Maestro delle stelle

Da sinistra: Sole, Mercurio, Venere, Terra, Luna e Marte

«Ma tu ci sei stato, sulla Luna?».

Domanda non priva di senso, venendomi posta da un bambino di cinque anni che da circa mezz’ora mi sente parlare di Sistema Solare.

Gli rispondo che no, non ci sono stato, però mi piace osservare il cielo e scoprire le storie che stanno dietro alle luci che vediamo la notte. La sua richiesta, in ogni caso, la traduco così: ma tu che vieni qui a raccontarci queste cose, ne hai esperienza diretta o parli per sentito dire?

D’accordo, forse la mia interpretazione è un po’ forzata, in fondo la curiosità dei bambini è sincera, non è allusiva. Però mi piace pensare che, già così piccoli, i bimbi si attrezzino per fronteggiare i vari ciarlatani che, nella vita, gli toccherà incontrare.

La faccenda è cominciata lo scorso dicembre, quando dalla scuola di mio figlio Cosimo hanno invitato i genitori a proporre attività a integrazione del programma che già viene svolto. Così ho detto alla maestra di Cosimo che mi avrebbe fatto piacere raccontare ai bimbi il Sistema Solare. Quali sono i pianeti e chi sono — e cos’hanno combinato — quei personaggi da cui prendono il nome.

La maestra ne ha parlato con la direttrice, da cui mi è arrivata la risposta. «Bello! Però lo fai per tutte le classi, vero? Non solo per quella di tuo figlio». Ovviamente ho detto di sì e, altrettanto ovviamente, non è che li abbiamo presi tutti insieme, questi bambini, che sarebbero stati troppi: ho incontrato una classe per volta, ciascuna per un’ora.

Il che mi ha permesso di godermi la cosa nel modo migliore possibile.

Sul tema in oggetto — i pianeti e gli dèi che rappresentano — di recente ho fatto un buon ripasso (nel 2015 ho pubblicato un libro su pianeti, costellazioni e i miti a cui gli antichi greci li avevano associati). Sulla modalità didattica, invece, la mia unica esperienza consiste nell’avere un figlio che, oggi, ha quattro anni e mezzo (in aula vado spesso, ma con gli adulti). Così mi sono confrontato con le maestre e poi, alè, a ballare.

Ho fatto prima vedere delle foto che ho scattato al Sole, alla Luna e a Venere, i nostri vicini del cielo più facili da conoscere. Poi ho detto che glieli avrei presentati più a fondo, loro tre e anche gli altri, uno per uno. Per farlo, ho utilizzato delle immagini professionali degli astri, delle rappresentazioni degli dèi su statue, vasi o disegni, e palloni e palline di diverse grandezze che mettevo a terra, via via che arrivava il pianeta da presentare.

Gli incontri sono stati cinque, al termine dei quali ho imparato almeno sette lezioni.

Prima lezione: non esistono confini, per l’ammirazione verso le maestre. Perché avere a che fare con dei bambini così piccoli è un’esperienza che assorbe ogni energia. Non che i bimbi fossero indisciplinati, tutt’altro. È che, davvero, non stacchi il cervello mezzo secondo da quello che sta succedendo intorno a te. Io l’ho fatto per due ore, immagino loro che lo fanno per una giornata, tutti i giorni.

Seconda: l’agilità mentale grazie alla quale questi piccoli fanno i collegamenti tra una cosa e l’altra è splendida. Ho mostrato una foto di Marte in cui si vedeva la calotta di ghiaccio sul polo, e un bambino ha alzato la mano: «Io sul ghiaccio ci sono andato con i miei cugini, con il bob». Insomma, se lasci che i bambini ti interrompano, facciano domande e interventi, fai un po’ più di fatica, ma è mille volte più divertente che andare avanti per la tua strada (e la sensazione è che i bambini apprezzino).

Terza, questa roba dà dipendenza. Tornerei in aula con i piccoli tra una settimana, davvero (e più avanti ci tornerò: s’hanno da conoscere tutti gli animali che affollano il cielo, tra orsi, scorpioni, cigni e via dicendo).

Quarta, è meglio usare solo palle di spugna o comunque morbide. Quelle di gomma più tesa — tipo quelle di pallavolo — è un sacco difficile farle stare a terra: Giove e Saturno se ne andavano sempre a spasso, manco fossero delle comete.

Quinta: non si devono dire bugie, però qualche limitazione alle verità ci può stare. Dire che Saturno è il padre di Giove e che governava prima del figlio ci sta bene. Che Saturno i figli se li mangiava, ecco, quello non l’ho detto. Anche su Giove l’ho fatta semplice: ho detto che era il re di tutti, sul fatto che non riusciva a controllare i suoi impulsi sessuali ho soprasseduto (ok, verità mitologiche, ma pur sempre verità).

Sesta: il mio ego ha avuto una ricarica che durerà credo per mesi. «È lei il maestro delle stelle?», mi ha chiesto una madre a un semaforo. Teneva per mano un bimbo della classe degli azzurri, che aveva parlato a casa del nostro incontro. E scene analoghe si sono ripetute, nei giorni seguenti.

Settima e ultima lezione. «Ieri uno dei bimbi è arrivato a scuola tutto contento e mi ha detto ‘ho visto Venere! ho visto Venere!’». Quando una delle maestre mi ha raccontato questa cosa, sulla faccia mi è venuto un sorriso panoramico, nella testa mi è tornato un pensiero: chi considera la scienza come a un insieme di conoscenze fa un grande errore.

La scienza è un modo di porsi di fronte alle cose, è — prima di tutto — avere la voglia di osservare.

Pensare che ho fatto venire ad alcuni bambini la voglia di alzare lo sguardo verso l’alto, beh, mi mette a posto per parecchio tempo.