alta, bionda, i capelli trattenuti da una stropicciata bandana blu messa a mo’ di fascia, ma è con uno dei ragazzi che parlo, l’unico con gli occhi scuri fra gli occhi azzurri di tutti i suoi colleghi. Porta baffi che non lo invecchiano, ma piuttosto fanno sembrare che uno dei giovani martiri della prima Guerra Mondiale sia riuscito a fuggire all’orrore e, viaggiando nel tempo, sia arrivato qui a vendere formaggi.

Ha fatto molti lavori, mi dice, ma questo è uno dei più movimentati; me ne dà prova la presenza di tanti clienti che arrivano mentre noi parliamo - chi vuole solo mezza ricotta, chi una toma, chi “una fettina di gorgonzola per pranzo, per favore”, che vengono prontamente incartati e pesati. Principalmente “vecchiette”, come le chiama lui, quelle che fanno andare avanti il mercato: per loro venire a Porta Palazzo è un rito a cui non rinuncerebbero mai.

Michela, abiti scuri e sigaretta tra le dita, conferma: gli anziani sono quelli che pretendono un po’ di più, ma nella clientela ci sono anche tanti giovani, che si premurano di evitare OGM o prodotti troppo artificiali.

Quest’ala del mercato, nascosta dietro la tettoia dell’orologio, è il girone a cui sono stati destinati i produttori locali, che ricevono sì incentivi dallo stato, ma vengono anche nascosti dallo sguardo del compratore medio. A Michela questo va bene. Non ci sono mai stati problemi, mi dice, e preferisce Porta Palazzo ad altri mercatini in cui vende al pomeriggio. In effetti essermi lasciata alle spalle il caos delle bancarelle al centro di Piazza della Repubblica rilassa anche me. Qui le vendite avvengono con tranquillità, i clienti salutano per nome i commercianti e la parola che mi sale in mente per descrivere tutto questo è “respiro”. C’è spazio per muoversi, per pensare, per scegliere con calma se per pranzo si mangerà un’insalata o si proverà il tomino.

E proprio questo non ha fatto sentire la crisi ai nostri formaggiai. Michela ci racconta che il banco esiste da quindici anni, i suoi genitori hanno una cascina nelle campagne a nord della città e riescono a produrre quasi tutto da soli, avendo capre e mucche. Così, dice, si possono offrire prodotti che costano poco a chi non ha più tanti soldi e cose più costose e raffinate allo stesso tempo. Lei, però, dopo molti anni di lavoro vorrebbe fare altro. Quando era più giovane questo mestiere le piaceva, ma ora l’idea di far questo per tutta la vita la spaventa.

Ci prendiamo un momento per parlare male dei supermercati, mentre sogno di poter far la spesa in un posto così invece che alla solita Coop del sabato mattina. Le dico che mi sono ripromessa che quando abiterò da sola non metterò più piede in un supermercato. Lei condivide la mia idea, ma ridendo ammette che le capita di dover comprare in quei luoghi infernali e immancabilmente viene colta sul fatto da un suo cliente. La gente, purtroppo, è ancora legata alla comodità dell’acquisto, anche perché le armi del marketing contro i piccoli produttori sono molti forti.

Devo salutarla e le chiedo se ha un sito dove poter vedere qualche foto delle sue mucche. Ci lasciamo col suo invito a venire un sabato, quando ci saranno altri banchetti (mi ha conquistata parlando di un venditore di marmellatine), per berci un bicchiere di vino accompagnato da qualcuno dei suoi prodotti.

Chi glielo dice, ora, che non mangio formaggio?